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Scritto da nel La Cantina del Viaggiatore, Numero 4 - 16 Ottobre 2006 | 0 commenti

Amarcord Barolo – Seconda Parte

Dal crollo dell'Impero Romano all'ascesa dei Savoia

Con il crollo dell'impero romano e le successive invasioni barbariche l'agricoltura piemontese non visse un periodo particolarmente fortunato, se si esclude il periodo della lunga dominazione Longobarda che consentì una minima ripresa economica, della quale dominazione va ricordato l'Editto di Rotari, re dei Longobardi, prima legge volta alla protezione della vite.

In seguito alla dominazione Longobarda si aprirà un nuovo periodo di instabilità, in seguito alla calata dei Franchi di Carlo Magno, del quale approfitteranno in seguito Ungari e Saraceni.

Dopo le ultime invasioni barbariche si aprirà il lungo periodo delle signorie, in cui si avrà uno scenario in perenne agitazione che vedrà la vite coltura privilegiata, essendo il vino tenuto in grande considerazione sia dalle varie signorie che dalla chiesa.

Documenti medievali testimoniano come nell'odierna zona di produzione del Barolo la vite fosse ottimamente diffusa. Si parla di Roddi, Verduno e Costaungaresca (comunità di La Morra) già nel 1026; nel 1200 è la volta di un'altra località di La Morra, Mercenasco; nel 1219 compaiono Barolo, Novello e Monforte D'Alba; infine nel 1257 si parla della coltivazione della vite a Diano d'Alba.

Fatto importantissimo nella storia del Barolo si registra nel 1268, anno in cui si ha il primo riferimento ad un'uva “Nibiol”: nell'elenco dei Vini fatti d'ordine del Castellano di Rivoli il fattore registra che l'exitu vinearum de Nibiol anno CCC sextarii, ovvero che la l'annata ha visto una produzione di 363 litri dalle vigne di Nebbiolo.

La prima descrizione specifica del Nebbiolo è invece di Pier de'Crescenzi, giureconsulto Bolognese trasferitosi ad Asti con la carica di assessore comunale.

Egli oltre ad essere uomo di legge era appassionato di scienze agricole e nel suo Ruralium commodorum libri duodecim, l'opera agraria più importante del suo tempo, compare la prima scheda ampelografica dell'uva Nebbiolo: “spezie di uva nera ,la quale è detta nubiola, la quale è dilettevole a manicare, ed è maravigliosamente vinosa, ed ha il granello un poco lungo, e vuol terra grassa, e molto letaminata , e teme l'ombre, e tosto pullula , e fa vino ottimo, e da serbare, e potente molto, e non dee stare ne'graspi oltre a un dì o due…”.[1]

Col passare del tempo il Nebbiolo prende sempre più piede nelle campagne e colline piemontesi, e crescono il prestigio e i consensi intorno a tale uva. Significativo è lo statuto comunale di La Morra, risalente al XV secolo, nel quale si stabiliva una pena di cinque soldi per chiunque tagliasse una sola vite di Nebbiolo o Pignolo, fossero essere coltivate ad alteno, a filare o a bussono; a tale pena erano esenti i Falletti, feudatari di tale zona, e i loro discendenti.

Nel frattempo i Savoia stavano affermando il proprio dominio politico: la loro “carriera politica” inizio nel 1531 col possesso del Ducato d'Asti, la quale fu solo la prima tappa di un percorso che li portò a diventare Re del Piemonte nel 1713.

È con tale stabilità politica che si creano le condizioni per il miglioramento dell'agricoltura e la nascita di grandi vini. Da tale momento in poi la storia del Nebbiolo è strettamente legata all'evoluzione politica del Piemonte e ne seguirà le alterne vicende.

Inizialmente la nobiltà piemontese era molto più interessata alla vita di corte che ad attività produttive, ma col passare del tempo si diffuse la moda di possedere la cosiddetta “vigna”, che allora era una residenza di campagna, affidata a contadini, nella quale vi erano varie colture tra le quali l'uva la faceva da padrone.

Parallelamente alla moda della vigna si diffuse la moda del vino “chiaretto”, vino molto chiaro di colore, come si può evidentemente evincere dal nome, di colore rosato, il quale ebbe il pregio di far avvicinare il pubblico femminile al vino. Tale vino nacque in seguito all'incontro con la cultura enologica francese, la quale si farà molto sentire anche negli anni a venire, si pensi al passaggio dai vini dolci a vini più morbidi e secchi. Il chiaretto fu figlio dei progressi enologici: si pensi che fino al suo “avvento” si era continuato a vinificare in maniera non troppo differente dall'epoca degli antichi romani, facendo fermentare l'uva intera in grossi tini di legno aperti, dopo di che il mosto veniva setacciato per separarlo dalle parti solide, le quali venivano torchiate in grossi torchi di legno; con il nuovo vino si iniziò a togliere le bucce dal mosto dopo i primi giorni di fermentazione e lasciare che questa continuasse “in bianco” nelle botti. Nel caso il colore non fosse ancora abbastanza chiaro si sbiancava con bianco d'uovo.


[1] Rosso Maurizio e Chris Meier, “Barolo. Personaggi e mito”, pagina 18.

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