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Numero 47 - 1 Ottobre 2008 - Progetti di Sviluppo
Rivista di Libero Pensiero
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L’Arengo incontra Bhagwati.
E con questa intervista esclusiva diamo il via ad un progetto a più puntate sul Sud America e sul tema dello sviluppo. Prima tappa, il PIL. Come non ricordare quindi il celebre discorso quarantennale di Bob Kennedy! demagogico commenteranno, ma purtroppo mai attuale quanto oggi.
Ma l’Arengo non si ciba solo di Economia. Diamo il benvenuto a due nuovi collaboratori, Tommaso Santi e Luca Maio, con cui torniamo a parlare di Islam, tra Medina e la Sharia.
Inauguriamo una nuova sezione dal titolo “Media e Cultura” in cui ricordare e compiangere la terza pagina, quella del Corriere; e scoprire la singolare relazione tra Ritalin ed Escorcismo.
La sezione Internazionale ci porta in Pakistan, dimentre i sempreverdi Lorella e Antonio ci accompagnano tra picari spagnoli del ‘600 e la scrittura contemporanea irlandese.
Una lacrima di vino dedicata alla Sardegna e un’altra alla Luna, non quella dei poeti, ma degli scienziati.
Festeggiamo il nuovo Direttore Responsabile dell’Arengo Tobia Desalvo, e salutiamo il Direttore in uscita, che con una lettera ai lettori apre il numero primo, ma non ultimo, il 47.
Ai lettori di Fausto Desalvo Economia e Mercati Progetto Arengo - lo sviluppo al caledoscopio di Stefano Clò Quando il Pil corre, una società può restare ferma di Marco Marcatili L'efficienza dell'inefficienza di Tobia Desalvo Media e Cultura What does the GDP count? di Robert Kennedy Letteratura e Quotidiani: La Terza Pagina di Tommaso Santi Lo strano legame tra il Ritalin e Linda Blair di Valentina Soluri Internazionale Il Pakistan del dopo-Musharraf di Daniele De Maria Sharia di Luca Maio Tempo e spazio liberi Brescia: Mostra America! di Fausto Desalvo Arte e Spettacolo Un allettante appuntamento a Fondantico di Pietro Di Natale Intervista Chi è Bhagwati? di Wikipedia Bhagwati 1 - sul liberismo di Saki Bigio Bhagwati 2 - sulla democrazia e i media di Saki Bigio Bhagwati 3 - sui paesi in via di sviluppo e sulle negoziazioni multilaterali di Saki Bigio Letteratura e Filosofia Una nuova veglia irlandese di Lorella Di Vuono Lazarillo de Tormes di Antonio Morini e Anna Ciammitti The jewel of Medina: auto-censura negli Stati Uniti di Angelo Valenza Scienza Dalla Terra alla Luna di Enrico Roncarati La Cantina del Viaggiatore
Appunti di Viaggio - Sardegna prime bevute di Andrea Rubbi La copertina è di Capitano www.larengodelviaggiatore.info Progetto Arengo - lo sviluppo al caledoscopio di Stefano Clò Fu il maestro indiano Sissa a costruire la prima scacchiera. E fu sempre Sissa a battere su quella stessa scacchiera il suo Principe che, riconoscente per la geniale invenzione, gli promise di esaudire un qualunque dei suoi desideri. Non oro o diamanti, il maestro pretese un chicco di grano per la prima casella della scacchiera, due chicchi per la seconda, quattro per la terza e così via fino alla sessantaquattresima, ogni volta raddoppiando. L’insolita richiesta altro non suscitò che l’ilarità della corte. Ilarità che fu però messa a tacere non appena i contabili di palazzo finirono di calcolare l’ammontare del debito: 18.446.744.073.709.551.615 chicchi di riso (264-1), un numero impronunciabile, una quantità tale che i raccolti di tutto il mondo non avrebbero saputo soddisfare!
Questa è la crescita, un concetto sfuggevole. Lo dimostrano la Corea del Sud e la Nigeria del dopoguerra, ai tempi due Paesi con un Pil comparabile.
Chi allora avrebbe previsto che nel giro di 60 anni la piccola Sud Corea sarebbe diventata 19 volte più ricca della Nigeria, Paese ben più ricco di risorse? Certamente non gli economisti, che in questi ultimi sessant’anni hanno cercato di spiegare le cause della crescita, ma raramente sono riusciti a prevederla o ad avviare dei piani capaci di promuoverla.
Eppure è innegabile che dai tempi di Robert Solow, il padre (e forse anche la madre) dell’Economia dello Sviluppo, la scienza economica abbia fatto passi importanti nel comprendere cosa significhi sviluppo e quali siano le sue determinanti.
È questo l’oceano che nei prossimi mesi l’Arengo si presta ad attraversare. Un viaggio in più puntate sulla rotta del Sud America. Capitano di bordo sarà il nostro amico e collaboratore peruviano Saki Bigio, che in condizioni a noi misteriose è riuscito a incontrare cinque guru viventi di questo settore. Nomi sconosciuti ai più, nomi che tuttavia ci aspetteremmo di leggere più facilmente sul Sole24ore che su una sconosciuta rivista on-line.
Ed eccole qui, cinque interviste che ci permetteranno di guardare lo sviluppo al caledoscopio e scoprirne le diverse sfaccettature. Cinque interviste che avranno come protagonista il Sud America, con le sue diversità, tra crisi e speranze, occasioni perse e traguardi raggiunti.
Per i prossimi numeri la sezione Economia e Mercati affiancherà ogni intervista firmata Saki Bigio con nuovi articoli sui diversi temi dello sviluppo: la crescita e il Pil, i fattori dello sviluppo, i limiti della crescita, il microcredito e forme alternative di finanziamento.
Buon viaggio allora, al capitano Saki, alla sua scialuppa di collaboratori ed a ogni lettore che deciderà di imbarcarsi.
www.larengodelviaggiatore.info Ai lettori di Fausto Desalvo Quando nel luglio del 2006 la società di formazione Oliver Sas mi invitò a guidare un sito periodico registrato per creare una palestra per giovani, accettai con entusiasmo, pur consapevole che la periodicità quindicinale sarebbe stata impegnativa.
Il gruppo di giovani laureati e laureandi (che nel frattempo hanno quasi tutti concluso brillantemente gli studi, come si può vedere nello spazio - Chi siamo) si impegnò fin da subito “a commentare i fatti del mondo, con spirito libero e critico, con consapevolezza e curiosità, con il desiderio di analizzare le cose per contribuire a migliorarle” e la pubblicazione è uscita puntualissima al primo e al sedici del mese. Le quattro rubriche iniziali sono aumentate e si sono arricchite di nuovi e stimolanti argomenti, raccogliendo preparati collaboratori, oggi anche stranieri, fino ad addirittura alcuni interessantissimi articoli di un ex ministro, grande esperto di politiche energetiche. Tutti si sono ritrovati in questo arengo virtuale, la redazione ha interagito prevalentemente per via telematica, anche perché era abbastanza dispersa nel mondo, ma non sono mancate anche proficue e animate riunioni programmatiche tradizionali durante le vacanze estive. Anche i lettori si trovano ad ogni angolo della terra, legati idealmente dalla newsletter che annuncia ogni nuova uscita e dai loro commenti. Ora dopo due anni di lavoro uno dei giovani fondatori ha ottenuto l’iscrizione all’Ordine dei Giornalisti, quindi la mia funzione di allenatore è finita e lascio al dott. Tobia Desalvo, che fino ad ora ha svolto le funzioni di instancabile caporedattore, la responsabilità di questa testata, con l’augurio che sappia portarla a livelli sempre più alti. Mi commiato, veramente soddisfatto per l’obiettivo raggiunto, con la frase conclusiva del mio saluto iniziale di due anni fa: “Il mio augurio è che dopo essersi ben bene esercitati in questa palestra formativa i giovani coinvolti si lancino nell’agone della vita con una consapevolezza fortificata!” www.larengodelviaggiatore.info Quando il Pil corre, una società può restare ferma di Marco Marcatili La capacità del prodotto interno lordo (pil) di esprimere le potenzialità di sviluppo economico è sempre più ridotta. Sebbene questo indice misuri il valore di tutti i beni servizi prodotti all’interno di un territorio, è considerato ormai inadeguato a rappresentare lo stato di salute di un’economia, di un territorio, di una società almeno per due ragioni essenziali. La prima è che non tiene conto di una serie di beni e servizi molto importanti per una società, detti beni relazionali, che non passano attraverso il meccanismo di mercato (es. assistenza agli anziani, cura dei bambini, ecc). Una società moderna che sperimenta il principio di reciprocità, ad esempio attraverso una capillare rete di volontariato dovrebbe ritenersi sviluppata, ma il Pil non ne tiene conto. La seconda è che non incorpora gli investimenti intangibili in grado di accumulare capitale umano (insieme delle capacità e delle abilità acquisite dalle persone) e sociale (insieme delle istituzioni, delle reti di associazionismo civico e delle norme che regolano la convivenza e le relazioni fra persone), considerati oggi due fattori produttivi essenziali per lo sviluppo e la crescita economica. Questo è il motivo principale per cui fino ad ora gli assetti legislativi (rif. leggi 1329/65 Sabatini e 598/94) si sono concentrati nel concedere incentivi alle imprese solo per gli investimenti tangibili (es. acquisto capannoni, macchinari, etc) che costituiscono una parte molto rilevante del Pil.
Sull’inadeguatezza del Pil si è convinta anche la Banca d’Italia che, nella consueta presentazione annuale delle note regionali sull’economia, ha iniziato dallo scorso anno a diffondere i dati numerici sull’andamento congiunturale affiancati da quelli sul grado di capitale umano, lasciando un po’ da parte la sua tradizionale funzione di controllo della quantità di moneta e vigilanza sui mercati creditizi. Siamo in un’epoca in cui creare ricchezza vuol dire investire nell’educazione del capitale umano che accrescerà la produttività del lavoro futura. Tuttavia, la conoscenza da sola non basta, perché spesso è tacita o non rilevata, legata alle capacità intrinseche della persona e a quel saper fare operativo che si manifesta solo quando viene messo in atto, e solo un adeguato stock di capitale sociale è in grado di smobilizzarla. Continuare a prevedere la crescita del pil nel nei prossimi anni potrebbe rivelarsi una perdita di tempo se tutti non condividiamo questa visione, ma soprattutto la responsabilità precisa di non incantarci al benessere che si è vissuto in Italia sino ad ora perché la via per raggiungere il sogno della ricchezza è stata lunga, quella per l’incubo della povertà potrebbe essere davvero breve. www.larengodelviaggiatore.info Parafrasiamo l’articolo di un precedente numero de L’Arengo e ragioniamo brevemente sulla questione della crescita. Ormai non si tollera l’ignoranza: la vera questione del cambio di passo nazionale, nonché il vero motivo del fallimento delle ideologie di pianificazione economica, è che qui in Italia (da secoli governata da comunisti e furbastri nullafacenti) ci si preoccuperebbe di ridistribuire e non di produrre. Ma che cosa c’è da ridistribuire, se nulla si è prodotto? Solo producendo si può crescere, l’emergenza nazionale è l’aumento del PIL. Dopodiché tutto si accomoderà.
Per altro verso ci si lamenta invece che questo Prodotto Interno Lordo non sia un buon indicatore dello stato di benessere di un Paese, in quanto misura il ’fatturato’ come proxy della produzione che a sua volta dovrebbe rappresentare il benessere. In questi casi ci si sofferma sulle equazioni del tipo guerra = più armi = più giro di soldi = più benessere, maggiore costo dei farmaci e più malati = più fatturato per l’industria farmaceutica = più ricchezza e via discorrendo per le vie del politicamente scorretto.
Morale è la sentenza inappellabile che siamo condannati a crescere ed è per questo che tutti gli anni i politici e tecnocrati giocano a chi indovina il pronostico, a chi riassume la stagionalità, a chi interpola l’andamento dell’economia mondiale per gli effetti che avrà sul nostro Paese.
Da un punto di vista strettamente economico, nei modellini con i quali un economista in erba comincia a giochicchiare, la crescita non sembra necessaria. In effetti in un Paese dove ognuno abbia soddisfatta la propria funzione di utilità (scusate l’economistichese, diciamo che assumiamo l’ipotesi migliore, ovvero che le persone siano soddisfatte di ciò che hanno perché hanno ciò che vogliono, come si fa al primo anno di Università[1]), nel quale ognuno produca per conquistare i mezzi di scambio per avere accesso al consumo, il fatto che l’anno prossimo si debba ‘crescere’ (se siamo tutti contenti di ciò che abbiamo e non vogliamo comprare di più) significa solo che l’anno prossimo dovranno aumentare i prezzi cosicché ceteris paribus (a parità dei beni scambiati) risulti effettivamente una crescita del PIL (calcolato moltiplicando prezzi e quantità). Abbiamo appena scoperto una cosa: l’inflazione è obbligatoria. L’aumento dei prezzi, tanto vituperato dall’opinione pubblica, è il grande equilibratore. Se i prezzi non aumentassero domanda e offerta non si incontrerebbero mai e un economista medio capisce come sugli assi cartesiani prezzi e quantità si allontanerebbero lasciando il campo a clamorose ‘perdite di efficienza’ (in senso economico). Peggio ancora se i prezzi calassero, l’Apocalisse sarebbe imminente (in parte sui prezzi delle case tale problema si è verificato in Giappone e negli Stati Uniti
Il problema della crescita, dunque, non è quello che riguarda le persone ed il loro dilemma di arrivare a fine mese. In Italia, in Europa, in generale nel Mondo, la ricchezza c’è e tutti avrebbero di che campare. Tuttavia non è sbagliata l’affermazione che per distribuire bisogna crescere, ma vediamo di specificarne bene i termini. I sistemi di economia di piano avevano ridotto la crescita perché non esisteva l’incentivo personale a produrre per via dell’assenza del diritto di proprietà. Altresì è chiaro che in un mondo dove non c’è scarsità, come quello odierno, il tema non è la crescita del PIL mondiale ma la possibilità di accesso di tutti alla ricchezza e questa si chiama ridistribuzione. Rimane evidente che tale ridistribuzione non può che passare dalla crescita di ognuno e dal diritto (per chi non può) e dovere (per chi può) di ognuno di contribuire alla produzione mondiale per conquistarsi la propria ragione di scambio per accedere al consumo. In un mondo non benevolente (quello dell’homo economicus) non ci si può attendere una redistribuzione post-tax. Questa è la sfida del mondo del lavoro, di chi lo vuole rappresentare e di chi vuole arrivare a fine mese senza rivolgersi a Wanna Marchi.
[1] Invece per studiare che cosa succede se non tutto è perfetto dovete vincere un Premio Nobel o cimentarvi a leggere e scrivere su L’Arengo del Viaggiatore www.larengodelviaggiatore.info What does the GDP count? di Robert Kennedy
www.larengodelviaggiatore.info La necessità di uno spazio giornalistico che riunisca cultura e attualità è il risultato di un lungo processo, all’interno della stampa europea, che ha visto Letteratura e Giornalismo avvicinarsi e rapportarsi in un difficile ma fondamentale tentativo d’integrazione. L'obiettivo del quotidiano è oggi un corpus complessivamente culturale, in grado di riunire cronaca, politica, economia, letteratura, attualità, sotto una struttura informativa comune ed omogenea. Per quanto riguarda la Letteratura, il meccanismo consisterebbe nell'analizzare la materia letteraria per poi riferirla e riproporla sotto forma di informazione, meccanismo tutt'altro che ovvio e scontato.
Nel panorama giornalistico italiano, l’invenzione della Terza Pagina da parte di Bergamini all’interno del Giornale d’Italia nel Dicembre 1901 rappresenta il tentativo riuscito d’integrazione della pagina culturale nel corpo del quotidiano. L'esperimento ebbe un successo immediato e la Terza Pagina fu utilizzata e perfezionata da altri quotidiani: nel 1905 Albertini la introduce nel Corriere della Sera.
La Terza Pagina del Corriere è composta da tre parti principali: un articolo verticale a due colonne denominato Elzeviro (il suo carattere tipografico), una Spalla di sette colonne ed un Taglio sul fondo della pagina. L’Elzeviro ha sempre conservato un posto d’eccezione all’interno della struttura. In questo articolo si trovavano gli interventi di grandi scrittori e intellettuali sull'attualità come sui classici: da Pirandello a Croce, da Pasolini a Palazzeschi. Anche la Spalla era un articolo di prestigio del Corriere, essa raccoglieva infatti le voci degli inviati all’estero, riportando pezzi pregiati di letteratura giornalistica e reportage dal mondo. La struttura della pagina era conclusa dal Taglio: una rubrica sui libri in uscita.
La fortuna della Terza Pagina terminerà solo al momento dell'estensione dello spazio culturale nel quotidiano. Nel '56 Il Giorno abolirà la Terza Pagina, spostando i temi culturali in uno spazio diverso del giornale. Il momento decisivo per la sezione culturale dei quotidiani italiani sarà la nascita di Repubblica nel '76: all’interno della “creatura” di Scalfari infatti la cultura ha un peso preponderante: essa occupa il centro, il cuore del giornale con una Copertina d'impatto e due Paginoni. Il ritorno della Terza Pagina del Corriere dovrà quindi tener conto del diverso spazio di cui necessita la cultura, nonché della concorrenza del nuovo metodo. La sfida di Repubblica sta nel proporre argomenti culturali come inchieste giornalistiche, come eventi informativi, in due fasi: anticipazione dell’evento, o del tema d’attualità e discussione, dibattito, su questo.
Quella del Corriere oggi è una Terza Pagina che dimentica le sue origini. Si può dire infatti che se quella di Bergamini e Albertini fu un’invenzione fondamentale perché tipologicamente nuova e intellettualmente valida, quella odierna risulta strutturalmente dispersiva e concettualmente povera. La suddivisione in Elzeviro, Spalla e Taglio è rimasta immutata ma il loro prestigio e la loro caratura sono andati perduti.
L’argomento dell’Elzeviro risulta sempre meno sostanzioso: il discorso sui classici, ovvero una critica letteraria all’avanguardia, che proponga la grande letteratura sotto le luci della contemporaneità, con aperture alla produzione attuale, risulta scomparso e dimenticato, morto e sepolto. Del resto la questione non riguarda solo il Corriere: ormai si sa, per un quotidiano, parlare di libri significa innanzitutto una perdita economica, figuriamoci parlare di classici.
Mi sembra paradigmatica, per esemplificare la scarsa capacità d’approfondimento delle tematiche, la scelta di concedere saltuariamente uno spazio alle “Idee” sostituendole all’Elzeviro. Oltre alla bassa qualità dell’analisi giornalistica incide sicuramente il formato striminzito delle discussioni (tre trafiletti di due colonnine ciascuno). Posto che ancora ci siano delle “Idee”, cerchiamo di dare spazio a questi rari ospiti.
L’informazione d’oggi estende la “strategia del sensazionale” anche alla sezione culturale, impoverendola a favore di un maggiore consumo. Anche la Spalla, un tempo luogo di resoconti di grandi inviati e reportage letterari, è stata intaccata da questa tendenza: le tematiche vengono spesso piegate per focalizzare risvolti accattivanti e creatori di dibattito, una tribuna per coloro che han voglia di scannarsi dicendo poco. Vi si aggiunge la generale dispersività di questa sezione, che si fregia talvolta di vuote etichette quali: “Incontri”, “Dibattiti”, “Scenari”, “Nostalgie”. La Spalla è in grande difficoltà nel tentativo di ritrovare una caratterizzazione forte. Il Taglio infine ha assunto una funzione talmente varia da renderne persino impossibile un'analisi.
Ecco dunque che un confronto fra la Terza Pagina, quale fu ideata e progettata agli albori, con ciò che ne resta oggi, ci da l'ennesimo segno dell'imbarbarimento culturale e della pochezza intellettuale in cui si crogiola e si sollazza l'Italia odierna.
www.larengodelviaggiatore.info Cari lettori, oggi vorrei parlarvi di come, con mia grande sorpresa, ho dovuto rendermi conto di soffrire del misterioso Disturbo da Deficit d’Attenzione e Iperattività (ADHD). Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, infatti, questa innovativa malattia colpisce chi presenti almeno sei dei sintomi riportati, da almeno sei mesi, ed ecco dunque la mia confessione: sì, spesso “evito, non gradisco e sono riluttante a iniziare attività che richiedono un impegno mentale prolungato (come compiti di scuola o casalinghi)”; sì, spesso “perdo gli oggetti necessari alle attività”; sì, spesso “sono distratta da stimoli esterni”; sì, spesso “manipolo oggetti che ho in mano o le dita”; sì, spesso “sembro pronta a partire o agisco come mossa da un motorino”; e infine sì, “spesso do la risposta prima che si completi la domanda”. Ammetto che quest’ultimo sintomo sia alquanto maleducato. Ma mai avrei immaginato che, quando non ho voglia di lavare i piatti, quando non trovo le chiavi di casa, quando mi distraggo perché qualcuno mi parla, oppure quando parto da sola zaino in spalla, dovrei piuttosto rivolgermi ad un centro specializzato e chiedere, per favore, di essere curata. Ovviamente, con qualche sana pillola. Dimenticavo quel grave sintomo che consiste nel muovere le dita: anni fa una giornalista mi disse, quasi con ammirazione, che le mie unghie mangiate erano un bel segno di riconoscimento della tipica personalità artistica. Ma i giornalisti cosa ne sanno di psichiatria? Dunque, ho bisogno di aiuto. A Bologna, potrei per esempio rivolgermi alla dottoressa M. P., il cui fascicolo in esame presso la Procura per esercizio abusivo della professione medica è, per fortuna, appena stato archiviato. Sul sito dell’associazione “Giù le mani dai bambini”, che si batte contro la somministrazione di psicofarmaci ai ragazzi, è possibile fare conoscenza con la signora P. grazie ad un’illuminante registrazione anonima che un finto genitore ha avuto l’insolente idea di condividere con la rete, e con la Procura appunto. In essa la buona signora spiega in breve in cosa consista l’ADHD: “abbiamo una particolare configurazione cerebrale”, la quale comporta “che loro vivano in maniera diversa da noi”. Loro chi? I bambini-mostri, quelli vivaci. E noi, chi? Mi fermo prima di dover necessariamente incorrere in una discussione su normalità e devianza, nella quale peraltro potrei ritrovarmi a ripetere le considerazioni vecchie un secolo di Emile Durkheim. Sentiamo piuttosto ancora la P.: “sono bambini che come il mio, che corre sempre, che non si ferma mai. Se un bambino non fa le varie esperienze con le costruzioni, con qualche gioco, no? Non riesce nemmeno a farsi nel cervello quei tasselli, attraverso gli stimoli, io li chiamo tasselli ma sarebbero delle sinapsi neurali per il quale lui impara, se metto il gioco qui, succede questo qui. Se uno non lo fa mai, perché corre, non ha la possibilità di formarsi questa parte del cervello dove c’è la memoria cognitiva” (tutti gli errori di sintassi e grammatica sono opera della P., n.d.r.). Dunque il figlio della signora M., sorprendentemente, soffre di ADHD? Corre sempre? Fossi un bambino con una madre che gioca al piccolo Piaget, che mi costringe a fare le costruzioni e che, soprattutto, parla di me in questi termini (“loro vivono in maniera diversa da noi”), anch’io cercherei di correre, e il più lontano possibile. E cercherei di disturbarla. E cercherei di farla ammattire, per ripicca. Ma è lontana ormai la preistoria della psicologia, in cui i disturbi infantili venivano inquadrati all’interno delle dinamiche comuni al nucleo familiare nel suo complesso: una madre segretamente insoddisfatta del proprio stato genitoriale, un padre debole, un’unione malferma, un figlio o una figlia che iniziano a sviluppare sintomi schizofrenici o ansiosi in un disperato tentativo di fornire ai genitori una preoccupazione comune, dunque un motivo per restare insieme. Teorie sorpassate: oggi, le madri moderne non hanno certo tempo né voglia di mettere in discussione se stesse o il proprio rapporto coniugale, tanto meno di correre dietro ai propri figli o di portarli a sfogarsi in un parco pubblico: l’ADHD, malattia che a questo punto dell’articolo mi permetto infine di definire francamente sedicente, è giunta come un deus ex machina in soccorso di tutte quelle donne che vorrebbero i figli muti davanti alla TV, efficienti quando ci sono i compiti da fare, immobili sulle sedie perché non macchino il vestito o non rompano qualcosa. Ma quando mai, da che mondo è mondo, i bambini hanno avuto voglia di stare attenti a scuola? Poiché l’ADHD viene curata con i derivati del metilfenidato, la cui più celebre applicazione è il farmaco Ritalin (sostanza stimolante con un giro d’affari da 2 miliardi di dollari l’anno nei soli Stati Uniti, classificata ad esempio dal governo britannico come “droga di classe A”, al pari di cocaina e speed), sarei curiosa di vedere, tra qualche lustro, quanti bambini trattati a otto anni con gli psicofarmaci diventeranno poi dei premi Nobel, e quanti invece continueranno sulla strada dell’abuso di medicinali, o più avanti di alcool e di stupefacenti, per la gioia delle loro mamme (le quali, magari, sono a loro volta ferventi consumatrici di ansiolitici e affini: ricordate la celebre battuta di Mark Renton in “Trainspotting”, quando rubava il valium dal mobiletto dal bagno? “Anche mia madre, nella sua forma domestica e socialmente accettata, è una tossicodipendente”). Non esistono ancora studi sicuri sui soggetti in esame, a tutt’oggi troppo giovani, ma già nel 2000 un articolo dell’“Observer” intitolava: “Il Ritalin ha reso mio figlio un demone”, e così proseguiva con lo sfogo di una madre sconvolta: “sembrava uscito dall’’Esorcista’ (…). Ha pugnalato suo fratello con delle forbici in un piede. Certe volte avevo paura ad andare a dormire. (…) Chiedeva le pillole ed era decisamente dipendente. Trovo incredibile che diano una droga di classe A a dei bambini di cinque anni”. Se prestiamo attenzione alle parole della donna e sotto suo suggerimento spulciamo addirittura nei classici della filmografia dell’orrore, scopriamo che, appunto, nel sempre bello “L’esorcista” di William Friedkin (1973) alla sventurata Regan veniva già somministrato il Ritalin prima che qualsiasi sintomo “demoniaco” avesse avuto modo di manifestarsi: la ragazzina ha problemi in matematica e muove un piattino su una tavola giocando alle sedute spiritiche, e tanto basta perché venga sottoposta ad esami clinici e trattamenti farmacologici; è solo a questo punto, si badi bene, che la poveretta inizia a dare di matto. In pochi ricordano questo dettaglio, ma si tratta invece di una magistrale omissione significativa: vi è una vistosa carenza di nesso logico tra la protagonista che vediamo appena una scena prima (un’adolescente normalissima in un contesto familiare malato) e la Regan furente che reagisce con violenza alle attenzioni dei medici. Con questa scelta sinottica Friedkin condusse con grande acume una sottilissima critica sociale alla psichiatria facile, che passò inosservata, all’epoca, da un pubblico impressionato da vomiti verdi ed effetti speciali mai visti; ma che lascia allibito lo spettatore moderno, conscio che dal 2007, anche in Italia, il Ritalin può essere legalmente prescritto ai propri figli in età scolare. Concludo con una considerazione, riallacciandomi all’incipit di questo articolo: se l’ADHD colpisce solo i bambini, io non ne dovrei soffrire; ma chi crede all’esistenza della patologia sostiene che i ragazzi non curati tendano poi a ripresentare i sintomi anche da adulti. Eppure ricordo, da piccola, di essere stata una bimba tranquilla: non correvo, non mi agitavo, studiavo, leggevo molto. È piuttosto da qualche anno a questa parte che mi saltano i nervi ogni volta che squilla il cellulare; che vorrei frantumare lo schermo ogni volta che il computer si blocca; che corro alla finestra ogni volta che sento passare un elicottero, chiedendomi se sia militare e cosa ci faccia sopra la mia testa; che mi distraggo quando guido perché i cartelli pubblicitari cambiano forma e colore. Ognuno faccia le sue considerazioni, chiedendosi magari se non sia la modernità stessa, e non i bambini moderni, ad essere deficitaria di qualcosa: silenzio, tranquillità e pace. www.larengodelviaggiatore.info Il Pakistan del dopo-Musharraf di Daniele De Maria E’ stato un dittatore, è stato capo di stato maggiore dell’Esercito, è stato il più fedele alleato di Bush nella guerra contro i Talebani, è stato accusato d’essere (direttamente o indirettamente) uno dei responsabili dell’assassinio di Benazir Bhutto, è stato infine scaricato dagli Stati Uniti: Pervez Musharraf si è dimesso dalla carica di Presidente del Pakistan il 18 agosto scorso, dopo un colpo di stato (1999) ed una controversa rielezione (2007), lasciando
Iniziamo spiegando chi è il neo-eletto Zardari: un personaggio controverso poco gradito da alcune componenti del Partito del Popolo Pakistano, presieduto dal figlio Bilawal del quale è vice. In Pakistan è stato accusato in passato per reati di corruzione ed omicidio, poi scagionato; in Europa, scontati dieci anni di galera in Svizzera, è tuttora indagato per frode e corruzione. Questo rapporto ambiguo con la legge lo sta portando a commettere il primo errore della sua presidenza, non reintegrando i giudici della Corte Suprema ingiustamente rimossi da Musharraf il 3 novembre 2007, che potrebbero riaprire alcune procedure contro di lui (tra tutti, il giudice Chaudhry è un suo grande accusatore). Zardari, al momento, ha nelle proprie mani un immenso ma fragile potere da gestire, avendo stravinto le elezioni con il 70% dei voti del Collegio elettorale, dovendo però affrontare non pochi problemi. In primo luogo la situazione economica è preoccupante: un tasso d’inflazione che ha sfondato in estate il 24% ha messo in crisi soprattutto le classi più disagiate del paese (un quarto della popolazione è sotto la soglia di povertà), in difficoltà nell’acquisto di onerosi beni di prima necessità. Inoltre, la svalutazione della Rupia ed un cronico deficit fiscale, rende la situazione critica, tanto più se si considera che il Panjab, regione più ricca del paese ed economicamente strategica, è un feudo di Nawas Sharif, avversario politico di Zardari. In un paese dove l’Esercito rappresenta la più importante forza politica e soprattutto economica, con un largo controllo dell’economia nazionale attraverso ricche e potenti fondazioni, un buon rapporto e collaborazione tra il presidente Zardari e il capo delle Forze armate Pervez Kiyani è indispensabile. C’è però in ballo la gestione della politica estera, un’esclusiva dell’Esercito, e l’ambiguo rapporto che si sta venendo a creare con gli Stati Uniti: sentimenti antiamericani sempre più diffusi in tutto il paese non possono essere trascurati; per contro l’alleanza con gli USA è indispensabile per la soluzione del conflitto in Afghanistan che coinvolge direttamente i territori pakistani. La difficile amministrazione del territorio è legata a due problemi tra essi convergenti: movimenti autonomisti con la destabilizzazione di aree tribali soprattutto lungo i confini, e la presenza di Talebani e gruppi stranieri di Al Qaeda col dilagare dell’integralismo religioso ed attentati ad esso connesso (da ultimo la distruzione dell’Hotel Marriott ad Islamabad). Da sottolineare l’atteggiamento dell’Esercito più propenso al contenimento dei movimenti islamisti piuttosto che alla loro repressione. E' inoltre emblematica la fuga, nelle ultime settimane, di migliaia di profughi dalla Swat Valley (distretto pakistano a maggioranza Pashtun) verso l'Afghanistan a causa dei continui ed indiscriminati raid aerei contro gruppi ribelli locali. Il Pakistan è ad oggi il principale campo di battaglia su cui si gioca la guerra afghana: tale consapevolezza spingerà Zardari a trovare indispensabili compromessi. E’ infine bene ricordare che i Talebani sono stati patrocinati ed addestrati proprio da Stati Uniti e Governo Bhutto negli Anni 90 per destabilizzare ed influenzare l’Afghanistan; ora che l’arma fuori controllo è puntata contro i suoi stessi creatori, la situazione in Pakistan è più esplosiva che mai. www.larengodelviaggiatore.info Viaggio nel significato della legge divina islamica Quante volte avete sentito parlare in televisione o sui giornali della “Sharia”? www.larengodelviaggiatore.info Brescia: Mostra America! di Fausto Desalvo Il Circolo dipendenti dell’Università ha organizzato una gita in America, con andata e ritorno in giornata! www.larengodelviaggiatore.info Un allettante appuntamento a Fondantico di Pietro Di Natale Ricaricata dopo il meritato riposo estivo, Bologna è viva e vegeta. Mi riferisco naturalmente alla sua proposta artistico-culturale, ed in particolare a quella riguardante la pittura antica. Giorno dopo giorno si susseguono nel calendario degli appassionati inaugurazioni di mostre (alla Pinacoteca Amico Aspertini, e per chi non l’avesse ancora vista Antonio Basoli), fiere specialistiche (Artelibro), incontri, conferenze, giornate di studio (in onore di Federico Zeri, Fondazione Zeri, 10 ottobre 2008), aperture straordinarie di palazzi e tanto altro... Promotori di questo vivace panorama sono naturalmente sia gli enti pubblici sia quelli privati. Focalizzando l'attenzione sull'operato di questi ultimi, in diverse occasioni davvero prezioso, è doveroso segnalare la mostra da poco inaugurata a Fondantico (via castiglione 12b) dove si possono ripercorrere oltre trecento anni di pittura emiliana, e soprattutto bolognese, attraverso più di trenta quadri, ben ordinati e sapientemente illuminanti nella prestigiosa galleria antiquaria. L'offerta è a mio parere davvero allettante considerando che basta suonare il campanello per trovarsi di fronte a svariati capolavori, alcuni dei quali spererei rimanessero alla portata di tutti grazie ad una provvidenziale acquisizione da parte di qualche museo o istituzione pubblica. L'operato della galleria di proprietà di Tiziana Sassòli è ben noto al pubblico degli appassionati, degli studiosi (soprattutto docenti universitari, che collaborano attivamente alla realizzazione dei cataloghi delle mostre, garantendone l’assoluta scientificità) e dei collezionisti: è questa infatti la sedicesima mostra qui allestita. Questo breve articolo è dunque rivolto a chi non la conoscesse (e a chi, addirittura, non fosse al corrente del vivace mondo del mercato antiquario) o a chi pur interessato alla visione ravvicinata dei quadri esposti, non si fosse azzardato a varcare la soglia, quasi impaurito dalla ricchezza, per così dire, emanata dagli stessi dipinti. Tengo a sottolineare inoltre che visitare una galleria antiquaria consente un rapporto ravvicinato con le opere d'arte, che qui si possono esplorare nella loro piena “matericità”. Infatti, mentre nel museo, l’osservatore e l’opera si mantengono “a distanza di sicurezza”, in una galleria antiquaria questa distanza svanisce visto che l’osservatore è a volte anche l’acquirente ed il futuro possessore dell’opera che dunque dovrà essere esaminata a 360 gradi. La mostra in corso, “Il fascino dell’arte emiliana. Dipinti e disegni dal XVI al XIX secolo”, è frutto di approfondite e mirate ricerche ed ogni dipinto è stato scientificamente studiato da un team di studiosi, noti e meno noti, coordinati dal Professor Daniele Benati dell’Università di Bologna. Non potendo qui parlare di tutte le trentasette opere esposte mi soffermerò sulle mie predilette lasciando ai lettori la suspance di scoprire le altre. Tra esse, certamente, due capolavori della prima metà del Cinquecento raffiguranti Sacre Famiglie: la prima, dove compare anche San Giovannino, eseguita da Bartolomeo Ramenghi detto il Bagnacavallo (1484-1542 ca) [fig.1]nella quale il pittore proveniente dal piccolo centro nel ravennate esprime l’elegante adesione ai modi di Raffello, qui più che mai animati dal suo raffinato gusto coloristico, che fecero della sua “maniera”, a detta del Vasari (1568), la “più dolce e più sicura” tra gli artisti attivi in città a quel tempo; la seconda dipinta da Girolamo da Treviso (1497 ca-1544) [fig.2], giunto a Bologna già nel 1518, dove s’intrecciano in una armoniosa e riuscitissima sintesi il naturalismo ed il colore veneto appresi da Giorgione e dal giovane Tiziano ed il classicismo di Raffaello: le due tavole, assestate su modelli compositivi ampiamente praticati in area emiliano romagnola nel primo Cinquecento (si pensi soltanto alla produzione dei Francia), mostrano ricercate soluzioni nella resa dei paesaggi sul fondo; che nella tavola di Girolamo rimanda, magnificamente, ad Albrecht Durer.
Per il Seicento, oltre al celebre Guido Reni (1575-1642), del quale si propone un’”eterna” Vergine in preghiera, nota alla critica sin dal 1984; è esposto un San Giovanni Battista eseguito dal grande pittore marchigiano Simone Cantarini (1612-1648) nel 1647 come documenta l’incisione (stampa calcografica che aveva il compito di promuovere e diffondere la fortuna dell’immagine) che ne trasse Domenico Maria Muratori nel 1685. Condotto attraverso lunghe pennellate cariche di freschissimo colore è poi
A chiudere l’esposizione quattro opere di Antonio Basoli (1774-1848): alla coppia di piccole “fotografie” della Bologna del 1830, sono affiancate due grandi pergamene dipinte ad acquarello nelle quali il nostro celebre Professore “cala”
www.larengodelviaggiatore.info Chi è Bhagwati? di Wikipedia Jagdish Natwarlal Bhagwati (जगदीश भगवती; ...) è un economista indiano noto per il suo sostegno al libero scambio in un libero mercato, contro le critiche alla globalizzazione. È professore di economia alla Columbia University. Bhagwati è nato a Bombay, India in 1934..
Nel gennaio del 2004 Bhagwati ha pubblicato "Elogio alla globalizzazione", Laterza, Roma-Bari, 2005 ("In Defense of Globalization"), un libro in cui sostiene che la globalizzazione possa aiutare i paesi poveri ad innalzare i loro standard di vita. I governi dovrebbero aprire i propri confini al libero scambio di beni e servizi fissando d'altro canto regole per le economie nazionali (es, garanzie per un alto livello di sicurezza sociale, ecc...).
Detesta i tentativi degli USA di usare il WTO (World Trade Organization) per "costringere i paesi più poveri ad accettare le sigarette americane". Egli accusa il WTO di proteggere in misura eccessiva la proprietà intellettuale e i brevetti, tutte misure che svantaggiano i paesi poveri.
Bibliografia [modifica]
I seguenti libri sono stati pubblicati da Jagdish Bhagwati:
www.larengodelviaggiatore.info Lei probabilmente è stato l’economista più influente che appoggia la liberalizzazione dei mercati. Che cosa pensa della forma nella quale le riforme per la liberalizzazione dei mercati sono state portate a termine? I benefici delle stesse sono stati maggiori o minori rispetto a ciò che ci si aspettava? Forse ultimamente lei è diventato un po’ scettico riguardo al liberalismo.
Beh, ci sono due aspetti che bisogna distinguere. Uno è il commercio internazionale e gli investimenti, il secondo è, se si usa il settore privato o quello pubblico. Il privato risponde meglio alle forze del mercato, anche se, entrambi possono essere efficienti o inefficienti. Quello che li differenzia è che nel privato, la gente che commette errori finisce per uscire dal mercato, mentre nel pubblico, a causa dei sussidi questi errori non si correggono. Il problema c’è quando il settore pubblico ha accesso ai sussidi. Voglio che sia chiaro che io non sono un liberale nel senso che non credo solo nell’uso dei mercati. Nonostante ciò, credo che bisogna usarli di più, e quello che è più importante, l’uso deve essere più giudizioso. Una critica che generalmente facevo ai paesi in via di sviluppo è che c’è troppo interventismo, la mano invisibile di Adam Smith non si può vedere in nessun lato. Comunque, credo che questo stia cambiando, la gente si è resa conto che intervenire spesso può causare problemi. Con questo bisogna essere cauti, la prima opzione per i paesi che vogliono svilupparsi generalmente è agire tramite il governo. I grandi paesi africani hanno fatto questo, Egitto, Nigeria, Ghana, però a me sembra che abbiano esagerato e che nessuno di loro sia cresciuto.
Perché crede che gli economisti come lei siano tanto influenti nella politica, a differenza di quello che succedeva nel XIX secolo? La influenza del liberalismo è stata appoggiata da livelli di profitto sempre maggiori nell’epoca post-industriale? Se questo è così, crede che i paesi con livelli di profitti minori si trovano in una “trappola di povertà” nel senso che si trovano in una situazione peggiore per accettare riforme liberali?
In realtà non credo questo. Il mio antico professore predicava un’idea sugli investimenti. Questa diceva semplicemente che se io sono un impresario che produce 100 camicie, probabilmente i miei operai ne compreranno 10. In ogni caso ne rimangono ancora 90 da vendere. Allora, se non c’è un’altra persona che investa sulle scarpe, perché i suoi operai comprino le miei camicie e i miei comprino le sue scarpe, il sistema non funziona. Ci deve essere una crescita bilanciata, dobbiamo ideare un piano nella quale si investa in diversi settori in modo da poter coprire l’offerta di tutti i produttori. Se non c’è questo, l’investimento di una sola persona non migliorerà la situazione.
L’argomento di Hernando de Soto è che la gente povera non può investire per mancanza di collaterali (n.d.r. garanzie finanziarie necessarie ad ottenere un mutuo). Non hanno collaterali perché non possiedono i titoli di proprietà dei luoghi dove vivono. Quindi, se si stabiliscono chiari sistemi di proprietà, allora, queste terre potranno avallare prestiti. Abbiamo proposto questa idea ad alcune banche, e a dire la verità, non gli piaceva molto l’idea di appropriarsi di un paese giovane nel caso in cui ci fosse un prestito non pagato. Senza dubbio, quella di Hernando è un’idea interessante.
In più, voglio sottolineare che non credo nelle trappole, il mondo è pieno di Houdini che riescono ad uscirne. Certo, l’Africa è un esempio abbastanza più complicato, ma questo perché ha problemi come l’AIDS e la malaria. Un’alternativa può essere concentrarsi sulla salute, decidere che questo è quello che si deve combattere realmente, e il resto troverà una soluzione aprendo l’economia, applicando riforme del sistema lavorale e dando opportunità per le esportazioni. Questo non richiede un piano di investimento complicato.
Traduzione di Angelo Valenza
www.larengodelviaggiatore.info Qual è l’importanza dei media? Possono essere catturati dale classi di interesse?
Sì, certo, però riguardo a questo aspetto bisogna essere ragionevoli. Dobbiamo tenere conto del fatto che non esiste un interesse economico monolitico, vi sono diverse organizzazioni ben distinte incluse in questa definizione. In più, molti di questi gruppi sono opposti tra loro, nei periodici ad esempio: ve ne sono tanti di destra quanti di sinistra, e ciascuno di loro spinge nella direzione che gli conviene. Direi che i gruppi più potenti generalmente riflettono i desideri delle corporazioni. Ciò nonostante, esistono giornali e riviste che esprimono opinioni diverse, fino a che viviamo in una democrazia, sempre esisteranno persone che esprimano le proprie idee tramite media differenti. Mi sembra che in Russia vi siano tante riviste quante persone: tutti amano scrivere.
Al giorno d’oggi, la maggioranza dei paesi tende verso la democrazia; però, ad esempio, il Cile ha avuto bisogno di una forte democrazia (o piuttosto dittatura?) di destra per dare inizio alle riforme, vent’anni fa. Cosa può dirci al riguardo?
Sì, d’accordo, anche se ho idea che la storia del Cile sia un po’ più complicata di così. Sotto Frei, il Cile stava ragionevolmente bene. Con Allende, ebbe inizio un rapido spostamento a sinistra, e fu questa tendenza che causò una crisi nel sistema, esarcebata da disastri politici ed economici. È a questo punto che entra in scena Pinochet. Parlando di governi, preferisco lo stile di Lula; il problema di Allende fu il muoversi troppo velocemente; un processo più graduale avrebbe dato migliori risultati. Ciò nonostante, se si dovesse tracciare una linea antecedente al governo di Pinochet, direi che il Cile era in condizioni piuttosto buone. Furono necessari i Chicago Boys solo perchè il sistema era crollato. In più, le loro riforme non furono nulla di straordinario: ridussero le imposte ai livelli della OCSE e in poche parole cercarono di stabilizzare l’economia. Pertanto, mi pare che la stessa politica potrebbe essere attuata più o meno da chiunque. La domanda è: un dittatore è più propenso ad attuarla? In realtà non credo: la questione ha a che fare, semplicemente, con il saper scegliere le politiche corrette. In quei giorni, i Chicago Boys fecero davvero un buon lavoro, tuttavia credo che Pinochet avrebbe potuto molto facilmente andare in un’altra direzione. Non credo sia stato tanto Pinochet, quanto piuttosto i Cileni a dare tutto di loro stessi e a seguire le adeguate politiche economiche. Come dicevo prima, non credo che la questione abbia a che vedere specificatamente con le dittatature, quanto piuttosto con il fatto di aprire le economie e di trovarsi maggiormente in contatto con il resto del mondo. Però d’accordo, il problema è prendere le decisioni corrette al momento giusto; su due piedi, se le politiche dei Chicago Boys non avessero funzionato bene, prima della crisi, non lo si può mai sapere.
In Perù, è già da molto tempo che viviamo in una reale democrazia; ma dopo che Toledo è arrivato al potere, i media non hanno smesso di attaccarlo e criticarlo, semplicemente perchè ne hanno la possibilità. Credono che, poichè siamo in democrazia, il loro dovere sia di fare in continuazione delle domande, molte delle quali irrazionali. Ci sembra che stiano abusando della loro libertà.
Sì, capisco molto bene quello che dici, in India avviene lo stesso. La gente chiede ogni volta di più, e di più, e per questo motivo i partiti politici si riempiono di demagoghi, i quali promettono cose che non potranno mantenere; questo processo prosegue in una feroce battaglia per il potere, nella quale non si può fare nulla per il bene del paese. Diventa una processo caotico che destabilizza il paese e paralizza le azioni del governo.
Credo che tutto il sistema debba calmarsi. La mia opinione è che tutti i paesi siano candidati allo sviluppo; per questo, può essere molto demoralizzate quando ci troviamo di fronte alla corruzione. In India si è arrivati al punto in cui si dà per scontato che tutti siano corrotti e non vi è nulla che provi il contrario. Questo provoca una grande perdita di fiducia nel governo, fiducia che è necesseria per lo sviluppo. È necessario che la gente si fidi del governo, in modo che i più capaci ne possano fare parte.
Traduzione di Valentina Soluri
www.larengodelviaggiatore.info È stato ultimamente a Lima? Perchè il traffico è così simile a quello di Nuova Delhi e così diverso da quello di Washington o Ginevra? E perchè i Paesi sottosviluppati faticano a creare istituzioni solide e politche che sappiano promuovere crescita economica e svliuppo? Soffriamo per caso di un peccato originale??
Realmente non credo; nuovamente, non esiste una sola risposta, forse sarebbe più semplice scomporre il problema in diversi paesi ed aree.
L’Asia orientale è riuscita a mantenere livelli di crescita del 10%. Un fattore cruciale sono state le riforme agrarie. Corea e Taiwan furono occupate dal Giappone, e sotto questo regime furono avviate queste riforme, che portarono ad una migliore distribuzione dei beni ed a livelli di istruzione più elevati. Fu l’occupazione giapponese a produrre queste condizioni, che potremmo chiamare istituzioni.
Inoltre, essendo paesi piccoli, decisero di aprire le proprie economie il più possibile, ed anche questo fu benefico. Al contrario, i paesi grandi tendono a credere di poter produrre da sè tutto quello di cui necessitano, e questo finisce invece per pregiudicarli. Questo modello funzionò molto bene per i paesi menzionati, permettendogli tassi di crescita a quei livelli per 25 anni. In seguito, soffrirono una grave recessione, ma nuovamente stanno ristabilizzandosi su questi livelli. Si potrebbe affermare che dispongano di una struttura istituzionale perfetta per lo sviluppo, chiaramente adeguata alle loro condizioni.
Per l’India il processo sta richiedendo più tempo, credo a causa di una serie di politche troppo interventiste che fallirono; tuttavia, stiamo imparando da questa eseprienza e siamo nella giusta direzione per lo sviluppo.
L’Africa ha sofferto molto, le sue economie sono crollate e le isituzioni che si vogliono erigere vengono distrutte a causa della guerra. Forse che la teoria di Hernando de Soto sia la corretta, anche se personalmente non lo credo. E nonostante, devo ammettere che i diritti di proprietà si intrecciano molto con le ragioni per cui la gente combatte. Se io possiedo beni, e tu possiedi beni, il costo di una guerra sarebbe più alto, giacchè i nostri beni verrebbero distrutti; questa è anche la teoria del McDonald, se avessimo proprietà allora non vorremo combattere per non rischiare di perderle. Sfortunatamente le guerre sono irrazionali, non seguono alcuna regola stabilita. A dir la verità, vorrei tanto che Hernando avesse ragione, in questa maniera le guerre si potrebbero evitare assegnando beni alla gente
Il Sud America è senza dubbio un continente molto diverso, però credo che bisogni rispondere alle sue domande rispetto al paese in cui vive. Tuttavia, direi che in generale nella regione esiste un problema di esclusione sociale che risale fino all’epoca dei conquistadores. È un problema molto serio, che non credo abbia a che fare con la globalizzazione, come qualcuno sostiene. La popolazione indigena sta chiedendo di essere inclusa nei processi decisionali e nella ripartizione dei benefici. Stanno vedendo quello che possono ottenere e giustamente pretendono di esser presi in considerazione. È possibile che la globalizzazione abbia peggiorato la distribuzione delle entrate, ma non esiste alcuna evidenza che lo dimostri rotondamente. Diversamente da Hernando, non credo che lo abbia fatto. Tuttavia molta gente sì che lo crede, e questa percezione generale dell’opinione pubblica rischia di arrecare problemi al governo. Per come la vedo io, la globalizzazione sta dando alle persone l’opportunità di sfruttare tutto il denaro in entrata e soprattutto di giovare dei benefici commerciali. Le entrate sono effettivamente aumentate e mi sembra che la globalizzazione abbia accresciuto il numero di persone adeguatamente assunte. Quello che è più importante è che la globalizzazione ha ricordato alle gente che è possibile crescere di più, e questo genera un maggior impegno per conseguirlo.
Adesso che abbiamo parlato di Ginevra, Washington e Lima, crede che stiamo perdendo il nostro tempo negoziando trattati commerciali con economie più ricche? Che consiglio darebbe a chi è incaricato di queste negoziazioni?
Essenzialmente credo che i paesi in via di sviluppo si trovino in una posizione favorevole nel negoziare trattati multilaterali, perchè così, diversi paesi poveri possono unirsi e ottenere un maggior potere contrattuale. Quando stai negoziando con una superpotenza come l’Unione Europea, vedrai che un gran numero di domande non hanno nulla a che vedere con il commercio in sè. Per loro, il commercio non è la cosa più importante, ma piuttosto il resto di accordi e trattati a cui si arriva. Quello che bisogna fare è per prima cosa decidere cos’è ciò che realmente vogliamo. In seguito, quando si presentano a porgere domande diverse, ad esempio, sull’aprire il settore al dettaglio, anche se questo fosse quello che più desideriamo raggiungere, dobbiamo farlo sembrare come se stessimo facendo una cocnessione su questo tema. Devono ricordarsi che non è solo una negoziazione commerciale, centinaia di clausole e condizioni sono incluse, devono assicurarsi di essere disposti ad acconsentire su questi temi.
È per questo che ci troviamo un una posizione favorevole a negoziare trattati internazionali; in questa maniera siamo capaci di difenderci e di ottenre un trattato più benefico.
Ricoratevi, quello che fanno i grandi poteri è utilizzare il commercio come uno mezzo, non un fine. Noi invece, i paesi poveri, la nostra forza sta nei numeri, ed abbiamo la potenzialità di negoziare con successo in conferenze, a Ginevra, nel WTO. È per questo che ci stanno scegliendo una alla volta nel tentativo di firmare trattati bilaterali. È la strategia di guerra: dividere e conquistare.
Lei dimostra un’attitudine positiva verso la diminuzione della povertà? Per lo meno, crede che le persone che vivono in paesi poveri come i nostri abbiamo un senso dell’umorismo nigliore rispetto a chi vive nel mondo sviluppato? È questo un rimedio o un sintomo?
Beh, potrebbe essere un sintomo. Come dire, questa è la maniera in cui viviamo. Credo che sia relazioanato con la cultura del paese e con il sentimento nazionale. Alcuni paesi ridono di se stessi, altri no. Gli indù non ridono di se stessi, ma che dire segli statunitensi, si prendono molto sul serio. Lasciatemi raccontare un aneddoto.
Mi trovavo a Montevideo per aprire una cnferenza sul commercio bilaterale e cominciai dicendo: “in India, così come in Sud America, abbiamo grandi scrittori, romanzieri, poeti, e contemporaneamente, entrambi abboiamo avuto politiche di commercio disastrose. Quindi, secondo la teoria del vantaggio comparato di Ricardo, forse dovremmo scrivere di più e lasciare il commercio agli altri paesi” ehehe, nessuno ha riso.
Traduzione di Stefano Clò
www.larengodelviaggiatore.info Una nuova veglia irlandese di Lorella Di Vuono Vincitore da outsider del prestigioso Man Booker Prize 2007, il romanzo La Veglia, dell’irlandese Anne Enright, esce in questi giorni in Italia edito da Bompiani. La Veglia è la storia della famiglia Hegarty nell’Irlanda contemporanea; è la storia di un padre violento e distratto che per semplice incuranza dei metodi contraccettivi mette al mondo dodici figli; è la storia di una madre così assente da aver dimenticato persino se stessa; è la storia di Veronica e dei suoi fratelli, malinconici e disperati, da Ernest, prete spretato, all’instabile Bea; è la storia di Liam e di quel male interiore che lo ha divorato sino a portarlo ad immergersi nelle fredde acque di Bringhton per non tornare più. Proprio il suicidio del fratello più caro porterà Veronica a ripercorrere attraverso i ricordi l’intera storia della sua famiglia, per tentare di capire Liam e l’origine di quel dolore che lentamente lo ha consumato e soprattutto per capire, in qualche modo anche se stessa. Una fitta trama di ricordi, confusi e frammentari, occupa i pensieri di Veronica, realtà e immaginazione si mescolano tra loro, tanto che tracciare dei contorni netti diventa quasi impossibile, persino quando si ricorda un fatto drammatico come un abuso sessuale. La costruzione del romanzo non è lineare e mai potrebbe esserlo, poiché segue il flusso dei pensieri di Veronica, poiché non lo è la sua stessa vita. I pensieri nascono e crescono nella sua mente sino a implodere e ripiegarsi su se stessi, non vi è consolazione alla tragedia della sua esistenza, solo un’amara e triste ironia. La Veglia di Anne Enright riporta inevitabilmente a un’altra veglia irlandese: il Finnegans Wake (1939) di James Joyce. Il padre del flusso di coscienza, dopo aver dato corpo ai pensieri dei protagonisti dell’Ulysses, diede, infatti, corpo e anima, ai sogni visionari di Mr. Earwicker. Finnegans Wake (il nome deriva da una ballata irlandese il cui protagonista muore cadendo da impalcatura ma torna immediatamente in vita al suono della parola “whisky”) fu il tentativo ultimo di bandire ogni elemento oggettivo dalla struttura del romanzo per rappresentare insieme l’universale e il particolare attraverso la soggettività dell’individuo. Joyce lavorò diciassette anni al suo Work in Progress è il risultato fu un’opera di indescrivibile purezza e forza emotiva (almeno per il lettore che abbia il coraggio di superare una prima, superficiale e quindi spesso incomprensibile, lettura). Oltre allo stile dello stream of conscious, certo meno ricercato ed ermetico in Anne Enright, ciò che accomuna i due romanzi è il particolare modo di ricostruire la storia di una famiglia. Ne La Veglia, tutto ciò che veniamo a sapere della famiglia Hegarty è frutto dei ricordi di Veronica, ogni realtà è filtrata dalle maglie della sua memoria. Nell’opera di Joyce la soggettività del protagonista è portata al limite estremo: sino al penultimo capitolo, ove il protagonista al sopraggiungere del mattino si risveglia per un breve momento, non è fornito alcun dato oggettivo, tanto che ad una prima lettura la preoccupazione del lettore è quella di scoprire chi è il dormiente e quindi a chi appartengono gli occhi, o per meglio dire i sogni attraverso i quali veniamo a conoscere l’intera narrazione. Ne consegue che fatti già di per sé tragici, come l’abuso sessuale in La Veglia o le fantasie erotiche che Mr. Earwicker dedica ai propri figli, assumono ancora maggior efficacia drammatica, fondata su quel senso di costante incertezza in cui versa il lettore per gran parte del romanzo. Solo col volgere della narrazione scopriremo l’origine dei tabù sessuali di Veronica, così come solo col volgere della narrazione (in realtà alla fine del romanzo) scopriremo le vere ragioni che muovono il desiderio incestuoso di Mr. Earwicker. Con il romanzo di Anne Enright una nuova veglia irlandese ha fatto il suo ingresso nel panorama letterario europeo, e se da un lato può realmente essere considerato un romanzo “rivelazione”, come è stato definito dalla critica italiana, dall’altro riporta alla mente il profumo di quella stessa Dublino che 70 anni prima ispirò James Joyce. www.larengodelviaggiatore.info Anna Ciammitti Tra il XVI ed il XVII fece la sua comparsa in Spagna un genere letterario destinato ad incontrare una grande fortuna, e capace di restituire ironicamente i tratti distintivi di una nazione, dove la farneticante politica di grandezza perseguita dalla corte si sovrapponeva senza riuscire a cancellare, la miseria morale e materiale a cui erano costretti migliaia di sudditi. Il romanzo picaresco, che in genere narra le tragicomiche vicende di orfani costretti ad apprendere l’arte di arrangiarsi, travalicò in breve gli angusti confini nazionali: l’esplicito anticlericalismo insito in racconti dove l’epopea negativa è animata da mendicanti, straccioni e affamati, incontrò, com’era prevedibile, un largo favore nelle nazioni protestanti, dove questi romanzi venivano letti come altrettanti atti d’accusa nei confronti dell’inquisizione e più in generale del cattolicesimo spagnolo.
Lazarillo de Tormes, è insieme al Guzmán de Alfarache di Mateo Alemán ed al Buscón di Quevedo, uno dei capostipiti della letteratura picaresca: comparso anonimo nel 1554 con tre edizione simultanee ad Alcalà, Burgos ed Anversa, fu inserito dall’Inquisizione nell’Indice dei libri proibiti nel 1559. Il Lazarillo, rappresentando la prima novela ascrivibile al genere picaresco, ne scandirà poi alcuni dei tratti salienti: la narrazione procede in prima persona, le umili origini dei protagonisti si rispecchiano nel lessico utilizzato e costringono l’antieroe a compiere azioni riprovevoli: il furto, l’omicidio o la prostituzione sono all’ordine del giorno, ma nonostante ciò, la chiave di lettura proposta per interpretare le malefatte non pregiudica l’intrinseca bontà del protagonista, costretto per sopravvivere a scendere a compromessi con un mondo anch’esso spietato e crudele.
Un altro degli aspetti salienti e fortemente innovativi, è riscontrabile nell’immobilismo sociale ed etico: nonostante le numerose peripezie, il picaro a differenza di eroi ed antieroi tratteggiati dalla letteratura precedente, non subisce un evoluzione, il lieto fino è ontologicamente negato insieme alla possibilità di riscatto e ascesa del personaggio. In ultima analisi, se da un lato il Lazarillo de Tormes rappresenta un testo d’importanza imprescindibile per la storia della letteratura europea, dall’altro è comunque un romanzo gradevole e di facile lettura, dove la straordinaria erudizione di un autore ignoto è stata sapientemente celata nella prima persona di un mendicante. Il cinismo e l’ironia rappresentano forse le qualità migliori del romanzo, dove il grande sconfitto non è il povero Lazarillo, ma una società dipinta come micragnosa e avida: nonostante tutto quello che metteva insieme e possedeva, non vidi giammai uomo sì avaro e meschino, tanto che mi faceva morir di fame e non mi dava neanche la metà del necessario. Tali suggestioni non si sono ovviamente risolte nel XVII secolo, o con il tramonto dell’inquisizione e della monarchia spagnola, ma hanno piuttosto continuato ad interessare i più svariati ambiti culturali, basti pensare come uno dei più prolifici cineasti italiani, forse grazie ad una certa affinità estetica, abbia dedicato nel 1987 ai picari, una delle sue opere più speziate. i disegni sono di Anna Ciammitti www.larengodelviaggiatore.info Un caso di censura editoriale sta scuotendo la società culturale americana. La notizia risale alla metà di Agosto quando la Random House di New York, per tutelare il proprio nome e l’incolumità delle persone che vi lavorano, ha preso la decisione di sospendere la pubblicazione del libro The jewel of Medina.
Il romanzo parla della storia di Aisha, la bambina che all’età di 6 anni venne presa in sposa dal profeta Maometto. Aisha è una figura molto importante nella storia della religione islamica. Fu la moglie favorita del profeta, condivise con lui numerose rivelazioni e la leggenda vuole che lui morì tra le sue braccia quasi dodici anni dopo il loro matrimonio. Anche se si tratta di una storia d’amore, un libro che tratta da vicino la figura del profeta dell’Islam rischia di provocare reazioni violente, e nella cronaca degli ultimi anni si possono trovare numerosi esempi.
![]() La Random House è una delle maggiori firme editoriali americane, la stessa che nel 1988 pubblicò I versi satanici di Salman Rushdie, opera che costrinse lo scrittore ad anni di vita sotto scorta (il traduttore giapponese venne assassinato e quello italiano ferito gravemente). Ma i tempi sono cambiati. Dopo l’11 settembre, il caso di Theo Van Gogh e delle vignette danesi, gli editori sono più cauti. Prima di pubblicare il libro hanno voluto consultare alcuni studiosi di islam perché ne valutassero il contenuto. Il responso è stato che il libro rappresentava “una minaccia per la sicurezza nazionale”. A questo hanno fatto seguito le reazioni di alcuni blogger islamici che hanno minacciato forti ripercussioni.
Contro la decisione della casa editrice sono stati scritti numerosi articoli in ogni parte del mondo ed un famoso premio letterario americano, il Langum Charitable Trust, ha deciso di escludere qualsiasi opera della Random House dalle proprie candidature.
L’autrice, Sherry Jones, consapevole di rischiare una fatwa di condanna a morte, assicura di aver trattato la cultura islamica con il massimo rispetto. Come avviene spesso in questi casi, la polemica è stata un’ottima cassa di risonanza per il libro, che nel giro di un mese ha già trovato editori, meno cauti, in più di dieci paesi del mondo.
Chi scrive questo articolo è un sostenitore della libertà di espressione e di invenzione sempre e quando ciò che si racconta non risulti “eccessivamente” offensivo per nessuno. Dall’altro lato la sensibilità di chi potrebbe offendersi deve essere supportata da ragioni motivate. Ma la reazione ad un’opera offensiva non deve andare oltre l’indignazione e sicuramente non deve tradursi in causa di morte. Ma cosa fare in casi come questi? E’ giusto esporre a questi rischi i propri collaboratori? Nelle cronache passate, la condanna a morte non ha coinvolto solo gli autori delle opere, ma anche le persone che ci avevano lavorato. Non riesco a trovare una risposta. Ne prossimi numeri racconterò di altre vicende simili a quelle del libro di Sherry Jones.
Se The jewel of Medina sia realmente un’opera offensiva nei confronti dell’Islam non lo sa nessuno. In tutti gli articoli che ho consultato si è dato maggior spazio alla vicenda editoriale e non c’è traccia di una trama definita. Per dare questo giudizio attendiamo l’uscita del libro in Italia, prevista nei prossimi mesi per i tipi di Newton&Compton.
www.larengodelviaggiatore.info Dalla Terra alla Luna di Enrico Roncarati Dopo il periodo d’oro fra gli anni 60 e 70 del secolo scorso, l’ interesse della comunità scientifica verso la Luna è andato progressivamente declinando. Con la conclusione della sfida per la sua conquista, che vide prevalere la NASA sull’ Agenzia Spaziale Sovietica, il nostro satellite perse il suo valore politico e, come logica conseguenza, gli enti di ricerca videro ridursi al lumicino gli stanziamenti di altri fondi destinati alla sua esplorazione.
Ora, dopo qualche decennio lontano dai riflettori, la Luna sembra avere riconquistato un ruolo di primo piano nei programmi di ricerca della NASA e non solo. L’ ente spaziale americano sta portando avanti due progetti paralleli che hanno come obiettivo il ritorno sull’ unico satellite terrestre. Ares, il progamma ufficiale, al quale la NASA sta lavorando dal 2005, prevede la costruzione di due razzi, Ares 1 e Ares 5. Il primo è destinato a sostituire lo Space Shuttle, che dal 2010 se ne andrà in pensione. Il compito di Ares 1 sarà portare in orbita terrestre la navicella Orion, dalla quale gli astronauti potranno trasferirsi sulla Stazione Spaziale Internazionale o su una capsula per l’ allunaggio trasportata dal razzo Ares 5. Questo vettore, molto più potente del compagno, è progettato per mettere in orbita un modulo lunare da agganciare alla Orion, da dove sarebbe poi lanciato verso la Luna per mezzo di uno stadio supplementare. Il secondo progetto, Jupiter, riprende in gran parte la tecnologia Shuttle riveduta e corretta. In questo caso è previsto l’ utilizzo di un solo razzo, come il famoso Saturno 5 delle missioni Apollo, in grado di trasportare sia la navicella Orion che il modulo lunare. La cosa curiosa è che i sostenitori di Jupiter sono gli stessi ricercatori impegnati con Ares, che nel loro tempo libero si dedicano allo sviluppo del programma alternativo, che ritengono più sicuro ed economico rispetto a quello ufficiale. La riconquista della Luna parte da una sfida interna alla NASA, dalla quale potrebbe trarre vantaggio un concorrente molto agguerrito. Non lo storico avversario sovietico, ma la Cina, che in questi giorni ha compiuto la sua terza missione con equipaggio, culminata nella passeggiata spaziale di un astronauta. I programmi cinesi però non si fermano qui e il prossimo obiettivo sembra essere proprio lo sbarco sul suolo lunare. www.larengodelviaggiatore.info Appunti di Viaggio - Sardegna prime bevute di Andrea Rubbi Quando una passione ti entra dentro, tanto da condizionare la tua vita, le tue scelte, tanto da diventare il tuo lavoro, è difficile che ti dia tregua…anche perché tu non te la vuoi prendere. Capita quindi che questa passione, non dico sia determinante nella scelta, ma comunque condizioni le tue vacanze. Un esempio: quest’estate avevo preventivato il ritorno (mancavo da troppo tempo) nella mia seconda terra, la Sardegna, e per arrivarci avevo deciso di passare dal Piemonte, nord del Piemonte per la precisione. Ovvio no. Tale lungimirante percorso è dovuto saltare a causa delle tariffe dei traghetti, ma tant’è che i Nebbioli del nord come Gattinara e Ghemme, meno famosi dei Barolo e Barbaresco ma per questo affascinanti, stavano per portarmi in dote quei 600 km in più. Ma tant’è che sono andato direttamente in Sardegna, e posso assicuravi che la mia passione non si è certo lamentata di questa scelta. Se mi permettete vorrei fare una cosa inedita, ovvero darvi dei consigli su cosa bere in terra sarda o comunque di sardo. Mi scuso in anticipo se salterò di palo in frasca, ma i rapporti passionali non sono facilmente controllabili. Iniziamo.
Appena arrivato, con ben “fresco” il ricordo dei coccodrilli che sguazzano nel clima tropicale bolognese, ho avuto voglia di bermi qualche bel bianco, possibilmente fresco. Vermentino ovviamente, meglio se di Gallura (unica DOCG sarda). Ruffiano come pochi (forse passaggio di chips) ma comunque gradevole e dal prezzo abbordabile il Funtanaliras, non memorabile ma gradevolissimo, che accompagna bene piatti di pesce e anche carni bianche (a dire il vero ne ho mangiato moooolto poca di carne bianca in Sardegna). Buono, decisamente, il Costamolino della Corazzata Argiolas, una delle aziende più blasonate in Sardegna. Nella sua produzione può vantare un vino che si è fregiato più volte del titolo di “Miglior Rosso d’Italia”, il Turriga, vino a base Cannonau con tagli di altri piccoli tagli di altri vitigni (forse il Bovale e il Carignano). Autentico nettare, ma dal prezzo non accessibile a tutti. Almeno 35-40 euro in enoteca…immaginate voi in ristorante. Più accessibile, ma fino ad un certo punto, il Korem, sui 18-20 euro in enoteca ma anche in questo caso si sta parlando di un signor vino ed anche in questo caso espressione di vitigni autoctoni (Bovale o Bovaleddu, Carignano ed una piccola percentuale di Cannonau). Rivale, in senso buono, storica di Argiolas per lo scettro di migliore azienda dell’isola è Santadi o meglio Cantina di Santadi, azienda nata con lo scopo di tutelare il lavoro dei vari viticoltori locali. Zona geografica: Sulcis. Vitigno simbolo: il Carignano, uva che per molto tempo si è imbarcata verso il nord (Piemonte in primis) come vino di taglio, ma che grazie al lavoro di alcune aziende tra cui Santadi oggi vive di vita propria e dà vita ad un autentico prodigio, il Terre Brune, vino che anch’esso si è fregiato del titolo di “Miglior Rosso d’Italia” e che contende il primato dell’isola al Turriga. Ma concludiamo la carrelata su Santadi e ritornando sui bianchi, gradevoli (non sbaglia un colpo Santadi…) ma non a livello dei rossi: gradevole e decisamente abbordabile (sui 4-5 euro) il Villa Solais, vale lo stesso discorso per il Cala Silente. Si tratta in entrambi i casi di Vermentino. |
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