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Numero 70 - 1 Giugno 2010 - Interrogativi europei
Rivista di Libero Pensiero
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“Sullo sfondo blu del cielo del Mondo occidentale, le stelle rappresentano i popoli dell'Europa in un cerchio, simbolo di unità... proprio come i dodici segni dello zodiaco rappresentano l'intero universo, le dodici stelle d'oro rappresentano tutti i popoli d'Europa - compresi quelli che non possono ancora partecipare alla costruzione
dell'Europa nell'unità e nella pace.” (Consiglio d'Europa. Parigi, 7-9 dicembre 1955) Lasciate a casa il passaporto: questo mese l’Arengo vi porta in viaggio in Europa.
La crisi economica mette in luce le fragilità del Vecchio Continente e ci impone numerose domande: in che stato si trova l’Unione? Ci risponde il politologo polacco Roman Kuzniar, intervistato da Stefano Condello. E qual è il ruolo dell’Europa nel mondo? Dopo un’analisi introspettiva (scopriamo quanto siamo europei attraverso il Questionario sull’Europa), inizia il viaggio vero e proprio: la Gran Bretagna di Cameron, l’isolata Bielorussia, le ambizioni dei Balcani, la Dublino di Joyce; con l’esordiente Gabriele Ciminelli scopriamo poi la trascurata Estonia. E ancora: qual è il ruolo dell’Italia in Europa? Come lavora la Commissione per favorire la concorrenza? L’Unione è leader nelle politiche climatiche? Che valore ha il progetto Erasmus? Fermiamoci e buttiamo un occhio verso l’alto osservando i cambiamenti di Giove e scrutando il cielo, in attesa dell’esplosione del vero caldo estivo. E mentre iniziano i Mondiali in Sud Africa, qui in Italia si polemizza sulla Tessera del tifoso. E per chi volesse rimanere a Bologna, l'8 Giugno 2010 in sala Borsa si terrà la giornata di studio sulla rappresentazione adolescenziale, organizzata dagli amici della associazione Hamelin
A tutti BUONA LETTURA! Internazionale Questionario sull'Europa di Paola Adami La Politica di Difesa Europea: una missione civilizzatrice? di Donatello Osti Gran Bretagna: il governo Cameron e le relazioni con l'UE di Dario Macrì L'esempio della Bielorussia: Libertà e Sfortuna di Alberto Miti I Balcani in Europa di Daniele De Maria Politica Dopo il Mercato Interno di Federico Pancaldi L’Italia nel sistema politico europeo di Filippo Clò Impressioni da Settembre: vivere l'Italia dall'estero di Maria Chiara De Sando (Ri)costruire di Giuseppe Cantelmi Bologna Cartoline dalla terra di nessuno di Simone Piccinini Il Mondo nel Pallone
No alla tessera del tifoso di Tobia Desalvo Intervista Intervista a Roman Kuzniar: Sullo stato dell'Unione Europea di Stefano Condello Economia e Mercati La crisi greca e le fragilità dell'Europa di Gaetano D Adamo La politica europea della concorrenza in tempi di crisi: passato, presente e futuro di Claudia Desogus Dietrologia sulla politica climatica europea di Stefano Clò In Erasmus alle Canarie per salvare l'Europa di Chiara Mariotti Richiami dal Baltico di Gabriele Ciminelli Tempo e spazio liberi Vacanze alla romana di Michele Dessì Letteratura e Filosofia Le dodici stelle... di Elisa Beretta L'infelice gente di Dublino di Livia Di Giacomo Petrarca e la prima coesione europea di Pier Paolo Amodeo Scienza Se la striscia non c’è più… di Enrico Roncarati Meteo Mundial di Costantino Di Lazzaro http://s3.images.com/huge.16.84309.JPG www.larengodelviaggiatore.info Questionario sull'Europa di Paola Adami Quando ho saputo che il tema di questo numero dell’Arengo sarebbe stato l’Europa, il mio pensiero è andato subito alla crisi greca e all’Euro in caduta libera sul Dollaro. Poi ho deciso di andare oltre l’attualità e di provare a fare una riflessione più personale su che cosa significhi essere europea piuttosto che italiana e vivere nel Vecchio Continente. A livello pratico per me l’Europa o più precisamente l’Unione Europea ha voluto dire Erasmus, Euro, il privilegio di avere un Passaporto che mi permette di viaggiare quasi ovunque senza troppi intoppi burocratici e cure gratuite in tutti i Paesi dell’Unione. Da queste considerazioni sono nate le domande che sono state inviate qualche giorno fa attraverso la pagina dell’Arengo su Facebook e che riporto di seguito.
Alla prima domanda il 68% di coloro che hanno risposto ha dichiarato di sentirsi più europeo. È curioso però che quasi un quarto di loro abbia specificato di sentirsi emilano-europeo piuttosto che lombardo-europeo, mostrando un forte legame con la regione d’origine e, allo stesso tempo, proiettati in una dimensione europea (e scavalcando di fatto quella nazionale). Il 36% ha dichiarato di aver partecipato a un programma di mobilità dell’Unione Europea. La maggior parte ha usufruito di una borsa Erasmus e le destinazioni più gettonate sono state la Spagna, la Germania, la Francia e l’Irlanda. Nessuno ha svolto il Servizio Civile Europeo. Solo il 21% ha lavorato in un Paese dell’Unione e salvo alcuni casi per brevi periodi (uno o due anni al massimo). La maggior parte in Inghilterra, Spagna, Irlanda, Francia e Germania. Il Paese in cui la maggior parte vorrebbe vivere è la Francia, seguita dalla Spagna, dall’Inghilterra e dalla Danimarca. I Paesi invece meno amati sono quelli scandinavi (quasi sempre specificando per ragioni climatiche), seguono i Paesi dell’Est in generale, la Polonia, la Germania e l’Inghilterra. L’87% si è dichiarato favorevole all’Euro e quasi il 70% preferisce l’Europa dei Forse un Italiano non sarà mai assimilabile a un Norvegese anche se la globalizzazione dovesse fare miracoli. La speranza è quella che si crei una solida identità culturale europea che ci faccia sentire sempre parte di un unico Continente. Un grazie a tutti coloro che hanno risposto! www.larengodelviaggiatore.info Gran parte dell’opinione pubblica Europea ritiene gli Stati Uniti i poliziotti del mondo - grazie alla loro potenza politica, economica e militare – gli USA sono in grado di proiettare la propria forza ed influenza in tutte le regioni del mondo. Anche per questo gli USA sono spesso considerati unilateralisti, guerriglieri e visti agli antipodi della missione civilizzatrice europea. Mentre l’influenza americana nel mondo si avvera attraverso il “potere duro” o meglio l’hard power cioè il predominio incontrastato a livello tecnologico e militare, l’Europa viene spesso etichettata come “potere morbido” o soft power capace grazie al rispetto per le leggi internazionali ed al potere delle idee di influenzare la politica internazionale. Senza voler discutere quale sia il ruolo degli USA è interessante soffermarsi sulla politica estera europea.
Qual’è il ruolo dell’UE nel mondo? Noi Europei possiamo veramente considerarci parte di una più alta missione civilizzatrice? È vero che l’Europa elargisce più fondi a paesi in via di sviluppo che qualsiasi altra regione nel mondo, è vero che l’UE combatte il cambiamento climatico ma, di fatto, a livello strategico l’Europa conta troppo poco. Lo testimoniano le missioni di pace che l’Europa ha affrontato nell’ultimo decennio, quasi tutte sono state di piccole dimensioni e poco rilevanti. L’attenzione della comunità internazionale è sempre più diretta a stati come Iran, Pakistan, Yemen, Somalia nei quali i rischi maggiori vengono dalle ripercussioni di eventuali azioni militari ed è invece riconosciuto che il modo migliore per affrontare la situazione è attraverso azioni più morbide, il momento dell’Europa potrebbe essere arrivato. In verità guardando alle 12 missioni a cui l’UE partecipa è molto facile capire quanto poco rilevante sia il ruolo dell’Europa. Gli esempi più eclatanti sono in Afghanistan e Iraq, nel primo caso l’UE non è stata in grado di reclutare abbastanza funzionari per ricoprire i 400 posti disponibili; nel secondo, la cui missione è formare le forze dell’ordine Irachene gli Europei non possono neanche entrare all’interno dell’Iraq. Visti questi due casi sarebbe opportuno ripensare la politica civilizzatrice Europea, dopo tutto Afghanistan e Iraq sono le missioni più importanti per l’Europa. Le altre 10 missioni sono prevalentemente in Africa e nei Balcani con l’eccezione di una missione di pace in Georgia ed una in Indonesia. Mentre ogni missione di pace è diversa, l’Europa ha reagito meglio quando ha dovuto completare o continuare una missione di pace già avviata dall’ONU. Si potrebbe quindi concludere che il ruolo dell’Europa è determinante solo quando vi è l’avvallo dell’intera comunità internazionale – Stati Uniti compresi. Questa posizione però mette in cattiva luce la leadership europea. L’unica missione, sui generis è l’operazione in Somalia nella lotta contro i pirati nel Golfo di Aden. In questo caso, l’UE è riuscita a rispondere efficacemente e velocemente alle richieste della comunità internazionale. I pirati non sono di sicuro il nemico più pericoloso, ma la risposta Europea – parte di una task force multilaterale – è rimasta compatta e affidabile. Rimane comunque il problema di definire quale sia il ruolo strategico dell’Unione nel mondo. Al momento la crisi Greca ha spostato l’attenzione sull’economia, ma per formare un Europa forte è indispensabile riflettere su quale sia il punto di forza Europeo a livello strategico. Sembrerebbe che questa forza civilizzatrice debba ancora essere ben definita.
www.larengodelviaggiatore.info Con le elezioni politiche del 6 maggio scorso i cittadini britannici hanno deciso di porre fine a tredici anni di ininterrotto governo laburista. La vittoria è andata ai conservatori di David Cameron che, non avendo raggiunto la maggioranza assoluta dei seggi, hanno dato vita ad un governo di coalizione con i liberal-democratici di Nick Clegg, nuovo fenomeno della scena politica inglese (anche se per il momento solo “mediatico”, alla luce del deludente risultato elettorale del suo partito).
Per quel che riguarda la politica estera, il matrimonio tra conservatori e liberal-democratici sembra a prima vista piuttosto complicato: i primi, infatti, si dichiarano da sempre “euroscettici” e intendono mantenere una relazione privilegiata con Washington, mentre i secondi, oltre ad essere il partito britannico più favorevole all’integrazione europea, nel loro manifesto elettorale hanno avvertito dei «pericoli di un rapporto di sudditanza con gli Stati Uniti».
Ma se i rapporti tra Regno Unito e USA non sono stati argomento del compromesso tra i due partiti (poco o nulla cambierà nel legame tra Londra e Washington) delicato è stato il negoziato sulla politica verso l’Europa. In sintesi, i lib-dem hanno accettato due punti cardine del programma elettorale dei conservatori: per i prossimi cinque anni esclusione di ogni ipotesi d’ingresso della Gran Bretagna nella zona euro e adozione di una legge che obblighi a sottoporre a referendum popolare ogni (eventuale) trasferimento di sovranità all’Unione Europea. In cambio l’ex europarlametare Clegg ha ottenuto che i conservatori rinunciassero all’apertura di negoziati con Bruxelles per ottenere un’esenzione dalla legislazione comunitaria in materia sociale e del lavoro e dagli effetti della giurisdizione della Corte di giustizia europea sul diritto penale britannico.
Questo accordo consente di limare la piattaforma elettorale decisamente euroscettica dei conservatori. Tuttavia altre preoccupazioni si sono sollevate in Europa a seguito della nomina di William Hague come nuovo Ministro degli esteri britannico. Per intenderci, Hague è colui che all’indomani delle elezioni (e dunque prima dell’accordo coi lib-dem) ha divulgato un documento all’interno del suo partito (svelato dal quotidiano “The Observer” il 9 maggio) in cui dichiara che con il prossimo governo le relazioni della Gran Bretagna con l’UE cambieranno, assicurando che sotto il suo mandato non ci saranno cessioni di sovranità all’Unione ed aggiungendo che farà di tutto per “rimpatriare” i poteri in materia sociale, penale e occupazionale, oggi sotto la giurisdizione comunitaria.
Inoltre il nuovo Foreign Secretary inglese in passato si è distinto per aver ritirato i tory dal Partito Popolare europeo (PPE), e aver formato in seno al Parlamento di Strasburgo un gruppo che si pone come primo obiettivo la ferma opposizione ai cosiddetti euro-federalisti. Dei Conservatori e Riformisti europei (ECR, così si chiama questo nuovo gruppo parlamentare formatosi subito dopo le elezioni europee del 2009) fanno parte i polacchi di “Libertà e giustizia” del defunto presidente Lech Kaczynski e i cechi di Piattaforma Civica Democratica, oltre a vari singoli deputati di provenienza diversa (e, in alcuni casi, imbarazzante: ad esempio l’attuale presidente del gruppo ECR è un ex membro di un partito polacco antisemita).
D’altronde, Cameron ha voluto tranquillizzare sia Bruxelles sia il suo alleato Clegg nominando a sottosegretario agli Affari europei il moderato David Lidington, che, come ci riferisce il “Guardian”, rispetto all’UE ha un atteggiamento se non “entusiasta”, quanto meno “realista”. Lo stesso Primo Ministro inglese ha manifestato un atteggiamento positivo nei confronti dell’UE nei suoi primi incontri a Berlino e Parigi, che hanno avuto come tema principale la discussione sulle risposte che l’Europa deve dare al riacutizzarsi della crisi economica.
Proprio la difficile situazione economica del Regno Unito, con un enorme deficit pubblico e una sterlina diventata una valuta piuttosto debole nei confronti di dollaro ed euro, potrebbe avvicinare l’isola al resto del continente, come desidererebbe Clegg. Comunque, in questo contesto, gli analisti ritengono che le politiche del nuovo governo inglese non creeranno problemi alle relazioni tra Regno Unito e Unione Europea. Al contrario, potrebbero sorgere contrasti nella coalizione: basti pensare che i due partiti votano in maniera opposta all’Europarlamento. Proprio dieci giorni dopo l’avvio della nuova alleanza, a Strasburgo i lib-dem hanno appoggiato in maniera entusiasta l’adesione dell’Unione alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), Corte penale internazionale e Statuto di Roma, mentre i tory hanno espresso senza riserve la loro contrarietà. Del resto, persino all’interno dello stesso Partito conservatore, gli euroscettici di ferro potrebbero rimanere scontenti delle concessioni fatte da Cameron ai lib-dem.
In conclusione, è difficile che Cameron segua il consiglio datogli da Sarkozy di coniugare la fiera difesa dell’identità nazionale ad un’azione realmente positiva nell’UE. Nessuno se lo aspetta, probabilmente neppure il suo alleato Clegg. Ma sarebbe un altro duro colpo per l’Europa se il nuovo inquilino del numero 10 di Downing Street cedesse allo zoccolo duro del suo partito, mettendo in atto una politica isolazionista ed ostile verso il continente. www.larengodelviaggiatore.info Il 15 maggio scorso, a Minsk, capitale della Bielorussia, si è svolta la prima parata nella storia del paese per i diritti degli omosessuali, evento noto in tutto il mondo come Gay Pride.
Non molti i partecipanti ma uniti e determinati. Il Governo ha cercato di opporsi in ogni modo allo svolgimento dell’evento. Prima senza dare motivazioni serie. Poi le autorità si sono appellate a un’assurda legge che vieterebbe di celebrare manifestazioni pubbliche a una distanza inferiore ai 200 metri da passaggi sotterranei ed entrate di metropolitane. Gli organizzatori dell’Orgoglio Baltico (questo è il nome che il pride ha preso nei territori baltici), lungi dal farsi scoraggiare da questi tentativi di sabotaggio, hanno ridisegnato il tragitto della parata e hanno manifestato comunque portando con loro la determinazione e l’allegria tipica di questo evento. Le loro uniche armi erano slogan, bandiere della pace e canti orecchiabili. Armi spaventose. Forse proprio per questo devono aver fatto paura alle autorità che non hanno esitato due volte a mobilitare le unità speciali della polizia e a disperdere il corteo a colpi di manganello. L’intervento della polizia ha creato un panico generale cui poi è seguito l’inseguimento e l’arresto forzato di una decina di partecipanti al corteo. Questo è solo l’ultimo di una lunga serie di episodi vergognosi avvenuti in Bielorussia, un paese di cui tutti abbiamo sentito parlare ma che pochi conosco veramente. I Bielorussi sono un popolo molto fiero delle proprie origini. In tutte le scuole dell’obbligo viene studiata accuratamente la storia e la lingua bielorussa, anche se quest’ultima ormai è usata solo dagli anziani e le nuove generazioni la studiano come nei nostri licei si studia il latino. Nelle facoltà universitarie a indirizzo umanistico c’è l’esame obbligatorio di storia bielorussa e in tutte c’è l’esame obbligatorio d’ideologia della nazione bielorussa. I Bielorussi furono tra i primi popoli dell’Impero zarista a ribellarsi e ad abolire la servitù della gleba, nel 1861. Durante le guerre mondiali questi territori furono teatro di numerosissime battaglie e le città maggiori vennero ripetutamente rase al suolo dai bombardamenti. Dal 1921 la Bielorussia era entrata a far parte dell’URSS, dalla quale uscirà solo nel 1990. Uno degli episodi più importanti e tristemente celebri nella storia di questo paese è senz’altro l’incidente avvenuto nel 26 aprile del 1986 in territorio ucraino, nella centrale nucleare di Chernobyl. La nube radioattiva che fuoriuscì dal reattore n°4 della centrale nucleare coprì una ventina di paesi europei, ma è in Bielorussia che fece i danni maggiori. È su questi territori che precipitò oltre il 70% delle sostanze radioattive espulse, inquinando con radionuclidi il 23% dell’estensione territoriale dell’intero paese. Furono resi incoltivabili più di 2000 km2 di terreno agricolo. Sessanta aziende agricole furono costrette a chiudere i battenti e ventidue giacimenti minerari vennero abbandonati. Migliaia di persone si ritrovarono improvvisamente senza lavoro, in un territorio malsano, insalubre, inospitale e inutilizzabile. Molti persero la propria abitazione. Ma la conseguenza peggiore fu senza dubbio il vertiginoso aumento dei tassi di mortalità infantile e del numero di casi di linfomi e malattie genetiche che subito dopo la deposizione del materiale radioattivo ha cominciato a opprimere la popolazione. L’inutilità dei territori contaminati inoltre, ha fatto si che si creasse un progressivo spostamento della popolazione dai villaggi alle città, in cerca di lavoro e di sicurezza. I villaggi sono diventati sempre più delle baraccopoli, molte delle quali non hanno nemmeno acqua corrente o luce. Le città, sovraffollate, non sempre hanno avuto la possibilità di offrire lavoro a tutti e la disoccupazione è schizzata alle stelle, portando con sé un aumento dell’alcolismo e dell’abbandono di bambini. Il governo bielorusso, a dire il vero, fu estremamente efficiente e promulgò subito diverse leggi “speciali” per i territori colpiti dalla calamità, riuscendo parzialmente ad arginare i danni e a rendere possibile una futura ripresa. Dopo l’uscita dall’URSS, nel 1994 la Bielorussia elesse il suo primo, e da quel momento in poi unico, presidente: Aleksandr Lukašenko. Lukašenko riveste la sua carica da quasi 16 anni, ininterrottamente. Iniziò la sua carriera presentandosi al popolo come ultimo paladino del comunismo sovietico, sostenendo di essere stato l’unico ad aver votato contro lo scioglimento dell’Unione Sovietica e schierandosi apertamente contro le riforme di mercato e privatizzazione e contro la corruzione della vecchia classe dirigente del governo bielorusso. Con questa immagine accattivante, non poteva non fare breccia nei cuori e nell’immaginazione dei Bielorussi che in quel periodo vedevano molto da vicino la profonda crisi economica e l’imbarazzo che la Russia di Boris Eltsin stava vivendo. Lukašenko venne così eletto con una maggioranza schiacciante. Nel 1996, accusato dalla maggioranza dei membri del parlamento di violazione della costituzione, grazie all’aiuto di alcuni mediatori russi, organizzò un referendum con il quale riuscì ad ottenere il prolungamento della sua carica da 4 a 7 anni e un notevole aumento di potere che gli consentì letteralmente di “epurare” il parlamento da 89 membri ritenuti sleali. Negli anni successivi, sempre grazie a opportuni referendum guardati con molto sospetto dall’Unione Europea e dal Dipartimento di Stato statunitense, Lukašenko riuscì a eliminare i limiti dei termini presidenziali e quindi a essere rieletto (sempre in maniera non totalmente chiara) nel 2006. Inutili gli appelli alla Corte Costituzionale presentati dagli oppositori. Grazie alla sua carriera politica, al suo spregiudicato uso dei mezzi di comunicazione di massa, della censura e della polizia, Lukašenko è considerato uno degli ultimi dittatori europei. La repressione del GayPride è solo l’ultima di una lunga serie di repressioni che il suo governo ha perpetrato nei confronti di ogni forma di manifestazione di libero pensiero. Prendendo in esame i soprusi compiuti anche solo in questi primi mesi del 2010 si potrebbero riempire almeno dieci pagine di un quotidiano. Il 13 gennaio il vice-ministro della Giustizia ha pronunciato un discorso di avvertimento contro la BAJ (associazione bielorussa dei giornalisti) con il quale ha dichiarato che l’associazione non è un mass media (quindi per la legge bielorussa non ha il diritto di fornire informazioni) e ha dichiarato illegale il centro di assistenza legale che la BAJ mette a disposizione dei giornalisti (centro tra l’altro perfettamente legale in quanto previsto dagli statuti della BAJ approvati dal ministero della giustizia da più di sette anni). Il 3 febbraio la polizia ha tentato 2 volte di fare irruzione nell’abitazione privata di un giornalista di Belsat TV, un canale satellitare privato, assediando l’appartamento per due ore e staccando anche la corrente. Il 4 febbraio un tribunale di Minsk ha condannato un altro giornalista di Belsat TV per “hooliganismo minore” a dieci giorni di prigione. Sempre a febbraio inoltre è stato promulgato un decreto grazie al quale internet viene messo sotto stretta sorveglianza, obbligando tutti i clienti degli internet café, di provider web o di altri servizi di telecomunicazione bielorussi a farsi riconoscere prima di accedere alla rete, registrando nome, cognome, ID e ora di inizio e di fine della sessione web. A marzo, due testate giornalistiche, Nash Dom e Viterbsky Kurier, si sono viste confiscare i numeri del 25 in una città a est del paese, per un totale di quasi 34’000 riviste ritirate. Sempre in marzo la Corte Suprema ha assecondato la richiesta del ministero degli interni di impedire alla BAJ di concedere il cartellino di “addetto stampa” ai giornalisti indipendenti, rendendo così i giornalisti free lance stranieri dei criminali e quindi passibili di pene detentive. Per chiudere in bellezza, citiamo anche le intimidazioni ad una giornalista investigativa, Maryna Koktysh, che il 17 febbraio si è vista confiscare il computer e molti dei suoi documenti dalla polizia. L’organizzazione Reporters Sans Frontières si occupa da anni della situazione dei media bielorussi e pubblica in continuazione articoli di denuncia per aiutare i giornalisti vittime di soprusi a far sentire la propria voce e a sfuggire alla morsa della censura. Dopo un primo periodo in cui Lukašenko aveva sottolineato l’importanza di un’alleanza economica tra Russia e Bielorussia, recentemente, anche a causa del raffreddamento dei rapporti tra i due paesi, dovuto per lo più al controllo dei gasdotti che attraversano la Bielorussia, il governo di Minsk ha intrapreso un processo di graduale avvicinamento alla Comunità Europea, inaugurato da una serie di viaggi di Lukašenko in vari paesi. Fino al 2008 al “padre della patria” (è così che a Lukašenko piace farsi chiamare) veniva vietato il visto di ingresso per tutti i paesi dell’UE. Non si capisce perché ora invece sia così ben accetto. Il presidente bielorusso è stato accolto a braccia aperte anche dal papa, al quale si è presentato come grande paladino del cristianesimo nell’Europa dell’est. Il primo capo di stato a fargli visita è stato proprio il nostro presidente del consiglio, ironia della sorte anche lui non proprio in buoni rapporti con chi dimostra attaccamento alla libertà di parola. Non si può resistere alla tentazione di concludere con le parole che Berlusconi ha ritenuto necessario pronunciare durante la conferenza stampa tenutasi a Minsk in occasione della sua visita. Rivolto a Lukašenko: “Tanti auguri a lei, al suo governo e alla sua gente, che so che la ama e questo è dimostrato da tutti i risultati delle elezioni che sono di fronte agli occhi di tutti e che tutti noi conosciamo e APPREZZIAMO.” www.larengodelviaggiatore.info Il 25 giugno 1991 il Parlamento sloveno si riunì per discutere e votare l’indipendenza dalla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia; contemporaneamente la Croazia si dichiarava indipendente. In un istante, la creatura del Maresciallo Tito si sbriciolò rovinosamente, facendo cadere la regione balcanica nel caos, dando inizio al primo conflitto sul territorio europeo dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Alla Guerra dei 10 giorni in Slovenia seguirono la guerra in Croazia (1991-1995), in Bosnia-Erzegovina (1992-1995) e Kosovo (1996-1999). Lo stabile equilibrio etnico mantenuto nei decenni da Tito e dall’ideologia socialista anti-stalinista, degenerò in vendette, genocidi e crimini di guerra, sconvolgendo l’area e dando vita a nuove entità nazionali.
Oggi lo scenario è ben diverso, con tutta la regione balcanica proiettata verso l’Europa. Il territorio un tempo occupato dalla Jugoslavia è diviso tra 7 stati: Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro, Kosovo e Macedonia. Fatta eccezione per la Slovenia, già membro dell’Unione, gli altri paesi ambiscono all’ingresso. Croazia e Macedonia sono formalmente candidate, mentre Bosnia, Serbia e Montenegro sono ancora potenziali candidati; discorso a parte per il Kosovo attualmente sotto protettorato UE. Vediamo brevemente la condizione di ogni singolo stato secondo il Rapporto 2009 della Commissione, che ha preso in considerazione i seguenti aspetti: democrazia e stato di diritto, diritti umani e rispetto delle minoranze, questioni regionali e obblighi internazionali, economia, giustizia e sicurezza. -Croazia- L’ingresso della Croazia nell’Unione è previsto nel 2012; l’ultimo scoglio all’adesione era rappresentato da un’incomprensibile controversia territoriale con la Slovenia per la Baia di Pirano. Le conclusioni della Commissione al Parlamento europeo hanno rilevato i progressi compiuti in ogni settore, in particolare nello stato di diritto, con un rafforzamento della democrazia. Riforma giudiziaria e amministrativa procedono ancora a rilento e necessitano di una nuova spinta; si riscontrano ancora carenze nella lotta alla corruzione e tutela dei diritti delle minoranze. Per quanto riguarda gli obblighi internazionali si è riscontrata una positiva collaborazione col Tribunale Internazionale de L’Aja, anche se non sufficiente a causa della difficoltà da parte dell’ICTY nell’accedere a importanti documenti croati. Nel complesso la Commissione ha comunque ritenuto “le priorità del partenariato per l’adesione ampiamente affrontate”. -Macedonia- La Macedonia ha ricevuto il rapporto più lusinghiero da parte della Commissione. Si è riscontrato un forte miglioramento nel dialogo politico: le elezioni del 2009 si sono svolte in un clima ottimale e nel rispetto delle raccomandazioni degli osservatori OSCE. Le riforme della pubblica amministrazione, polizia e magistratura sono state ampiamente affrontate assieme alla guerra alla corruzione. I criteri politici sono soddisfatti. Dal punto di vista economico il paese si è dotato di un’economia di mercato funzionante, sono però ancora necessarie riforme strutturali. L’ultimo scoglio sembra riguardi l’irrisolvibile diatriba con la Grecia che rivendica la sovranità sul nome “Macedonia” per la propria regione settentrionale. La Commissione utilizza ancora il nome provvisorio di Ex repubblica jugoslava di Macedonia con cui il paese è riconosciuto a livello internazionale. I negoziati tra i due contendenti vengono gestiti dalle Nazioni Unite. -Bosnia Erzegovina- La situazione in Bosnia è critica: negli ultimi anni la sua condizione è degenerata sotto ogni aspetto allontanandola da una candidatura formale. Le tensioni tra le tre comunità etniche – Serbi, Croati e Musulmani - si sono riacutizzate, separando ulteriormente la Repubblica srpska (serba) dalla Federazione croato-musulmana. In base a quanto previsto dagli accordi di Dayton/Parigi, i requisiti elencati nell’Accordo di Stabilizzazione e Associazione (ASA) del 2008 prevedono una seria e profonda riforma costituzionale, la riforma delle forze di polizia a garanzia della sicurezza interna, il risanamento economico da attuarsi attraverso privatizzazioni. Nonostante gli stimoli dell’Unione, le riforme necessarie per rispettare i requisiti previsti non sono state affrontate efficacemente. Manca consenso e volontà politica per l’avvio di un effettivo e autonomo cambiamento, con pochi progressi verso un’economia di mercato funzionante. Ma soprattutto, lo status di semiprotettorato, sotto il controllo dell’Ufficio dell’Alto Rappresentate (OHR) della comunità internazionale, rende il paese attualmente incompatibile all’ingresso nell’Unione. -Serbia- La Serbia vede nel Governo Berlusconi il maggiore alleato, ma nell’Olanda il peggior nemico. Quest’ultima rimane fortemente condizionata dalla latitanza dei due criminali di guerra Ratko Mladic e Goran Hadžić, nonostante la collaborazione del Governo (europeista) serbo col Tribunale de L’Aja. Si è osservato un positivo lavoro da parte del Governo nell’avvicinare il paese all’UE, consolidando democrazia e stato di diritto. La tutela delle minoranze e i diritti civili e politici sono garantiti. L’ultima barriera è rappresentata dall’ovvia ostilità della Serbia nei confronti del Kosovo; la Commissione auspica un atteggiamento più conciliante. -Montenegro- Affinché la domanda all’adesione presentata nel 2008 abbia un seguito, il Montenegro deve lavorare soprattutto su corruzione e sull’implementazione delle capacità amministrative. “Il Parlamento ha bisogno di rafforzare considerevolmente la propria efficacia in quanto organo legislativo”. Le elezioni di marzo 2009 sono comunque state un successo, con il rispetto dei parametri imposti da OSCE e Consiglio d’Europa. -Kosovo- La posizione del più giovane degli stati balcanici è a dir poco difficile. Il primo ostacolo alla candidatura è rappresentato dall’ostilità di Spagna, Cipro, Grecia, Slovacchia e Romania che ne rifiutano il riconoscimento. Nonostante i progressi riconosciuti nei vari campi, rimangono lacune nella garanzia dello stato di diritto. Inoltre, le ostilità nei confronti della minoranza serba da una parte, e la reticenza da parte di questa ultima a partecipare attivamente alla vita politico-istituzionale di Pristina dall’altra, rappresentano un grave problema nel proseguire il percorso europeo. Vista la complessità dell’area ed eterogeneità etnica presente anche nei singoli stati, i progressi compiuti sono comunque complessivamente positivi. Nonostante l’obiettivo per questi stati sia l’Europa, il maggiore e più influente protagonista dell’area è rappresentato dagli Stati Uniti. Non è un mistero che la NATO, dopo aver assimilato Slovenia e Croazia, sia intenta a corteggiare gli altri stati. Già avviati i trattati di pre-adesione con Macedonia e Montenegro, incluse nel Membership Action Plan (MAP), mentre Bosnia e Serbia si trovano ancora nel preliminare Intensified Dialogue. In questo contesto la posizione dell’Europa risulta spesso scomoda: in particolare in Bosnia, dove, come visto, ci sono minacce all’integrità territoriale, il grado di influenza dell’UE è marginale, lasciando, di fatto, potere decisionale a Washington. Rapporto 2009 Commissione >>> http://ec.europa.eu/enlargement/press_corner/key-documents/reports_oct_2009_en.htm www.larengodelviaggiatore.info Dopo il Mercato Interno di Federico Pancaldi L’idea che gli uomini si fanno dei cavalli alati della Storia è alquanto varia. C’è chi nella parte ci vide il Cristianesimo, chi Napoleone, chi le masse proletarie e chi il mito della razza. Con meno fantasia, per la pacificazione del Continente gli Europei contemporanei hanno scelto il Mercato (Interno). Forza impersonale perché annidata in ognuno di noi – in quanto consumatori, produttori, viaggiatori – l’idea della libertà economica, di spazi aperti al movimento tanto delle persone quanto di beni materiali e immateriali è stata brandita in vario modo per legittimare la costruzione di quello che ora chiamiamo Unione Europea. Operazione mirabolante considerati i risultati di portata storica. Ma drammaticamente incompleta.
Come disse un ispirato Stiglitz qualche anno fa, “la mano del mercato è invisibile probabilmente perché non esiste”. Era forse ingenuo credere che l’interesse individuale di governi e attori economici bastasse da solo a creare rendimenti crescenti verso un’Europa sempre più stretta, prospera e giusta. E’ stato certamente ipocrita negare la politicità di scelte cariche di conseguenze (re)distributive, come se fossero velate di un manto di efficienza tecnica da cui tutti profittano allo stesso modo. Almeno nel medio periodo, in una prateria sconfinata come quella del Mercato Unico corre chi ha gambe abbastanza lunghe. I piccoli, in assenza di tutele, o si coalizzano tra loro o soccombono. Politiche sono le istanze degli uni e degli altri, che il mercato crea ma da solo non risolve. I vincoli di Maastricht alla spesa statale, la Moneta Unica, la liberalizzazione dei servizi al di sopra degli interessi di carattere sociale. L’allargamento ad Est. Dopo l’entusiasmo per l’abbattimento delle frontiere, gli anni ´90 hanno dimostrato che dalla costruzione di un regime Europeo di scambi economici tutti hanno qualcosa da perdere. E’ l’impatto fisiologico dell´unificazione di sistemi precedentemente protetti ognuno nel proprio guscio nazionale: il punto non è credere fanaticamente che le conseguenze sociali siano un miraggio di ignoranti e nazionalisti. Il punto è creare un sistema politico capace di assorbire e rielaborare i conflitti in modo esplicito ma trasversale alle Nazioni. In altre parole, le paghe infime dell´idraulico polacco sono un problema tanto dei lavoratori Tedeschi quanto di quelli Polacchi. Il gioco di specchi è quello che li mette gli uni contro gli altri. Contrappeso alla gioconda idea di un’Europa come solo libero mercato è stato tradizionalmente un gioco istituzionale che ha visto Commissione e Corte di Giustizia impegnate a costruire un sistema Europeo di tutele. Finché la prima è esistita, è stata capace di giocare di sponda con le ansie degli Stati e dei gruppi piú deboli nel mercato e ricavare spazio per misure correttive: il diritto del lavoro Europeo, i fondi strutturali, le politiche di genere e ambientali. La seconda si è assunta la responsabilità capitale di creazione di diritto attorno e a volte anche sopra il Mercato. Non certo una cavalcata trionfale nei cuori dei cittadini Europei, ma per le incompletezze del sistema si dovrebbe puntare il dito proprio contro quelli a cui ci si affida ora per garantire “democraticità” alle decisioni: i rappresentanti degli Stati membri. Al crescere dei partecipanti, della diversità di condizioni economiche e motivazioni politiche, dunque dei veti incrociati, lo spazio per una politica Europea è diventato un fazzoletto di terra. Nel 2000, il completamento del Mercato Interno è rimasto il minimo comun denominatore per un’agenda politica che ha abdicato a inconsistenti forme di Coordinamento l`ultima grande Strategia economica (quella di Lisbona) che l’UE sia stata capace di concepire. Poi, direbbe Sartre, l’essere e il nulla. La Commissione affidata ad un personaggio insignificante. La Corte di Giustizia - stregata dallo Zeitgeist del nuovo millennio – che si rimangia in pochi anni decenni di minuziosa giurisprudenza a cavallo tra libertà economiche e diritti sociali. Ora la Grecia, e finalmente scopriamo che il Mercato o è sostenuto politicamente o non é. Che fare, dunque, abbandonare tutto? Certo, liberi di essere orgogliosamente nani nazionalisti tra i giganti dell’economia internazionale. Abbandonare la Moneta Unica, depotenziare le istituzioni comunitarie a guardiani notturni delle faide tra Stati e tornare all’auto-amministrazione del declino Europeo: sia fatta la volontà degli elettori e dei loro rappresentanti. L’alternativa è meno allettante per la pancia: riconoscere che quella che fallisce è l’Unione Europea che non ha investito abbastanza su se stessa. Che ha lasciato le cose a metá: un mercato interno con istituzioni politiche e sociali di controllo nazionali; un’area Monetaria senza capacitá fiscale, corretta da interventi occasionali; una burocrazia comunitaria scollata dalla leadership politica di riferimento e senza coraggio nei contenuti. Soprattutto, un’Europa con una nemesi ritornata ad essere solo al suo interno, la frammentazione degli interessi e delle appartenenze nazionali: quanto prima l’Europa troverà una nuova sfida comune a tutti, tanto eviterà di infliggersi torture scordando che é la pace interna – non il Mercato – il fine dell’integrazione. www.larengodelviaggiatore.info La politica a livello europeo L’essenza dell’Unione Europea risiede in un complesso sistema di compromessi e negoziati. Questi non sono solo tra i governi dei vari Stati membri, cosa che non differenzierebbe l’Unione dalle altre organizzazioni internazionali, ma si sviluppano su molteplici livelli e dimensioni in un sistema di governance tutto europeo che coinvolge più attori: dalle istituzioni europee agli Stati membri, dai partiti di maggioranza ai partiti di opposizioni di ogni Stato, dalle organizzazioni sindacali alle associazioni di categoria che fanno azioni di lobby in difesa dei loro iscritti… Oramai molto diversa da quella concordata dai sei paesi fondatori negli anni Cinquanta, la struttura dell’Unione Europea è oggi sancita dal Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel Dicembre 2009 e approvato dai suoi ventisette Stati membri. Il Trattato stabilisce che il processo decisionale dell’Unione sia il risultato dell’interazione delle tre istituzioni principali: il Parlamento Europeo, che rappresenta i cittadini ed è eletto direttamente da questi, il Consiglio dell’Unione Europea, che rappresenta i singoli Stati membri, e la Commissione Europea, che ha il compito di difendere gli interessi generali dell’Unione. Le tre istituzioni sono in un continuo dialogo tra loro e solo la ricerca di un punto d’incontro può permettere di prendere le decisioni. Di fatto, non esiste un governo con un mandato elettorale che lo incarichi di attuare un programma, come avviene negli Stati. A livello europeo, solo la Commissione ha il diritto di proporre le leggi, mentre il Parlamento ed il Consiglio, nel cosiddetto processo di codecisione che il Trattato stabilisce come processo decisionale standard, funzionano come fossero due camere, le quali analizzano le proposte legislative e alla luce dei propri interessi decidono se promuoverle o respingerle. In questa intricata ricerca di compromessi ognuno lavora per tirar acqua al suo mulino – sia le istituzioni nella loro dialettica, che gli attori all’interno di ogni istituzione – e non potrebbe essere altrimenti. Il Consiglio, ad esempio, lavora per difendere gli interessi statali da un ruolo troppo pervasivo della Commissione, ma nel fare questo i ministri ed i funzionari diplomatici e ministeriali che lo compongono cercano al contempo di ottenere il massimo dei benefici per il loro Stato. Riuniti intorno a un tavolo discutono di direttive – lo strumento giuridico con cui attuare le decisioni – che toccano i più svariati temi, di differente interesse a seconda degli Stati. Se un argomento è di particolare rilevanza per un paese, il suo funzionario dovrà essere in grado di formare una maggioranza che sostenga l’istanza a lui favorevole, magari promettendo a funzionari di paesi meno interessati a quell’assunto il proprio appoggio su temi a loro più cari. Le stesse dinamiche, in termini differenti, si possono riscontrare in Parlamento, dove i parlamentari, anche se divisi per appartenenza politica, cercano di difendere gli interessi del proprio elettorato, che ha base locale nel territorio nazionale. Ad altri livelli, le associazioni di categoria, sindacati e ONG, tra gli altri, fanno azioni di “pressione” presso le istituzioni perché vengano tenuti in conto i loro interessi. La logica non è perversa come potrebbe sembrare. È semplicemente complessa. Affinché dal lavoro svolto a livello europeo scaturiscano politiche volte al bene comune nell’interesse dei cittadini, degli Stati e dell’Unione, è necessaria una tensione positiva fra le differenti componenti che vivono la realtà europea, in primis tra i diversi Paesi. Ma perché riesca ad essere “positiva” è necessario che ognuno svolga il proprio ruolo con serietà e professionalità, ovvero con competenza. Se l’azione dell’Unione sembra andare a favore di un Paese piuttosto che di un altro, ciò è dovuto alla qualità del lavoro del suo sistema paese, ovvero dell’interazione efficace ed efficiente delle sue strutture politiche, istituzionali, economiche, ma anche scientifiche, tecnologiche e culturali, volta ad aumentare la competitività internazionale del paese stesso. Come gioca l’Italia la sua partita a livello europeo? L’Italia dovrebbe essere un Paese centrale nelle dinamiche europee, sia per il ruolo storico assunto nel processo di costruzione europeo che per l’importanza della sua economia. Tuttavia il suo sistema paese ha gradualmente perso di visibilità nel panorama europeo. Ne è simbolo la perdita di ruoli chiave all’interno dell’Unione, come nel caso dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza (finito nelle mani britanniche) o nell’ultima legislatura parlamentare, dove nessun italiano ha ottenuto un ruolo da coordinatore di commissione parlamentare (importante perché permette di stabilire il calendario e l’agenda degli incontri). Le cause, come sempre, sono molteplici. Alcune strutturali. Se ne può, tuttavia, individuare una principale, ed è politica: in Italia vi è carenza di veri indirizzi politici verso cui convogliare gli sforzi del sistema paese. I funzionari italiani che lavorano a Bruxelles, forse può sorprendere, sono giovani e competenti, ma spesso e volentieri mancano di un supporto politico adeguato allo svolgimento del loro lavoro. Già in numero ridotto rispetto agli organici delle loro controparti (almeno a quelle di spessore pari all’Italia), può succedere che, giunti al tavolo delle trattative, i nostri funzionari siano ignari degli obiettivi da perseguire e quindi impossibilitati a ottenere risultati anche solo soddisfacenti. Al contrario, i rappresentanti politici a Bruxelles, soprattutto in Parlamento, sono spesso impreparati a svolgere il compito affidatogli. Programmazione e continuità sono infatti due fattori decisivi per una buona azione parlamentare e permettono di acquisire punti di anzianità ed esperienza necessari per ottenere dei ruoli chiave (come quelli persi nell’ultima legislatura). La continuità nel lavoro parlamentare è inoltre il veicolo che permette al sistema paese di far sentire le proprie richieste a livello decisionale. Un lavoro frammentato e saltuario costituisce invece un danno per tutto il sistema e la conseguente perdita di competitività del nostro paese. Il punto Il sistema europeo è un esperimento politico unico, ancora giovane, e sicuramente perfezionabile, ma che offre grandi potenzialità e grandi benefici. I Paesi dell’Unione devono imparare a lavorare in questo nuovo contesto, cercando al contempo di risolvere i loro problemi interni, anche con l’aiuto degli altri Stati se necessario. In Italia, in particolare, riusciamo a stare a galla grazie ad un sistema paese che ancora resiste. Ma dobbiamo ritrovare, o forse addirittura reinventrare, le capacità di fare politica, nonché il gusto di farla. www.larengodelviaggiatore.info “Did you really vote for him?” La mia permanenza in Spagna, iniziata nel Settembre 2009, si può sintetizzare con questa frase. Non più pizza-pasta-mandolino. Durante ogni incontro con colleghi o nuovi amici, la frase “I’m Italian” suscita la suddetta domanda. La mia risposta, con un insieme di rabbia, delusione ed, ammetto, commozione, è sempre la stessa. “È la democrazia”. Si possono contestarne i risultati ma bisogna accettarla, anche se con fatica. Ripiegare sulla prelibatezza del nostro cibo, sulla bellezza del nostro territorio o ricordare i nostri illustri avi, non basta. Inizio sulla difensiva, ma poi penso alla realtà attuale e non riesco più ad essere tanto ottimista. E la risposta continua così: “Certo, chi è al governo è stato più o meno liberamente scelto dai cittadini. E il Parlamento è lo specchio del Paese perciò non pensiate che chi siede alla Camera o al Senato sia peggio o meglio di un semplice cittadino che esercita (o non esercita) il suo diritto al voto”. E non riesco a non pensare ai grandi maestri che l’Italia ci ha regalato. Magari avessimo ancora la simpatia di Totò o la magia di Fellini, la poesia di De André o la coerenza e l’eleganza di Sandro Pertini. Magari sarebbero loro le nostre esportazioni, il Made in Italy più famoso. Intendiamoci, ogni nazione ha i suoi problemi da affrontare ed ogni Stato ha i suoi segreti che solo la storia, forse, riuscirà a portare a galla. Ma a me pare che altrove questi problemi vengano denunciati dai cittadini, ammessi dai governi e, possibilmente, risolti. In Italia i problemi sono denunciati, ma mai ammessi dal governo. Oppure corruzione, inefficienza, episodi di razzismo non sono affatto ritenuti problemi, ma magagne quotidiane per le quali non occorono né segnalazioni né, tantomoeno, provvedimenti ad hoc. Allora, c’è qualcosa che non torna. Lavorare in un ambiente internazionale, nel mio caso comunitario, è utile e stimolante sotto diversi punti di vista. La cosa che amo di più è confrontarmi con i colleghi, parlare lingue che non sono le nostre, scambiarci idee e dare finalmente risposta a tante piccole curiosità o stereotipi. E’ stando a stretto contatto con loro che mi accorgo di poter contribuire attivamente a quell’integrazione europea di cui tanto ho studiato all’università, ma alla quale non riuscivo a dare dei volti. Solo date, iter legislativi, eterne discussioni sul deficit democratico. Condivido il lavoro con signore e signori che da giovani non potevano scegliere che vestiti indossare perché cresciuti in uno Stato satellite dell’URSS, con inglesi dal passato punk o con svedesi ed olandesi che regalano sempre piccole, grandi pillole di civiltà. E ci sono anche tanti giovani, preparati al mercato del lavoro già a ventidue anni e pronti ben prima di noi ad affinare “le capacità con l’esperienza”. Quando parlo del mio Paese non riesco a nascondere l’amore che provo per l’Italia. Lavorando all’estero, cosa che ho sempre desiderato e tentato di fare, mi sono riscoperta molto vicina alle mie origini e ho trovato un orgoglio di cui non ero a conoscenza. Non è patriottismo, ma puro ed infinito affetto che mi lega alla Terra in cui sono nata e cresciuta e dove ho lasciato persone essenziali, dalle quali la lontananza è difficile da sopportare. Ne sono orgogliosa, dicevo, ma anche tanto critica. Consapevole della gravità di alcune proposte di legge, dei pericolosi attacchi alla democrazia, dell’immagine negativa che chi ci governa contribuisce a dare di noi all’estero. Durante le chiacchierate con i colleghi non riesco a non pensare al ruolo decisivo ed essenziale che ha l’Europa per l’Italia. Una protezione, una sicurezza, una tranquillità che contribuisce quotidianamente ad evitare al nostro Paese un’ulteriore deriva politico-sociale. Davanti allo stupore dei bulgari o dei danesi, dei lituani come dei tedeschi, quando parlo di crimini e misfatti dello Stivale – ma anche quando esalto lo spirito casereccio-caciarone, la simpatia, l’importanza delle tradizioni per gli Italiani – sento che l’integrazione parte proprio da una semplice cittadina come me. È come se fossi un piccolo ambasciatore, sempre pronto a difendere o a diffondere un’immagine positiva dell’Italia. Mi permetto allora di citare le parole di Roberto Saviano, pronunciate in occasione dell’ultima edizione del Salone Internazionale del libro di Torino, perché ne condivido in pieno il pensiero e perché mi aiutano a dare una definizione al mio personale senso di patriottismo di cui sopra: “Raccontare le contraddizioni del proprio Paese non significa diffamare il proprio Paese, ma significa amare il proprio Paese”. A volte è sofferente guardare le cose da qui, non poter partecipare attivamente e non avere che la possibilità di polemizzare. E’ facile giudicare da lontano, è comodo essersene andati. Ancor più sofferente è riconoscere che l’espatrio (per quanto un’esperienza in Spagna, siamo onesti, non sia affatto da denigrare!) sia stata una tappa forzata. Mi piacerebbe, finita la mia missione all’estero, poter tornare in Italia. Poter contribuire alla sua crescita, forte dell’arricchimento professionale e culturale acquisito durante il periodo iberico. Per ora non mi sento abbastanza matura per farlo, o forse è l’Italia a non esserlo. Per ora faccio quel che posso, guardo all’Europa, sogno un ritorno, spero in un’Italia diversa da quella attuale. Nel breve termine prevedo, magari, di gioire per gli azzurri e di godere anche da qui dello spirito di unità che si respira tra connazionali ogni quattro anni. Se il trittico pizza-pasta-mandolino pare essere in penombra rispetto a Mister B., il gioco all’italiana e il ricordo degli ultimi mondiali in Germania sono ancora vivi. Toglieteci tutto, ma non il calcio. www.larengodelviaggiatore.info Il 19 maggio scorso il Giro d'Italia fa tappa a L’Aquila su esplicito intervento del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, "non siete soli", le istituzioni sono vicine al capoluogo abruzzese distrutto dal sisma del 6 aprile 2009.
Il terremoto de L’Aquila è stato il terremoto mediaticamente più "invasivo" nella storia del paese. Draquila della Guzzanti è l'ultimo esempio dell'evento terremoto. Ma quali sono i numeri del terremoto? Il messaggio dei media è stato di contrasto, inchieste e propaganda si sono date battaglia sulla carta stampata e in tv. Il terremoto è un'emergenza che si divide in due fasi: la prima riguarda le ore immediatamente successive al sisma quindi gli alloggi con le tende, mentre nella seconda fase si passa ai moduli abitativi provvisori, container o case di legno. I tempi di realizzazione dei map sono mediamente di 211 giorni, 62 a San Giuliano di Puglia nel 2002, 360 giorni invece in Irpinia nel 1980. A L'Aquila i primi 30 moduli abitativi sono stati consegnati a 116 giorni dal sisma, in Umbria a 98, in Molise a 82 giorni. A L’Aquila i primi cittadini a ricevere la casa di legno sono stati gli abitanti di San Demetrio a cavallo tra agosto e settembre 2009 (http://ilcentro.gelocal.it/laquila/terremoto). Attraverso un decreto legge approvato il 29 aprile 2009, il Governo mette da parte 4,7 miliardi di euro da destinare "...in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici nella regione Abruzzo nel mese di aprile 2009 e ulteriori interventi urgenti di protezione civile." (www.governo.it) Come si legge letteralmente nel documento i soldi saranno reperiti "dall'indizione di nuove lotterie, provvedimenti anti - evasione", Le risorse non arriveranno a pioggia ma spalmate fino al 2033. Le risorse finanziarie secondo Tremonti verranno reperite anche con la spesa farmaceutica. La crisi economica che attanaglia il paese è evidente, il decreto del governo si mostra insufficiente. Di questi giorni la protesta dei comuni esclusi dal cratere, cioè di coloro che hanno avuto danni dal sisma ma sono esclusi dalla virtuale zona rossa d'intervento stabilita da Bertolaso. Protestano perché oltre ad essere esclusi dai benefici economici assistono in queste ore alla privazioni dei diritti, come l'accesso ai fondi comunitari e regionali. Fondi che spettano di diritto a tutti i comuni della regione che ora invece vengono esclusivamente dirottati sull'aquilano proprio a causa dell'inconsistenza del decreto governativo. Collasso del sistema economico regionale senza precedenti con la disoccupazione che sale al 10% anche per l'effetto terremoto, molte le attività commerciali mai ripartite da dopo il 6 aprile. Ma il decreto dopo un'attentata lettura,in un passo afferma che il governo può attingere anche nei fondi riservati alle aree sottoutilizzate e a quello delle infrastrutture. Dunque i soldi possono essere prelevati ovunque, centinaia i progetti e cantieri bloccati a causa della mancanza di fondi. Gli unici soldi "sicuri" sono giunti per gli interventi sulle chiese e i beni del Vaticano, da Roma gli interventi per i fratelli aquilani giungono tempestivi. Oggi in percentuale, a L’Aquila sono più le chiese aperte che le case. Infatti la popolazione è dimezzata, circa 26.000 le persone presenti sul territorio. il progetto c.a.s.e. ha accolto 4.500 famiglie, con un costo a metro quadro di 2.400 euro. Migliaia i terremotati che vivono lungo la costa negli alberghi, che si sentono discriminati dall'assegnazione delle casette di legno: Un terremotato in albergo costa allo stato 50euro al giorno. Sono soltanto 18.000 coloro che hanno una casa di legno. In Irpinia, secondo un'indagine condotta da Antonello Caporale, il 30 giugno 1981, il costo al metro quadro dei prefabbricati attualizzato ad oggi è di mille euro al metro quadro, meno della metà dei costi aquilani. E' lunga e tortuosa la strada della ricostruzione che nella competizione dei numeri perde di vista l'aspetto sociale del problema terremoto: l'agonizzare della città. L'Aquila è semideserta, manca la ricostruzione del tessuto sociale. La quasi totalità dei cittadini vive nei paesi limitrofi. In nessun terremoto italiano i cittadini sono stati così lontani dai propri luoghi. Il collasso del sistema dello smaltimento delle macerie è un problema enorme, immagini di rovine talmente metabolizzate da sembrare set cinematografici, finzione e realtà a L’Aquila si incontrano e separano continuamente. Dopo la bocciatura della Commissione Statuto e regolamenti del Comune de L’Aquila sulla cittadinanza onoraria a Bertolaso, la cronaca delle ultime settimane vede la vicenda di denunce e controquerele tra i consiglieri abruzzesi dell'Italia dei Valori e la Protezione Civile nazionale, oggetto: la gestione delle risorse finanziarie adoperate durante la fase post sisma del terremoto del 6 aprile 2009. www.larengodelviaggiatore.info Cartoline dalla terra di nessuno di Simone Piccinini Da anni l’associazione Hamelin si occupa di indagare l’immaginario collettivo in generale e quello giovanile in particolare, e porta avanti una pratica quotidiana di promozione della lettura nelle biblioteche e nelle scuole medie e superiori di tutta Italia. A partire da osservazioni, riflessioni, studi, contatti diretti, abbiamo delineato strategie operative che hanno lo scopo di promuovere l’alfabetizzazione ai linguaggi letterari e visivi, dunque dalla letteratura al fumetto, dall’illustrazione al cinema.
Metodologie e teorie che hanno bisogno di continui spunti per perfezionarsi e affinarsi, e che si pongono come patrimonio professionale da condividere con gli altri operatori che hanno a che fare con questa sfida.
A questo proposito, dopo corsi di formazione e aggiornamento con tanti insegnanti e bibliotecari sul territorio nazionale, abbiamo dedicato un anno di studi alle problematiche educative, e in particolare a quelle riferibili alla crescente disaffezione dei ragazzi alla lettura. Il convegno di Bologna, che chiude la sessione annuale (dopo quelli di Cagliari, Roma, Crema), si inserisce perfettamente nella cornice delineata e invita gli operatori e la comunità tutta a riflettere sulle trasformazioni in atto anche a livello di immaginario, sulla eccessiva e sospetta presenza del corpo adolescente nei media, sulla sua strumentalizzazione da parte degli attori economici.
Cartoline dalla terra di nessuno
Il “secolo di Peter Pan” si è chiuso consegnando all’immaginario collettivo un nuovo rilievo per la figura dell’adolescente, forse la vera icona di fine millennio. Il primo decennio degli anni Duemila ha continuato ad enfatizzare l’età di mezzo, che si è allargata sia come fascia (dall’infanzia ai trent’anni passati), sia come presenza nei media, nella pubblicità, nel mercato, ormai costante e sempre più ingombrante.
L’industria culturale pensata per “giovani adulti” è oggi così raffinata e influente da trainare i consumi, basti pensare che gli ultimi grandi successi planetari, da Harry Potter a Twilight, nascono proprio per questo “target”.
Il convegno “Cartoline dalla terra di nessuno” vuole avere una funzione informativa e formativa. Attraverso il coinvolgimento di relatori provenienti da differenti ambiti disciplinari, intende approfondire lo studio dell’universo adolescenziale e le modalità di interazione con esso: l’obiettivo della giornata di studi è indagare, sotto diversi aspetti, quale sia oggi la rappresentazione mediatica e sociale degli adolescenti: dunque non chi o cosa realmente siano, ma come vengono rappresentati nei libri, nei film, nelle pubblicità, in tutte le comunicazioni di massa, e che riflesso abbiano sull’immaginario collettivo e quindi sulla vita.
Il convegno si inserisce all’interno di Xanadu, un più ampio progetto culturale rivolto agli adolescenti, agli educatori, ai bibliotecari, agli insegnanti, nato in collaborazione tra Hamelin e Biblioteca Salaborsa Ragazzi, che da sei anni coinvolge scuole e biblioteche in tutta Italia.
Xanadu è stato premiato dalMinistero dei Beni e delle Attività Culturali come miglior progetto nazionale di promozione della lettura. come miglior progetto nazionale di promozione della lettura.
www.larengodelviaggiatore.info No alla tessera del tifoso di Tobia Desalvo Dal punto di vista giuridico, la tessera del tifoso è un 'programma' sollecitato da una Direttiva del Ministero dell'Interno diramata verso i suoi organismi amministrativi territoriali. Si inquadra all'interno dei provvedimenti amministrativi gestiti attraverso l'Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni sportive per il tramite del CASMS, il Comitato d'analisi sulle Manifestazioni Sportive: a questa struttura burocratica è affidata la pre-gestione dell'ordine pubblico in occasione delle aggregazioni di folla in concomitanza con eventi sportivi. Dal punto di vista giuridico è un organo del Ministero, che emette provvedimenti amministrativi e nella cui disciplina si muove.
Fin qui niente di strano, una burocrazia elefantiaca che si autoalimenta, un organismo dall'acronimo roboante in grado di giustificare un decreto di nomina di decine di membri e di consulenti (trovate tutto su http://www.osservatoriosport.interno.it), un nome tanto lungo quanto importante la missione dell'ente: la sicurezza negli stadi. Nulla di strano, appunto, che un Governo che pensa di arrestare i flussi migratori tramite la presentazione semestrale alle Questure di centinaia di migliaia di plichi di documenti certificati dalle USL, richieda alle centinaia di migliaia di tifosi italiani la compilazione solo quinquennale di un solo modulino da spedire una sola volta via fax alla Questura della città di ubicazione della propria squadra. La domanda spontanea, è che cosa se ne faranno di tutta questa carta. Come pensano di gestirla, tutta questa carta. Che effetto avrà sulla sicurezza allo stadio, questa infinita montagna di carta. Ma soprattutto, perchè mai dovrei spedire alla Questura di Genova (se sono sampdoriano e vivo a Canicattì se non a Londra o altrove) tutta questa carta? Perchè mai dovrei chiedere alla Polizia se io, libero cittadino, possa andare dove mi pare? Mando forse un fax quando salgo in macchina, strumento che uccide ben più che le pericolosissime bottigliette piene d'acqua e chiuse col tappo, e parto per un'altra Regione? Il bello della libera espressione dei regolamenti ministeriali è che attraverso una lunga sequenza di rimandi incrociati arrivano a stabilire che solo dopo l'autorizzazione della Questura è possibile acquistare l'abbonamento della propria squadra o frequentare il settore ospiti in occasione delle trasferte, e che se chi desiderasse sottostare a questa procedura di accreditamento non fosse tutelato dalla società, allora il campo di gioco potrebbe non essere ritenuto idoneo ad ospitare l'incontro. Dalla farsa si arriva alla tragedia: un organismo amministrativo impedisce a due soggetti liberi (la squadra e il tifoso) di sottoscrivere un contratto, l'abbonamento. Altro che lo 'Stato di polizia tributaria' che ormai l'opinione pubblica associa al ministro Visco: questa si chiama soppressione della libertà economica. O mi sbaglio? La cosa grave è che il mondo del calcio si piega. Chissà come mai. Chissà quante altre volte nella storia la classe imprenditoriale, il nerbo del Paese, è scesa a patti con mediocri politicanti immanicati con gli affari e il successo, ha scambiato i valori della libertà con un piatto di lenticchie. E solo dopo diversi anni ci si è accorti che si era tanto piegati da non potersi più rialzare. Il settore ospiti una volta rappresentava l'ospitalità verso l'avversario, da sconfiggere sul campo, a pallone, e sugli spalti, con la voce e la fierezza dei propri colori: adesso capita che sia vietata la vendita ai tifosi residenti fuori dalla Regione della propria squadra. Come se fosse vietato andare in montagna a chi abita in Puglia, o al mare a chi abita in Trentino. Il calcio era un momento di passione popolare, una forma di appartenenza, uno svago da vivere in compagnia: adesso è sempre più un format televisivo. Tanto più televisivo, quanto più negli stadi è l'umore del Questore a stabilire, appunto in via amministrativa, se uno striscione colorato (o disegnato) possa o meno entrare sugli spalti, se una bandierina più lunga di 150 centrimetri possa essere considerata arma d'offesa, se il ragazzo col motorino possa essere un pericoloso teppista e sprangato e sbattuto in galera: davvero, ne capitano di tutti i colori. Certo, il capo della Polizia si è affrettato a fare notare che la tessera del poliziotto non serve perchè gli abusi sono casi isolati: e allora perchè mai quella del tifoso? Forse la maggioranza dei tifosi italiani sono potenziali criminali? Francamente, non abbiamo paura. Crediamo che la storia, come lascia ben sperare il simpatico e interminabile acronimo che ricorda tanto il film di Guzzanti 'Fascisti su Marte', si stia ripetendo come farsa. Comunque, appunto per sicurezza, non ci pieghiamo. A dire il vero non ci viene neanche da ridere, perchè purtroppo la limitazione amministrativa delle libertà personali è una triste realtà e ancora di più lo è l'accettazione passiva dell'opinione pubblica che ignora lo spirito della triplice ripartizione del Potere dello Stato, l'accettazione attiva di chi sottoscrive la tessera e il diffuso isolamento delle voci fuori dal coro che vengono tacitate e denigrate. Troppo facile aggregarsi alla vulgata indignata per i benefit dei parlamentari, per i condannati in Parlamento, e non essere capaci di rendersi conto che è tutti i giorni della settimana, feriali e festivi, che i valori della Repubblica, della Costituzione, della libertà economica, di espressione e di movimento si difendono nel luogo più sacro e inviolabile di tutti: la propria inespugnabile coscienza. www.larengodelviaggiatore.info Intervista a Roman Kuzniar: Sullo stato dell'Unione Europea di Stefano Condello Roman Kuzniar è stato in passato due volte a capo del Dipartimento politiche di pianificazione e strategia del Ministero degli Esteri polacco (nel 2002 si dimise con l’avvicinarsi della guerra in Iraq) e direttore dell’ Istituto Polacco di Affari Internazionali (dal 2005 al 2007). Dal 1995 è editore-capo dello Strategic Yearbook. Mi incontro con Mr. Kuzniar in una saletta del Dipartimento di Relazioni Internazionali dell’Università di Varsavia dove insegna.
Iniziamo con una domanda generale: Qual’è lo stato attuale dell’ Unione Europea? Possiamo dire che è in buona salute? Direi che ci sono ambiti dove
Tutto ciò influenzerà la prospettiva di crescita nella UE per decenni. Alti deficit più debiti renderanno impossibile un miglioramento nei settori di innovazione e crescita. Abbiamo molte speranze e aspettative in Polonia riguardo l’Unione Europea, specialmente negli ambiti di politica estera e sicurezza. Quello che non va bene sono le decisioni che grandi paesi UE hanno preso in merito alle personalità da inserire nelle istituzioni... Possiamo vedere che personalità deboli sono state scelte deliberatamente in EU semplicemente perchè i grandi paesi europei non vogliono una competizione tra le istituzioni europee e loro stessi temendo di essere sopraffatti. In tal modo scelgono individui non abbastanza competenti, non carismatici, che in poche parole non sono forti. Nel contesto della crisi finanziaria i grandi paesi preferiscono le proprie soluzioni nazionali piuttosto che lavorare con l’ UE per questo o per quello... Per esempio l’aspettativa dell’ Unione di diventare più forte e competitiva a livello globale è evaporata di fronte agli eventi degli ultimi 2 anni: gli Inglesi hanno scelto un governo conservatore ed euroscettico,
Non c’è una forte volontà, un pensiero politico davvero forte sull’ europa e su quello che possiamo fare insieme. Siamo in un periodo meno ottimistico e interessante dell’ evoluzione europea, ma nonostante questo
Abbiamo una moneta comune ma non abbiamo un corpo istituzionale abbastanza forte per implementare l’integrazione economica e finanziaria. Ci sono punti e problemi che veramente influenzano le nostre prospettive future: ad esempio le conseguenze di 2 crisi: quella del 2008 e quella greca. Andando oltre, ci sono altri problemi per i quali su carta siamo preoccupati ma in pratica non facciamo nulla per fronteggiarli: ad esempio la demografia. In 30-40 anni l’ Europa diventerà vecchia e non avremo abbastanza giovani, nel frattempo flussi di migranti arriveranno dato che è una bella terra, stabile, sicura e ci sostituiranno, rimanendo un qualcosa di diverso da quello che sono stati e sono gli europei oggi. Questo avverrà se non troveremo una vera soluzione o una panacea al diminuire della popolazione europea. L’arrivo di consistenti gruppi da altri continenti cambierà la natura della nostra civiltà. Tutto questo accadrà fortunatamente dopo la fine della mia vita...sono cose che io non vedrò ma di cui voi giovani state già avendo una percezione. Affronterete voi con le nuove generazioni il problema del cambiamento di colore. Credo che noi europei abbiamo contribuito molto alla crescita del genere umano in molti secoli, credo che questo non sia preso seriamente in considerazione ne dai governi europei ne dai politici che pensano non sia il loro lavoro o non li riguardi. Invece lo è, dato che le istituzioni devono trattare il nostro futuro in tutti i suoi aspetti, compreso quello del futuro della nostra civiltà includendo la tutela della civiltà europea.
Mi scusi, quindi ad esempio i problemi che stanno sorgendo con i Musulmani in Francia sono solo un inizio?
Si solo un inizio, qualcosa che conferma quello che sto dicendo, che mostra la gravità della situazione. Altri arriveranno e inonderanno il continente. Il problema è che cambieranno la nostra civilizzazione, ci sostituiranno in quanto esseri umani e su questo non vedo alcun problema ma ovviamente l’europa cambierà e non sarà più quella che conosciamo. Io apprezzo molto il valore della nostra civiltà e di quello che ha significato significa e significherà. Il mio desiderio è morire con almeno alcune certezze che l’ UE sopravviverà ancora molte generazioni. Tutto ciò oggi non è sicuro.
Parlando della Polonia, che tipo di valore aggiunto ha dato il paese alla UE in questi anni?
[ride] Bhe bene...per cominciare l’ UE è diventata più grande....avrai notato che noi polacchi siamo lavoratori, relativamente ben organizzati e crediamo nell’ Europa..non siamo cosi ricchi come altri paesi europei ma crediamo fortemente nei valori europei, siamo euro-entusiasti e gli euro-entusiasti sono rari in Europa... non vediamo questo entusiasmo negli altri. La maggioranza dei Polacchi è felice riguardo alla UE e al fatto che
Direi anche che ci sentiamo più sicuri ovviamente. Su 27 paesi, siamo gli unici che nel 2009 hanno avuto una crescita positiva. A livello di GDP
L’est Europa è una parte d’Europa! Invece
Il messaggio molto importante che dobbiamo mandare è che
Crediamo nell’ ovest. L’ Europa è una parte dell’ ovest. Ci sentiamo parte dell’ ovest e dovremmo mantenere forti relazioni con il Nord America, gli Stati Uniti e il Canada. Siamo insieme e quando siamo insieme stiamo meglio, possiamo affrontare meglio i problemi. Ci sono state incomprensioni con gli Stati Uniti ma è normale, essere vicini non significa dover essere concordi su ogni cosa che dicono o seguire ogni cosa che vogliono fare. Ma è una buona cosa essere uniti in quanto ovest. Ricapitolando, ci sono almeno quattro punti che riassumono la nostra contribuzione alla UE: 1 - Forte ottimismo sulle possibilità della UE 2 - Vitalità economica e popolazione lavoratrice 3 - Programma positivo di integrazione tra l’ovest europeo e l’est 4 - Forte convinzione nel mantenere collegamenti strategici con NATO, Stati Uniti e Canada
Obama ha deciso di rimpiazzare il programma di difesa missilistico europeo in Polonia del periodo Bush con un sistema missilistico più piccolo basato su navi e in futuro anche sul dispiegamento a terra. Lei pensa che questi sistemi siano veramente necessari per la sicureza Polacca ed Europea?
Ricordo una conversazione con un ambasciatore in carica nei progetti di difesa Statunitensi quando fu qui due mesi fa. Gli dissi che ero felice che avessero cambiato progetto...quello della presidenza Bush non era necessario ed era solo una provocazione diretta che cercava di proteggerci da pericoli che non esistevano, era solo una questione di soldi ed ideologia. Questo sistema risponderà probabilmente ai reali problemi e/o minaccie, ma fra cinque anni se decideremo che non ci saranno minaccie ne avremo ancora bisogno? Dovremmo indirizzare il nostro sistema di difesa contro vere minaccie e non verso paure instillate da chi vorrebbe solo accumulare una gran quantità di denaro con questi progetti. Quindi.. non sono sicuro, il piano per l’ Europa centrale è dislocare e sviluppare tutto ciò in circa otto anni...cosa possiamo dire di quello che ci sarà fra otto anni ? nessuno lo sa, nessuno può dire nulla con certezza. Nessuno otto anni fa avrebbe previsto un periodo nero come quello dell’era Bush in Iraq e Afghanistan. Questa atmosfera politica contribuisce in senso negativo ai nostri progetti. Non enfatizzerei troppo il problema se questo sistema verrà costruito o meno, piuttosto direi che dobbiamo costruire un buon ambiente intorno a noi, fare si che ci sia fiducia tra i nostri paesi.
Qual’è la sua posizione in merito a questioni energetiche come ad esempio l’accordo Russo-Tedesco sul Nord-Stream? E la posizione ufficiale polacca?
Per quanto mi riguarda, preferirei ovviamente che il progetto passasse attraverso il nostro territorio in quanto significherebbe introiti per il paese e guadagno di denaro ma a conti fatti si tratta del loro denaro e dei loro investimenti e con il loro denaro possono fare quello che vogliono.. Lo stesso vale per le loro risorse che sia petrolio o gas, se vogliono mandarle direttamente in Germania via Mar Baltico non c’è problema...questa è la mia opinione. Non dovremmo essere offesi ne preoccupati per questo accordo tedesco russo, all’ inizio
Non sappiamo se il loro progetto funzionerà, siamo stati molto ostili e lo stesso vale per i nostri media perchè ogni volta che c’è cooperazione fra Germania e Russia ci sono ragioni storiche che provocano talune reazioni ma non è veramente questo il caso. Storia ed emozioni... siamo abiutati a questo.. ormai c’è bisogno di calma nel contesto internazionale... siamo più calmi soprattutto nel contesto delle relazioni Germania-Russia, queste relazioni non sono più viste come antipolacche.
Traduzione di Stefano Condello www.larengodelviaggiatore.info La crisi greca e le fragilità dell'Europa di Gaetano D Adamo La crisi di debito che sta investendo la Grecia e rischia di estendersi al resto dell' Europa Meridionale ha messo in luce alcune debolezze strutturali dell'Unione Europea e, più in particolare, dell'Unione Monetaria, che erano già state messe in luce da numerosi economisti, tra cui Barry Eichengreen, alla vigilia dell'introduzione dell'euro, ma finora non erano mai state all'ordine del giorno. La peculiarità principale dell'area dell'euro rispetto a tutte le altre “aree monetarie” è che, nella prima, non c'è coincidenza tra Stato e valuta circolante: sedici Paesi condividono la stessa moneta. Inoltre, diversamente dalle aree a tasso di cambio fisso o aggiustabile, l'autorità monetaria è sovranazionale, per cui non c'è un Paese che funge da leader. Una seconda debolezza strutturale dell'Unione Monetaria risiede nei criteri stessi fissati per l'adesione. Dal 1999, hanno adottato l'euro paesi strutturalmente diversi, nonostante tutti rispettassero i cinque parametri di Maastricht, e che quindi sono stati influenzati in modo molto diverso dalla valuta comune. I Pigs, come oggi vengono chiamati Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna partivano da un reddito medio e un livello dei prezzi minore della media europea. La convergenza a bassi tassi d'interesse ha creato una sorta di “euforia economica” che ha comportato crescita sostenuta ma ha anche, in Spagna e in Irlanda, favorito l'insorgere della bolla immobiliare. Come in tutte le economie che convergono a standard di vita più elevati, la crescita è stata accompagnata da un aumento generalizzato dei prezzi - e quindi inflazione maggiore rispetto alla media europea - quello che gli economisti chiamano effetto Balassa-Samuelson. Con il boom di produttività ormai esaurito e i prezzi in aumento, i Pigs hanno gradualmente perso competitività, accumulando così deficit verso l'estero sempre maggiori e un debito estero insostenibile nel lungo periodo. Un ultimo elemento di criticità istituzionale che l'Europa dovrà affrontare ed è degno di nota riguarda il ruolo e l'indipendenza della BCE. La possibilità che la BCE possa iniziare a comprare bond “spazzatura” emessi dagli Stati Membri a rischio default ha spaventato i mercati e, nell'area euro, la Germania. Il problema è il seguente: per comprare titoli, la BCE dovrebbe immettere ingenti quantità di moneta sul mercato, il che determinerebbe una notevole spinta inflattiva e ciò mina la credibilità della BCE stessa. Inoltre, sarebbe un forte segnale di perdita di indipendenza. E' questo uno dei motivi dell'attuale deprezzamento dell'euro: gli investitori internazionali e le Banche Centrali estere vendono euro perché si aspettano perda valore in caso di elevata inflazione. In realtà, questi timori sono piuttosto infondati: ciò che la BCE sta facendo non è comprare Titoli di Stato stampando moneta, bensì comprare Titoli di Stato dei paesi “periferici” e sotto attacco vendendo titoli dei Paesi più forti, in modo da ridurre lo spread tra gli stessi, che stava crescendo notevolmente a causa della speculazione. In queste settimane non è in gioco solo la sopravvivenza dell'euro o dell'Unione Europea. Gli euroscettici, dunque, dovrebbero aspettare prima di brindare alla fine della moneta unica perché, con l'euro, è in gioco l'economia di tutti i Paesi europei, e non è abbandonandolo che si risolveranno i problemi. A causa della profonda integrazione economica presente tra i paesi dell'Unione Monetaria e dell'UE, se fallisse un solo Paese, l'effetto contagio – i cui primi sintomi sono già visibili negli spread sui tassi di interesse – potrebbe investire anche Spagna, Portogallo, Irlanda e, in un secondo momento, Italia e Francia. Una crisi di debito pubblico di queste proporzioni non avrebbe precedenti; inoltre, dato il livello di integrazione finanziaria presente in Europa, i Titoli di Stato dei vari paesi membri sono detenuti dalle banche di tutta l'area euro e non solo, e gli effetti di un default (anche della sola Grecia) sarebbero devastanti sul sistema bancario. E' per questo che né si può lasciare la Grecia al suo destino, ad esempio “cacciandola” dall'eurozona, né si può con leggerezza ipotizzare di abbandonare la valuta comune. www.larengodelviaggiatore.info Nell’aprile 2009, la Commissione Europea stimava di aver approvato i piani elaborati dai governi degli Stati membri per il salvataggio delle banche europee colpite dalla crisi finanziaria per un totale di circa 3.000 miliardi di Euro, pari al 24% del PIL europeo. Molti di questi pacchetti – ma non tutti – costituiscono aiuti di stato. Un aiuto di stato è un contributo – nella forma di sussidio, di esenzione fiscale, o di prestito monetario – conferito dallo Stato ad un’impresa, che, come tale, può causare distorsioni alla concorrenza nel mercato interno e influenzare il flusso del commercio crossborder. Per questo motivo, la Commissione Europea, responsabile della corretta applicazione delle norme che presidiano l’integrità del mercato interno, ha il potere di vigilare sulla legittimità di tali aiuti, ed eventualmente di bloccarne l’erogazione o di imporne la restituzione. All’inizio della crisi, quando i governi iniziarono ad intervenire per salvare alcuni istituti finanziari dal fallimento, a Bruxelles si riteneva che le attuali Linee Guida sugli aiuti di Stato1 fossero uno strumento di disciplina appropriato, come avevano dimostrato di essere, ad esempio, nel 2003 in occasione del salvataggio da parte del governo britannico del gigante dell’elettricità British Energy. Tuttavia, dopo il collasso di Lehman Brothers nel settembre 2008 fu chiaro che queste regole erano inadeguate per far fronte alla gravissima crisi di liquidità che, a causa dell’erosione generale della fiducia del mercato, minacciava anche l’esistenza di istituti altrimenti fundamentally sound. E fu presto evidente anche che aiutare i singoli istituti finanziari, in un contesto di forte interdipendenza dei mercati, significava ripristinare la stabilità e la fiducia nel sistema bancario europeo nel suo complesso e aiutare l’economia europea ad affrontare la crisi. Così la Commissione si trovò davanti alla scelta, peraltro da prendere in tempi molto brevi, tra la preservazione di un settore bancario immune da ingerenze statali potenzialmente distorsive della concorrenza e la salvaguardia della stabilità finanziaria degli istituti ivi operanti. La scelta del giusto compromesso non era facile: da un lato c’era chi – come il governo italiano - invocava una deroga alle norme del Trattato e la legittimità tout court di qualsiasi tipo di aiuto; dall’altro lato c’era chi, purista, riteneva che la situazione non richiedesse alcuna modifica delle norme. La Commissione scelse una via di mezzo: l’applicazione temporanea ed eccezionale di disposizioni ad hoc. A partire dal 13 ottobre 2008, la Commissione ha emanato una serie di Comunicazioni sull’applicazione delle norme sugli aiuti di stato al settore bancario per far fronte alla crisi che lo aveva colpito2. In conformità a queste Comunicazioni, la Commissione ha approvato 50 piani nazionali di salvataggio nell’arco di 9 mesi. Ad un anno e mezzo dallo scoppiare della crisi, la decisione della Commissione sembra essere stata saggia. Infatti, un atteggiamento eccessivamente lassista avrebbe determinato la perdita di credibilità dell’intero establishment ed avrebbe pericolosamente consentito la prevalenza di interessi nazionali a discapito del tanto agognato level playing field. D’altro canto, una posizione troppo restrittiva si sarebbe rivelata miope ed avrebbe ingigantito i danni già prodotti. Un esempio può aiutare a chiarire quest’ultimo punto: mentre in altri mercati, la scomparsa di un’impresa avvantaggia i rivali perché dà loro la possibilità di espandere la propria quota di mercato, nel settore bancario il fallimento di una banca non arreca alcun beneficio ai suoi concorrenti. Al contrario, essi ne sono danneggiati, direttamente, se creditori della fallita, e/o indirettamente, in quanto il pregiudizio subito dai suoi clienti genera sfiducia nel mercato e nuoce all’intera economia di un Paese. Certo la Commissione non è andata esente da critiche nella gestione delle richieste degli Stati membri che si affannavano a salvare i propri campioni nazionali. Qualcuno, come i francesi e i tedeschi, ha puntato il dito contro l’ex Commissaria Kroes, accusandola di certi favoritismi che odoravano di ‘nazionalismo’. Sta di fatto che la Commissione, nonostante la pressione politica degli Stati membri, è riuscita a barcamenarsi e lo sforzo è stato premiato: gli ultimi studi indicano che le banche europee stanno riprendendo a camminare con le proprie gambe e fanno sempre meno uso degli aiuti statali3. Tuttavia, la Commissione si trova ora davanti ad una fase, quella di ritorno al mercato, che è delicata tanto quanto, se non di più, quella precedente. Infatti, con l’attenuarsi della crisi (a livello finanziario) e il venir meno dell’eccezionalità, è necessario che la disciplina generale degli aiuti di stato trovi nuovamente applicazione. Una volta fuori pericolo, ad esempio, non è più giustificato che anche banche fundamentally sound beneficino ancora degli aiuti. Allo stesso tempo, è opportuno un coordinamento (già in parte fornito dalle scadenze stabilite dalla Commissione) dei governi nazionali nel revocare i benefici concessi, in modo da evitare il rischio che alcune banche li perdano prima di altre e si trovino svantaggiate rispetto a queste ultime. Inoltre, è certamente necessario vigilare per evitare un’influenza indebita dei governi sulla politica degli investimenti delle beneficiarie, in modo da scongiurare distorsioni della concorrenza nel mercato interno. Se, dunque, l’emergenza può ritenersi cessata, il lavoro della Commissione è ben lontano dalla fine. Il nuovo Commissario Almunia ha il compito fondamentale di assicurare che la fase di ritorno al mercato avvenga sotto la guida dell’Europa e non diventi monopolio degli Stati membri né serva esclusivamente interessi particolaristici nazionali. 1 V. Linee Guida per il salvataggio e la ristrutturazione delle imprese in difficoltà, secondo le quali, solo imprese in difficoltà possono beneficiare degli aiuti, i quali obbediscono al principio ‘one time, last time’ e non durano più di sei mesi. 2 V. http://ec.europa.eu/competition/state_aid/legislation/temporary.html 3 V. http://ec.europa.eu/competition/state_aid/studies_reports/studies_reports.html www.larengodelviaggiatore.info Coerenza e coordinamento sono requisiti necessari per una vera leadership nel campo delle politiche climatiche; ruolo a cui l’Unione ambisce da quasi venti anni. Ma da dove nasce tale ambizione? Nel processo di unificazione europea – spesso accusato di limitarsi ad una mera integrazione economica e commerciale - la politica ambientale ha sempre rivestito un ruolo periferico. Non azzarderemmo troppo nell’affermare che una politica ambientale europea vera e propria storicamente non sia mai esistita. Fino agli anni ’80, essa è stata piuttosto la risultante di politiche diverse, e a volte contrastantii; ad esempio, il commercio, la sicurezza o la salvaguardia dei consumatori. Si pensi alla Politica Agricola Comune, che per decenni assorbì gran parte del budget comunitario: il supporto all’agricoltura francese - conto salato presentato alla Germania dopo la Seconda Guerra - fu determinata da logiche politiche ben distanti dai principi andati affermandosi negli anni ’70, quando i rischi ambientali legati al nostro sistema di produzione e consumo cominciarono a divenire manifesti e politicamente rilevanti. L’affermarsi di un’etica verde non sembra però sufficiente a spiegare il consolidamento della protezione ambientale come nuovo caposaldo della integrazione europea. Avanziamo quindi la seguente tesi: la politica ambientale si è affermata in reazione al fallimento di altre politiche fondamentali in cui logiche nazionalistiche hanno prevalso sull’interesse comunitario. Parliamo in particolare di tre aree strategiche: la politica estera, la politica fiscale e la politica energetica. In nome della sicurezza energetica, interessi nazionali hanno storicamente prevalso sulle regole comunitarie. Limitando l’ingresso nei mercati nazionali agli operatori stranieri (ma pur sempre europei), non solo si sono violati i principi comunitari di concorrenza, ma - di fatto - sono stati vanificati i risultati attesi dai processi di liberalizzazione ed integrazione dei mercati elettrici. È dallo stallo di altre politiche che sembra emergere l’attuale politica ambientale europea, con i suoi connotati ideologici, quasi dogmatici. Andando per esclusione, quello ambientale è stato, prima, il tema su cui l’Europa si è trovata a ripiegare e, poi, il canale preferenziale attraverso cui la Commissione ha cercato di rimediare ai suoi fallimenti passati, creando consenso politico e legiferando anche in quegli ambiti che storicamente gli sono stati preclusi. Se incapace di adottare una posizione comune e condivisa nei rapporti con la Russia o sulle decisioni di intervento militare, la politica estera europea ha trovato un punto di convergenza nelle negoziazioni climatiche, tema politically correct e dagli orizzonti temporali più lunghi di quelli della politica. Ancora, in nome della protezione ambientale la Commissione è riuscita all’inizio degli anni ’90 ad avanzare il primo tentativo concreto di imporre una carbon tax sui Paesi Membri. Ma per paura che questa tassa divenisse un precedente che avrebbe facilitato l’intrusione della Commissione nelle politiche fiscali nazionali, Germania ed altri Paesi Membri ostacolarono questa manovra, favorendo l’adozione di un meccanismo regolatorio di tipo cap and trade – il mercato europeo dei permessi di emissione. Ma oggi, in concomitanza con la crisi greca, riemerge l’ipotesi di una politica fiscale europea e si torna a discutere negli uffici comunitari di border tax sulle importazioni di beni ad alto contenuto carbonico e di carbon tax europea sui consumi di combustibili. Infine, con l’approvazione del Pacchetto Clima alla fine del 2008, che sancisce l'adozione di obiettivi di riduzione emissiva e di sviluppo delle fonti rinnovabili, la Commissione è riuscita di fatto a condizionare e indirizzare le politiche energetiche nazionali, introducendo un punto di convergenza verso cui tutti i paesi dovranno tendere. La politica climatica è oggi il principale elemento catalizzatore in Europa e la leadership ambientale è prima di tutto una questione di leadership interna, della Commissione sugli stati membri. Se questo fosse vero, allora sarebbe più facile capire perché – nonostante il fallimento delle negoziazioni internazionali a Copenaghen - la Commissione continui imperterrita a spingere sull’acceleratore, puntando verso traguardi climatici più ambiziosi ed onerosi [1] che avrebbero come effetto indiretto l’accentramento del ruolo decisionale della Commissione in diversi campi amministrativi. Davanti alle recenti congiunture economiche, questa visione “accentratrice” comunitaria rischia però di scontrarsi nuovamente con le logiche nazionali: in questa fase prolungata di stagnazione economica cresce il ruolo protezionista ed interventista dei governi nazionali. Arriviamo quindi al paradosso in cui le casse pubbliche sussidiano quegli stessi settori industriali vitali per l’occupazione e l’economia nazionale a cui le direttive europee impongono oggi i maggiori costi ambientali. Questo tiro alla fune non sembra però l’approccio più salutare per garantire l’equilibrio politico di cui oggi i mercati hanno bisogno per tornare a crescere. Coordinamento tra Commissione e governi nazionali e coerenza tra le diverse politiche economiche rimangono gli ingredienti necessari a garantire un perseguimento efficace degli obiettivi climatici (e non solo), oggi strada principale per il consolidamento del processo di integrazione politica ed economica, vera ragion d’essere delle nostre istituzioni. [1] nell’aprile 2010 la Commissione ha infatti proposto di abbassare il target emissivo, dal -20% al – 30% entro il 2020. www.larengodelviaggiatore.info Anche se e' alquanto improbabile che il pensiero stia attraversando le loro menti in questo anno accademico, i 523 membri del gruppo di Facebook “Studenti Erasmus che partiranno a Settembre 2009 per Las Palmas de Gran Canaria!!!” stanno anche loro contribuendo a rafforzare l'identita' europea e indirettamente forse ad evitare una crisi sociale in Europa. Vista l'aria che tira per le strade d'Europa, sembra una saggia decisione da parte della Commissione Europea quella di tenersi amici almeno gli studenti universitari (sempre che il potenziamento dell' Erasmus sia sufficiente a cio', dati i tagli che si prospettano all'orizzonte anche nel sistema universitario). In quanto entita' politica basata su organismi democraticamente eletti ed amministrati, l'Unione Europea ha bisogno di consenso e legittimita' per poter funzionare. Ma consenso e legittimita' persistono in periodi di crisi solo se esiste la percezione di stare partecipando ad un progetto comune volto al perseguimento di obiettivi condivisi. Ovvero se esiste una identita' collettiva o perlomeno un processo di costruzione comune dell'identita'. E' alla luce di quanto appena detto che l'Unione Europea sembra andare verso una crisi di consenso e legittimita', generata dalla fase di austerita' e stagnazione che si prospetta all'orizzonte. www.larengodelviaggiatore.info Sembra passato un secolo per l'Estonia, ma in realtà sono solo ventidue gli anni trascorsi dalla pacifica rivoluzione del canto con la quale la popolazione locale chiese il riconoscimento della propria indipendenza per la prima volta dall'invasione tedesca della seconda guerra mondiale e dalla successiva dominazione sovietica durante la guerra fredda. L'Estonia, che con i suoi 1,4 milioni di abitanti e un PIL pro capite pari al 62,1% dell'area euro (2008) costituisce la più piccola e anche la più ricca delle tre repubbliche baltiche, in questi ventidue anni è cambiata radicalmente. Il recente ok, datato Maggio 2010, della Commissione Europea e della Banca Centrale Europea per il suo ingresso nell'euro nel 2011 è, infatti, solo l'ultimo passo verso la sua completa integrazione nell'Unione Europea (ingresso nel 2004) e nel mondo occidentale. Spesso confusa con la Russia, l'Estonia presenta in realtà una propria etnia che è molto più vicina alla rettitudine scandinava piuttosto che al tradizionale lassismo sovietico, e il percorso da essa intrapreso in campo economico lo dimostra appieno. Dal punto di vista fiscale, infatti, l'Estonia dovrebbe costituire l'invidia di tutta l'Unione Europea: Nonostante l'attuale recessione che, tra l'altro, ha causato una contrazione del 14,1% del PIL nel solo anno 2009 e ha portato il tasso di disoccupazione al 15,5%, il deficit di bilancio è previsto assestarsi al 2,4% del PIL nel 2010, mentre il debito pubblico dovrebbe salire a un modesto 9,4% del PIL. Entrambi questi valori sono ben inferiori ai livelli allarmanti dei cosiddetti paesi periferici dell'Unione che hanno scatenato la recente crisi dell'euro, ma sono anche inferiori a quelli di un paese come la Germania che è spesso preso a modello di rigorosità, oltre ad essere chiaramente al di sotto dei parametri dell'ormai antiquato Patto di Stabilità e di Crescita (3% deficit/PIL e 60% debito/PIL). La brillante performance fiscale dell'Estonia è stata resa possibile dall'impostazione neo-liberista del proprio sistema economico. Durante i primi anni novanta, quando l'Estonia ottenne l'indipendenza, infatti, le teorie della scuola di Chicago erano all'apice della loro popolarità, sulla scia, anche, dei buoni risultati raggiunti dai governi Thatcher e Reagan in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Questo fattore, insieme a una chiara volontà di liberarsi del proprio passato comunista e di iniziare i negoziati per l'accesso all'Unione Europea, spinse i primi governi della neo-repubblica estone ad adottare politiche fiscali conservative, caratterizzate da bassi livelli di spesa pubblica e da un sistema di tassazione mirante a creare un paese competitivo, capace di attrarre quei capitali stranieri considerati necessari per il perseguimento di un rapido sviluppo economico. Effettivamente, l'alto grado di apertura dell'economia estone, una bassa aliquota sul reddito d'impresa e una politica monetaria affidabile hanno contribuito ad alimentare l'ingente afflusso di capitali stranieri che ha consentito all'Estonia di potersi vantare dell'economia in più rapida espansione di tutta l'UE, con picchi di aumento annuo del PIL nell'ordine del 10% nel 2000 e 2006. Il rapido sviluppo economico ha creato una classe media urbana, giovane e dinamica, che non ha nulla da invidiare a quella dei maggiori paesi industrializzati, ma ha anche causato delle distorsioni evidenti nel sistema economico. Il grande afflusso di capitali e l'ancoraggio della valuta locale all'euro hanno spinto i tassi d'interesse a scendere a dei livelli pericolosamente bassi. L'aspettativa che il boom economico potesse durare all'infinito ha fatto poi il resto. Il risultato finale è stato una bolla immobiliare paragonabile a quella della Spagna, che è scoppiata con la crisi finanziaria globale. Inoltre l'Estonia ha anche accusato gli effetti del fenomeno Balassa-Samuelson, tipico dei paesi in fase di convergenza economica, che, giocando sulle complessità del mercato del lavoro, ha portato i salari a crescere molto più della produttività. La competitività commerciale derivante dalla bassa tassazione è andata, così, gradualmente erodendosi, portando il debito estero a crescere dal 52,5% al 126,8% del PIL in appena dieci anni, dal 2000 al 2009. In questo stesso periodo il tasso d'inflazione è stato molto superiore al valore massimo consentito dal Patto di Stabilità e di Crescita per l'accesso alla moneta unica. La fase di profonda recessione in cui l'Estonia è entrata in seguito alla crisi finanziaria globale ha, però, causato un brusco stop al trend inflazionistico, consentendo così alla piccola repubblica del baltico di essere in regola con tutti i requisiti necessari per l'ingresso nell'euro. Questi prevedono un tasso d'inflazione non superiore allo 0,5% della media dei tre Stati Membri con il valore più basso di tutta l'UE, un deficit di bilancio inferiore al 3% del PIL, un debito pubblico inferiore al 60% del PIL, la stabilità del tasso di cambio con l'euro negli ultimi due anni e tassi d'interesse a lungo termine non superiori al 2% della media dei tre Stati Membri con più bassa inflazione. Alla luce dell'attuale crisi dell'Euro, i cosiddetti criteri convergenza saranno probabilmente modificati, nel quadro più generale di una revisione dell'intero Patto di Stabilità e di Crescita, rivelatosi non sufficiente a garantire proprio quella stabilità di cui si voleva far garante. Ciò che più conta, però, è che, con la loro decisione di entrare nell'area euro, le autorità estoni hanno dimostrato un'estrema fiducia nel futuro della moneta unica. Impegnandosi a parteciparvi, infatti, l'Estonia rinuncia definitivamente all'autonomia della politica monetaria, che avrebbe invece potuto usare per porre rimedio agli squilibri formatosi negli anni del boom economico. Di conseguenza, questi stessi squilibri economici dovranno essere curati con la sola politica fiscale che, per riportare il paese sulla via della competitività, dovrà essere particolarmente restrittiva, con il rischio di richiedere ingenti sacrifici alla popolazione locale, soprattutto alle sue fasce più deboli. È evidente che il processo di convergenza dei dodici nuovi Stati Membri entrati nell'UE nel 2004 e 2008 non è stato lineare come ci si sarebbe potuti attendere. Ed è anche evidente che tutto il meccanismo previsto dal Trattato di Maastricht dovrà essere rivisto. Ma l'Estonia, nonostante tutte le difficoltà, ha deciso di accettare quella che, ad oggi, si può definire un'autentica scommessa: l'ingresso nell'euro. Solo il tempo potrà dirci se l'Unione Europea saprà degnamente ripagarla. FONTE DATI ECONOMICI: CONVERGENCE REPORT MAY 2010, EUROPEAN CENTRAL BANK www.larengodelviaggiatore.info Vacanze alla romana di Michele Dessì Cinquant’anni fa, agli inizi del boom economico e quindi in piena miseria, un elegante attore in spirito di omosessualità, a bordo di una vespa in compagnia di una frigida baldracca (ossimoro un po’ forte, ma nessuno mi venga a dire che Audrey Hepburn scaldi il sangue come una bomba sessuale, nonostante alcuni maniaci, tra cui il sottoscritto, se la siano immaginata vestita da suora in atteggiamenti orgiastici insieme a…meglio interrompere questa fantasia, mi sono scandalizzato io stesso solo a pensarla), evitava bambini cenciosi per le strade di Roma, godendosi una splendida vacanza romana. Che insegnamento si discerne da questo film? Che non c’è niente di meglio di andare in vacanza in paesi messi peggio del proprio, per sentirsi signori in mezzo ai barboni. Perciò, cari italiani nuovamente cenciosi, ecco alcune mete turistiche per l’estate, pensate per chi non vuole rinunciare ai piaceri di una vacanza, nonostante i propri figli muoiano di fame. Ma di bambini se ne possono fare sempre di nuovi, quindi aprite la valigia e siate pronti a scappare. La Grecia è il top della stagione. Gli affitti sono irrisori, le donne hanno bisogno di cibo, cosa che le rende particolarmente disponibili, e il mare è ancora da depredare. Sulla riva di una splendida isoletta, che i più danarosi potrebbero direttamente comprarsi, ci si potrà rilassare ridendo delle disgrazie dei nostri vicini greci. Pensate alla soddisfazione di poter rispondere a un operaio greco, che in lacrime dice che prende 600 euro al mese, “Tiè, io prendo 800 euro, barbone”! Per chi poi preferisce trascorrere le ferie con un minimo di organizzazione e divertimento, un bel salto ad Atene per giocare ai barbari è la soluzione migliore. Gratuitamente potrete dar fuoco alle macchine, dar fuoco ai negozi, dar fuoco alle banche, dar fuoco alle persone. Dar fuoco, sostanzialmente. Considerando i prezzi del petrolio potrebbe essere un lusso in via d’estinzione. L’importante è stare attenti agli animatori turistici, ultimamente un po’ nervosi. Li potrete comunque facilmente riconoscere per la divisa blu, il casco antisommossa e il manganello sfollagente, generalmente usato come smonta gente (di solito in numerosi pezzi sanguinanti). Per chi ama l’avventura e gli sport estremi, oltre a un indimenticabile weekend a Scampia, consiglio una visita all’Islanda, prima che esploda definitivamente. Raggiungibile anche in barca, la potrete riconoscere da lontano grazie a un sottile sbuffo di fumo in mezzo al cielo, ma soprattutto grazie al consistente numero di imbarcazioni pieni di gente che urla festosa: “Hifghjidhell ejhhfjfiiii eyrtjthghru” (che in islandese significa: “si salvi chi può e che Dio abbia pietà delle nostre anime”). Se invece è un trattamento di bellezza che state cercando, coperti da uno strato di fango a rilassarvi in mezzo alla natura, il Golfo del Messico è ciò che fa per voi. O almeno quello che ne rimane. Basterà sdraiarsi sulla spiaggia e aspettare che un’ondata di greggio vi ricopra, chiudendovi i pori della pelle e donando alla vostra carnagione quel tipico colore ambrato marrone. Per tutto il resto della vostra vita. Ottima annata invece per il turismo sessuale. Grazie alla crisi mondiale e all’aumento dei poveri in tutto il mondo, non ci sarà più bisogno di andare nei paesi sottosviluppati, spendendo un patrimonio in biglietti aerei e in caramelle. Anche i vostri vicini di casa possono essere disoccupati e disperati. Approfittatene! www.larengodelviaggiatore.info Le dodici stelle... di Elisa Beretta « Sullo sfondo blu del cielo del Mondo occidentale, le stelle rappresentano i popoli dell'Europa in un cerchio, simbolo di unità... proprio come i dodici segni dello zodiaco rappresentano l'intero universo, le dodici stelle d'oro rappresentano tutti i popoli d'Europa - compresi quelli che non possono ancora partecipare alla costruzione dell'Europa nell'unità e nella pace. »
(Consiglio d'Europa. Parigi, 7-9 dicembre 1955)
Dodici stelle su campo azzurro, chiamate a rappresentare i popoli d'Europa quell’8 dicembre 1955. Formalmente venne definito il numero dodici come simbolo di armonia e solidarietà fra i popoli in quanto numero della completezza, lo sfondo blu a rappresentare il cielo ponentino scuro dell’occidente. Ma pare che l’idea di Arsène Heitz, colui che disegnò il vessillo, non nacque del tutto da questa riflessione, come egli stesso rivelò tempo dopo l’approvazione. Nel dodicesimo capitolo dell’Apocalisse la Madonna appare infatti con in capo una corona di dodici stelle, numero legato alla tradizione giudaico-cristiana. (“Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una Donna vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle"Ap 12,1). Disegnatore cattolico, fervente mariano, fu dunque originariamente ispirato da questa immagine biblica. Alle domande poste riguardo al perché del numero dodici egli riuscì a rendere vincente in Assemblea l’unire il dodici ad una simbologia di pienezza seguito dalla convinzione che anche quando il numero di Stati Membri si fosse ampliato, questi non sarebbe dovuto mutare. Si può dunque concludere che il Consiglio d'Europa fornisce ufficialmente la spiegazione più laica e si tiene per sé l’origine religiosa confessata solo in seguito da Heitz, che al collo portava come tanti altri devoti la celebre “Medaglia miracolosa” coniata dopo le apparizioni di Bernardette a Lourdes. La madonna, in quanto “Figlia di Sion” è un cruciale tramite tra Antico e Nuovo Testamento, tra tradizione giudaica e cristiana, e questo si sospetta che sia uno dei motivi, se non l’unico, per cui Paul M. G. Lévy approvò proprio questo simbolo mentre presiedeva il Concorso di Strasburgo del 1955. Del resto, in quanto belga di religione ebraica, forse sentì familiari i colori bianco e blu, gli stessi del vessillo d’Israele. (le stelle furono rese dorate solo in seguito). Di tali riferimenti però non vi è ombra alcuna, né nei documenti originali degli anni '50 e nella raccomandazione dell'Assemblea parlamentare approvata il 25 ottobre 1955, né nella risoluzione approvata dal Comitato dei ministri a Parigi l'8 dicembre 1955. Se l’origine del simbolo approvato fosse stata rivelata prima probabilmente le cose sarebbero andate diversamente: la croce rossa inserita in un cerchio giallo su drappo blu, inizialmente proposta dal conte Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, fu respinta in quanto riferimento esplicitamente cristiano, per tale motivo incoerente con la partecipazione al Consiglio d’Europa del musulmano stato della Turchia. Dopo quella prima proposta la storia della bandiera fu articolata e complessa: ve ne furono molte altre ma la decisione era ancora lontana: per questo venne istituito un periodo in cui venne richiesto da parte dei rappresentanti del governi di sospendere l’uso di un vessillo fino ad una futura definitiva approvazione. Si convocò una piccola commissione di cui fecero parte tre membri propri e tre esperti di araldica ma anche questo tentativo fallì: il simbolo generato dalla commissione era troppo somigliante al vessillo delle Olimpiadi. In seguito ad una rassegna di vari progetti le possibili soluzioni si ridussero a due: una costellazione di stelle dello storico pacifista spagnolo Salvador de Madariaga, e la proposta di Heitz, che con la sua abilità riuscì a far approvare l’opzione delle dodici stelle omettendo il riferimento originario e sostituendolo con le ragioni più universali e laiche che il Consiglio ha allegato alla bandiera. Bandiera che venne infine adottata quale emblema ufficiale della Comunità Europea nel 1985 dai capi di Stato e di governo dei suoi Paesi Membri. www.larengodelviaggiatore.info
Se James Joyce avesse dovuto descrivere la sua capitale nel nostro tempo, “Gente di Dublino” non sarebbe mai stato scritto. La trascinante agonia dei dublinesi dei primi anni del Novecento (1914), visti con gli occhi di Joyce, nulla ha a che fare con la sprizzante vitalità del Saint Patrick’s Day, delle feste, della musica o dei vivaci colori delle coloratissime porte di O’ Connell street. Grandi protagonisti dei brevi racconti sono quegli elementi naturali che generano senso di oppressione; aldilà del senso di soffocamento che una città provinciale com’era Dublino doveva provocare (nel racconto “Eveline” la protagonista si domanda cosa avrebbe detto il vicinato della sua fuga) ci sono un’ansia e un’angoscia del tutto personali di uomini e donne appena entrati nel Novecento, non ancora consapevoli della velocità del secolo breve, eppure inconsciamente legati a un Ottocento particolarmente rassicurante. Nascosti dietro a “cortine di velluto”, “cretonne polveroso”, “tendine di pizzo” osservano la città senza riuscire a vivere una vita allo scoperto e nemmeno l’attimo dell’epifania interviene a salvarli; nel momento in cui ai dublinesi appare la realtà del loro spirito si rinchiudono nella drammatica condizione di chi pensa di non poter agire. La paralitica consapevolezza che esiste un ordine costituito, un filo dell’esistenza impossibile da recidere, fa sì che Eveline, a un passo dalla sua felicità, sia attiva in una scelta, ma che è scelta di passività, scelta di ritornare a ciò che le garantisce un tetto sulla testa e di che mangiare, anche se questo significa vivere una vita infelice. La nube epifanica arriva come "polvere negli occhi" da gettare, nel caso di Jimmy, che sa, forse dal principio, di perdere, ma che inizia e continua a giocare a carte senza riuscire a frenare sulla china pericolosamente ripida della sua esistenza. A volte la polvere si accumula offuscando uno strato di coscienza, altre volte protegge e si mescola all’odore di muffa, celando reali necessità e improbabili slanci verso la vita. Ancora la polvere diventa il titolo di un racconto, che restituisce un’atmosfera ovattata, fra canti che sanno d’antico. Le fotografie ingiallite, polverose, in “cornici di corno rugoso” sembrano specchi di esistenze possibili, ma ormai passate e inafferrabili. La stessa acqua, elemento vitale e salvifico, è tranquillizzante quando ha le sembianze di un “fiume povero d’acqua” accanto al quale James Duffy di “Un caso pietoso” sfugge alla lontana città, ma è paralizzante quando è mare aperto verso Buenos Aires. L’odore di chiuso che si respira attraverso la lettura delle pagine rende irriconoscibile al visitatore la bella Dublino vitale di oggi. Dublino, oggi città giovane per eccellenza, poco conserva dell’atmosfera soffocante vissuta dai protagonisti dei brevi racconti di Joyce; forse il solo Temple Bar, unitamente ai numerosi locali fumosi e coadiuvato dal grigiore meteorologico dell’isola, potrebbe essere ritrovato fra le pagine del capolavoro joyciano… eppure a volte, certe atmosfere, hanno la didascalia e il sottotitolo dei pacchetti turistici.
www.larengodelviaggiatore.info Qualche volta capita di scrivere di qualcuno la cui fama supera la portata delle nostre penne, oppure di indagare ciò che fu già minuziosamente scrutato1. Tanto per dimostrare quanto ogni parola qui scritta sia nata da un’idea già espressa, si potrebbe iniziare con una citazione: “ ‘Felici voi’, dissi allora sorridendo, ‘che abitate sulla rive del Reno, che lava le vostre miserie! Le nostre, purtroppo, né il Po né il Tevere potè mai lavarle. […]i nostri fiumi, come pare, sono più pigri”2.
La mappa delle città toccate dai suoi pellegrinaggi europei conta numerosi nomi, ma poiché se ne trova traccia dettagliata in rete3, non c’è necessità di elencare le tante località visitate tra Colonia e Napoli (latitudine) e tra Lombez e Praga (longitudine). Tocca però qui riferire del viaggio come valore culturale unificante, ed è necessario tornare a gestire il patrimonio “patriottico” a cui Francesco Petrarca faceva riferimento. Dei suoi viaggi egli scrive: “Si può paragonare l’errare di Ulisse al mio errare; e senza dubbio, se la gloria del nome e delle imprese fosse la stessa, egli non vagò né più né più largamente di me”. Se certo in ampiezza Petrarca, pur affermandolo, non avrebbe forse il diritto di porsi sullo stesso piano di Odisseo, in quanto “consapevolezza” egli non avrebbe avuto nulla da invidiargli. I viaggi che fa sono viaggi eminentemente politici, spesso segnati dal suo ruolo di mediatore e portavoce: viaggia, dunque, subito dopo che per soddisfare la propria curiosità e la sua sete di conoscenza, nel tentativo di farsi interprete delle tendenze politiche e di imporsi come intellettuale-poeta attivo, vivace, forte. Non scorda mai la sua latinità e ne rivendica fieramente le lodi nel tentativo di riportare vitali i sentimenti che muovevano i pensatori classici a discapito della corruzione del mondo a lui contemporaneo (scriveva a proposito: “La gola e ‘l somno et l’otiose piume / ànno del mondo ogni vertù sbandita, / ond’è dal corso suo quasi smarrita / nostra natura vinta dal costume;”4), e nella prospettiva di poter riattualizzare i valori antichi ne specifica la forza universale nell’accumunare gli “uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi” attraverso “la comune esperienza esistenziale dell’infelicità e dell’insufficienza di ogni possibile sapere”5. Non c’è motivo di nascondere, ed è questo il motivo per cui si è cominciato quest’articolo con il sopracitato estratto dalle Familiares, la sua avversione per i costumi e per le discordie civili che frammentavano l’Italia del tempo, ma non bisogna scordare che proprio per l’Italia, nel quadro europeo, rivendicava il diritto di capitale culturale (basti il titolo dell’opera datata 1373, Contra eum qui maledixit Italiam, a fare da monito della convinzione petrarchesca che solo l’Italia potesse essere considerata il modello più alto e indiscusso di civiltà) in ossequio alla sua gloriosa storia. è su questo, dunque, che vorrei accentrare l’attenzione: risvegliare il passato, non con amore nostalgico e sterile, ma come luogo artistico e culturale per ridare unità al presente, come mezzo per ribadire l’uguaglianza civile, politica e sentimentale di tutti gli uomini del mondo (che, con occhi trecenteschi, non doveva avere dimensioni molto più grandi dell’Europa) in una sorta di concentramento, di attuazione di una unificazione culturale che si doveva esprimere nella consapevolezza della “fondamentale uguaglianza dell’animo umano”6. La figura dell’intellettuale si faceva per la prima volta collante, costruttore paziente, risvegliatore, sì indisposto verso le corruzioni mondane, ma cosciente della forza che la sua patria serbava in seno: Petrarca voleva, è riuscì ad ottenere (grazie all’umanesimo che ne seguì), il primo movimento di unificazione europea attraverso il mezzo dell’unificazione culturale tra due popoli, quello antico e quello moderno. Non abbandonò mai la lotta interna per il proprio paese a cui non raramente riservò asprissime invettive (“Che s’aspetti non so, né che s’agogni, / Italia, che suoi guai non par che senta: / vecchia, otiosa et lenta, / dormirà sempre, et non fia chi la svegli? / Le man’l’avess’io avolto entro’ capegli.”7) ma lo fece nella sicurezza di denunciare il bisogno di nuovi confini intellettuali, di nuova pace, di una nuova cooperazione. Non fu da poco riconoscere il valore di identicità di ogni essere umano, in una sorta di integrazione universale degli uomini di tutta Europa nella medesima figura di “essere umano”, misurata con la letteratura dei classici e dunque nell’appartenenza allo stesso sistema di valori e sentimenti. Le distanze si accorciano anche proponendo una base culturale comune, e questo Petrarca fece, con la convinzione certa che solo la consapevolezza di nutrire gli stessi sentimenti potesse portare alla compartecipazione e a alla reale convivenza. E, a poco meno di settecento anni di distanza, mi chiedo a quale base culturale un Europa sempre più aperta ad un mondo (oggi più che mai) veramente enorme debba riferirsi per proporsi costantemente come organismo unitario. _________________________________________________________________________
1 Non posso non citare un articolo decisamente interessante, dal quale ho preso non pochi spunti, e rintracciabile all’indirizzo http://www.letteraturaitalianaonline.com/Petrarca%20da%20Avignone%20a%20Praga&structure=Letteratura 2 Petrarca, Fam. I 5 4 RVF, VII 1-4 5 Enrico Fenzi, Petrarca, Bologna, Il Mulino, 2008, p. 47 6 Ibid. 7 RVF, LII 10-14 www.larengodelviaggiatore.info Se la striscia non c’è più… di Enrico Roncarati Lo scorso 9 maggio Giove, il pianeta più grande del Sistema solare, ha riservato una sorpresa agli osservatori, mostrandosi con un nuovo look.
www.larengodelviaggiatore.info “Ma quando arriva l’estate? Ma possibile che debba ancora dormire con la coperta? Ma a cosa mi sono serviti due mesi di insalata di carote se non riesco a trovare un raggio di sole per dorare la pelle? Ma ti rendi conto che ho investito mezzo stipendio sul condizionatore e non riesco a bruciare un solo joule di energia?”. Veri e propri tormentoni che innervano buona parte delle conversazioni di fine primavera. Primavera? “Ah.. già.. primavera.. è vero che l’estate comincia il 21 giugno.. non ci avevo pensato”. Appunto, tanto per chiarire da quale premessa si deve partire, scioriniamo subito i seguenti dati: per il mese di maggio a Milano le temperature medie sono 11° min. e 22° max., a Roma 13° min. e 23° max., a Palermo 13° min. e 23° max.; per il mese di giugno si sale a 15° min. e 26° max. a Milano ed a 17° min. e 27° max. a Roma e Palermo. Nulla di ciò che consideriamo tipicamente estivo. D’altronde da un paio di decenni non facciamo altro che lamentare che non esistono più le mezze stagioni, poi quando le viviamo non ce ne accorgiamo, essendo parossisticamente proiettati sempre in avanti, quasi come fossimo incapaci di godere del presente. Arriverà l’estate anche quest’anno, con i suoi tempi ma arriverà e ci ritroveremo a boccheggiare come vongole nelle vasche dello spurgo ed a maledire l’impazienza. |
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