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Numero 71 - 1 luglio 2010 - Arengo Mundial
Rivista di Libero Pensiero
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Omaggiamo con questo titolo il nostro direttore responsabile. Arengo Mundial perché 4 anni fa, sull’onda enfatica della vittoria mondiale, nasceva l’Arengo del Viaggiatore. Continuiamo anche questo mese il nostro viaggio tra i popoli, etnie e nazioni, come faceva l’abate di Sieyès, sull’idea di autodeterminazione, alla ricerca di un’auspicabile senso di comunità. Incontriamo le diversità e atrocità di questo mondo con i rifugiati etiopi a Nairobi, grazie a tre reportage sul popolo Oromo, i suoi uomini e le sue donne. Ci imbarchiamo sulla Freedom Flotilla diretti verso Gaza per poi ripercorrere le turbolenti esperienze dei popoli Caucasici e dell’ Asia Centrale durante e dopo la dominazione sovietica, soffermandoci sui più recenti fatti del Kyrghizistan. Dirigendoci ancora un po’ più a Est sconfiniamo in Cina, o meglio nello Xinjiang dell’oppresso popolo Uiguru. L’Italia esce malamente dal mondiale, ma noi passiamo il girone tra fatiche e sudore, perché siamo viaggiatori (sottopagati), non calciatori professionisti. Internazionale Voci da Nairobi: Oromo, perseguitati e persecutori di Irene Pedrazzoli Voci da Nairobi: Guilty even if you are Innocent di Irene Pedrazzoli Voci da Nairobi: Quando la fuga diventa una trappola di Irene Pedrazzoli Il conflitto senza fine di Giuseppe Cantelmi Le eredità sovietiche: il Caucaso Meridionale di Filippo Clò Le eredità sovietiche: il Caucaso Settentrionale e l'Asia Centrale di Filippo Clò Kirghizistan: il conflitto etnico che (forse) non c'è di Daniele De Maria Sussurri dall'Oriente di Stefano Condello Il Popolo colombiano in una guerra civile senza fine di Paola Adami Economia e Mercati Popolo, identità ed economia: l'esempio a stelle e strisce di Francesco Manaresi Popolo a teatro di Stefano Clò Tempo e spazio liberi IUVENTUS - Progetto di scambio italo tedesco di Redazione Letteratura e Filosofia Popolo, etnia, nazione di Alberto Miti Letteratura italiana?! di Angelo Valenza Autodeterminazione e autonomia di Pier Paolo Amodeo Socialità e partecipazione: l'uomo nella polis di Livia Di Giacomo Il Popolo o la Nazione. La dottrina politica di E.J. Sieyès di Giovanni Mascaretti Politica Il popolo e il senso di comunità di Dario Macrì Ab urbe dissoluta di Federico Pancaldi Scienza Il ruggito del Solleone di Costantino Di Lazzaro Il cielo degli antichi - I Babilonesi di Enrico Roncarati Bologna Biografilm: biografia di un volontario di Fausta Scarangella www.fabiovettori.com www.larengodelviaggiatore.info Voci da Nairobi: Oromo, perseguitati e persecutori di Irene Pedrazzoli Una lingua di palazzi tra Juja Road e la First Street fa da spartiacque tra la slum di Mathare ed il distretto di Eastleigh. Da una parte la baraccopoli, il suo mezzo milione di abitanti e quel manto arlecchino di lamiere che da Juja si espande giù per la conca e risale l’orizzonte verso nord. Mathare è Kenya, è Nairobi, con le sue capre che pascolano tra i vicoli sempre intrisi di fango a causa delle piogge e le sue centinaia di bambini urlanti, pronti a correrti incontro al grido di “Mzungu!” (bianco!) ed “How are you?”. Eastleigh è differente, qui le lamiere cedono il posto a palazzine fatiscenti, talvolta costruite solo fino a metà. Il rosso della terra e del fango si tramuta nel grigio della polvere e dei gas provenienti dai tubi di scappamento. L’odore di spezie stordisce l’olfatto e varia di negozio in negozio senza darti il tempo di distinguerle. Eastleigh non è Kenya ma è Nairobi: la Nairobi dei migranti, dei rifugiati. Fare una stima attendibile è pressoché impossibile ma basta pensare che in questo distretto, soprannominato “Little Mogadishu”, abiti la più vasta comunità somala di tutto l’Est Africa per farsi un’idea.
All’occhio di una profana risulta difficile cogliere le sfumature che un quartiere così caotico può ospitare. Mi trovo a Nairobi da quattro mesi per una ricerca sui rifugiati urbani e fino a questo momento gli slum o i sobborghi dove ho condotto le mie interviste sono sempre stati luoghi a predominanza indigena, dove i rifugiati si disperdono nel sovraffollamento tipico di questa città. Eppure, dopo qualche mese alla ricerca di rappresentanti della comunità Oromo di Nairobi mi ritrovo proprio qui, tra Juja e la First Street, e quando me ne vado, dopo aver ascoltato le loro storie per due lunghe calde giornate di fine aprile, sono convinta che almeno una di quelle sfumature sono riuscita ad afferrarla. ![]() Dai primi anni novanta uomini, donne ed anche bambini, vengono arrestati e detenuti in campi che raramente rispettano i parametri per la garanzia dei diritti umani. Spesso sono vittime di azioni indipendenti da parte dei militari, i quali godono di enorme libertà all’interno del paese, e nella maggioranza dei casi queste persone vengono detenute senza rispetto del Codice di Procedura Militare etiope, che sancisce che ad ogni persona detenuta devono palesarsi le ragioni di fermo entro 48 ore dall’arresto. Quando queste persone riescono a scappare dai campi di detenzione, oppure vengono rilasciate dopo anni con la condizionale (la quale generalmente comporta l’obbligo di firma giornaliero e l’interdizione ad ogni attività di carattere politico e associazionismo), si ritrovano quindi davanti ad una scelta: rimanere all’interno del paese che le ha detenute, espropriandole di ogni proprietà, anche economica; oppure scappare, e tentare di ricostruirsi una vita altrove. Gli Oromo che ho contattato per la mia inchiesta sono quest’ultimi, coloro che una volta in Kenya sono consapevoli di non poter tornare nella loro terra fintanto che questo clima di terrore celato non cesserà. Purtroppo per questioni di spazio non posso raccontarvi di tutte le persone incredibili che ho incontrato in questa bolla spazio-temporale, ma alcune storie su tutte a mio avviso meritano di essere condivise, soprattutto con voi dell’Arengo e con chi continua ad aver voglia di riflettere ed esprimersi. www.larengodelviaggiatore.info Gamachisa non è stato semplicemente il mio interprete; quando l’ho incontarto e gli ho spiegato della mia ricerca se l’è presa a cuore quasi fosse stata sua. Mi ha presentato Mohamed, il padrone della casa in cui vive, e gli ha parlato di ciò che sto facendo. Mohamed mi ha aperto l’ingresso di quel piccolo bilocale tra Juja e la First come fossi stata una figlia e da quel momento una serie di persone, per 48 ore, si sono avvicendate a quella porta azzurra per raccontarmi le loro vite. Queste storie sono state per me come leggere il Bignami di un genocidio nascosto. Attraverso i loro racconti e le loro lacrime ho potuto intravedere il dramma che si perpetua celato dall’odore delle spezie di Eastleigh; la realtà delle caste Oromo, che perseguitate in patria arrivano in una “no man’s land” come Nairobi e si ricostituiscono in maniera ancora più radicale, dando vita a reti di solidarietà così come di persecuzione, minando l’incolumità dei più deboli, quasi sempre donne e bambini. Ed è proprio verso questi ultimi che Gamachisa vuole che io soffermi la mia attenzione, è a loro che ha dedicato la giornata di domani. Questo è un particolare che m’incuriosisce perché lascia intendere la sensibilità atipica di un musulmano verso le questioni di genere.
Sono circa le dieci di sera e una partita del Liverpool di Coppa Uefa fa da sottofondo alle chiacchiere di due coetanei, un’italiana ed un etiope, che nonostante le interviste fatte assieme per tutta la giornata non hanno ancora avuto modo di conoscersi. ![]() Era il 2004, Gamachisa, studente al secondo anno della facoltà di legge presso l’Università di Jima, con alcuni compagni fa parte di un’associazione, la Oromo Art Club, e scrive sul bollettino del campus. Lui in particolare è interessato ai diritti umani e alla questione del passaggio della capitale da Addis Abbeba ad Adama. In quell’epoca mi racconta che diverse domande lo assillavano in merito ai giochi di potere tra Oromo e Tigray (etnia minore dell’Etiopia al potere col presidente Zenawi dal 1992). E’ il periodo in cui si decidono le alleanze in vista delle elezioni del 2005, e il Presidente Zenawi ha dichiarato che, ad esclusione dei membri dell’OPDO, tutti gli Oromo sono in qualche modo membri dell’OLF. Un giorno, di comune accordo con i suoi compagni, Gamachisa fa uscire un articolo sul bollettino che parla proprio di questo, lo intitola “Guilty even if you are Innocent”. Quell’articolo, mi dice, gli ha cambiato la vita per sempre. Nei mesi che seguirono alla pubblicazione del pezzo infatti, le proteste degli studenti etiopi per i timori di brogli elettorali e per lo spostamento della capitale si intensificarono. Centinaia di studenti appartenenti ad ogni etnia vennero uccisi dai militari che si rifiutavano di accordare i permessi per le dimostrazioni. Le notizie di quanto accadeva in Etiopia cominciarono ad avere risonanza internazionale e furono documentate anche da un network d’informazione statunitense: Voice of America. Le forze militari nazionali iniziarono le repressioni e le persecuzioni all’interno dei campus. Gamachisa ed i suoi compagni decisero di nascondersi per sfuggire ai rastrellamenti a tappeto di quei giorni. Passate due settimane però, uscirono allo scoperto e si unirono alla grande manifestazione per la rivendicazione di Addis Abbeba come capitale d’Etiopia. Gamachisa fu “sfortunato”: braccato dai soldati, fu arrestato e trasferito immediatamente in un campo di detenzione. Era l’Aprile 2004. Lui non me lo dice, ma capisco che Gamachisa muore in quel momento e con lui la sua fiducia incondizionata nel diritto, nel giusto processo. I soldati lo accusarono di aver cospirato contro il governo e di aver scritto articoli di carattere politico. Lui ammise la paternità di “Guilty even if Innocent” e respinse la cospirazione politica. Chiese di essere portato a giudizio, consapevole che quanto gli stava accadendo era contro la libertà di espressione di ogni individuo. Evidentemente, anche loro ne erano consapevoli; proprio per questo Gamachisa non vedrà mai un tribunale. Smette di guardarmi e si rivolge al televisore. “Sono stato quattro anni dentro a quel campo” sussurra, poi fa una pausa ed un tiro di sigaretta con l’intensità di chi vuole inghiottirsi l’anima. “Mi hanno torturato e fatto delle cose orribili, inumane… Per almeno cinque volte sono stato costretto a dormire per una settimana con un cadavere”. Dai 20 ai 24 anni, è stato chiuso in una cella, solo, impossibilitato a comunicare con gli altri detenuti, forzato a masturbarsi davanti ad una guardia, ogni giorno per 1460 giorni. I suoi occhi non cessano di fissare lo schermo, mentre i miei osservano i suoi che cercano di trattenere le lacrime. Inghiottisce un altro pezzo di anima e poi va avanti. “Io non volevo più vivere, pensavo al suicidio, a come generare una rissa con un soldato per farmi ammazzare… Poi un giorno si sono decisi a finirmi”. Nei campi di detenzione etiopi esistono delle cave in cui i soldati gettano i detenuti, li chiudono là dentro vivi e poi attivano dei tubi da cui sprigionano monossido di carbonio. Quando si è risvegliato, Gamachisa era in ospedale. Mi dice che per lui è stato difficile ricostruire quanto gli è successo in quelle ore, da quando la cava si è chiusa e il monossido ha fatto effetto. Pare comunque che l’ICRC (International Committee of Red Cross) abbia fatto irruzione nel campo mentre lo stavano soffocando. Una volta portato in ospedale, Gamachisa è stato condannato tuttavia a morte per una seconda volta: “Dato che ero stato salvato da un’agenzia umanitaria rappresentavo una minaccia per il governo, avrei potuto fare dichiarazioni in merito alle violazioni dei diritti umani in atto nelle prigioni etiopi”. Un medico gli mostrò un foglio in cui i militari davano due giorni di tempo all’ospedale per farlo fuori. “Quel medico” mi dice guardandomi nuovamente negli occhi, “non solo mi ha salvato la vita ma per farlo ha messo la sua in serio pericolo”. Gli diede dei soldi, quanto serviva per allontanarsi al più presto, e gli disse: “Ora scappa e basta”. E così Gamachisa fece ciò che qualsiasi figlio farebbe dopo quattro anni di torture: corse dalla sua famiglia. Il ritorno a casa purtroppo non fu il ritorno del figliol prodigo che si potrebbe immaginare o sperare. Quando la porta di casa si aprì e i suoi occhi incrociarono quelli della sorella, Gamachisa comprese di essere un morto che camminava. La madre, che in quel momento sopraggiunse alle spalle della sorella non resse il colpo, cadde svenuta e finì in coma per lo shock. Mentre veniva portata da un vicino in ospedale, la sorella raccontò a Gamachisa che da quando era stato arrestato la madre non si era data pace, l’aveva cercato in tutti i campi di detenzione del paese. In almeno due di questi, i militari dichiararono di averlo ucciso; fu così che dopo un anno la madre si arrese al fatto di averlo perso per sempre. Tutti credevano che Gamachisa fosse morto, i suoi compagni scampati alle persecuzioni avevano perfino portato degli scatoloni contenenti le poche cose che non furono sequestrate dai militari. Rimanere in Etiopia per Gamachisa significava una sola cosa: la morte certa. Decise di scappare e lo fece la notte stessa. Pagò una quota a un autotrasportatore e si diresse qui, a Nairobi. Era Marzo 2009. La partita è ormai ai supplementari e la discussione si è spostata su argomenti più “leggeri” quali i suoi disperati tentativi di mettersi in contatto con i vecchi compagni, ormai sparsi per il mondo. Si parla di Facebook e il suo valore aggiunto in questi casi, quando diventa uno strumento per riprendere i contatti di una vita in stand by. I messaggi in codice per farsi riconoscere da coloro che lo credono morto e temono di essere vittime di tentativi di spionaggio da parte delle forze armate; le telefonate con la sorella, alla quale chiede regolarmente di sé stesso per paura delle intercettazioni e gli aggiornamenti sulle condizioni di salute della madre, la quale si è risvegliata dal coma solo sei mesi dopo e che tuttora non si è ripresa psicologicamente. Quando la partita finisce, Gamachisa insiste per prepararmi il materasso. Si versa una tazza di latte ed io lo osservo. Sorridendo gli dico: “Sembri un bambino, sai i bimbi, ai quali si da un bicchiere di latte prima di andare a letto?”. Lui alza gli occhi dalla tazza e scoppia a ridere: “Ma noi siamo ancora bambini, io e te intendo. Mi sembra che noi speriamo ancora, no? Chi spera, infondo, è ancora un po’ bambino”. La porta si chiude ed io rimango sola in quella stanza piena di storie, ma continuo a pensare solo a lui, all’idea insostenibile che si possa morire per delle idee. Poi mi concentro su quella sua ultima frase: “Noi siamo ancora bambini”, e mi rendo conto che esistono persone che possono essere uccise una, due volte nell’arco di una stessa vita, ma che poi in realtà quelle persone in qualche modo rinascono e con loro le loro idee. www.larengodelviaggiatore.info La mattina mi sveglio e la prima persona che vedo è Mohamed, passandomi accanto mi lancia un sorriso paterno e mi fa capire che sta uscendo. Dopo poco si alza anche Gamachisa. Ha la faccia terribilmente assonnata e mi dice che è meglio fare colazione prima di cominciare le interviste. Vicino a casa c’è un piccolo ristorante etiope, ci sediamo e facciamo colazione: chapati, pili-pili e uova. Una botta allucinante per un’italiana sveglia da 20 minuti.
Quando torniamo a casa Mohamed è rientrato e con lui c’è la prima donna che intervisto. Badriya non si muoverà più di casa, neanche dopo che l’intervista sarà terminata. Se ne starà lì seduta, sorridendomi e passandomi mirah. Talvolta si preoccuperà del fatto che non mangio, in altri momenti scherzerà con Mohamed sul fatto che in realtà sono sua figlia. Particolare questo che mi riempirà di orgoglio, e adesso vi racconto perché. Badriya ha 42 anni ed è qui dal 2005. ![]() Nello stesso anno in Ethiopia il marito venne sospettato di essere affiliato all’OLF, così quando i militari si presentarono alla loro porta e non lo trovarono presero lei in pegno. La torturarono per un mese e poi la rilasciarono dandole 48 ore di tempo per consegnar loro il marito. Badriya andò a casa, prese due dei suoi cinque figli e scappò in Kenya. Se qualcuno può pensare che i timori cessano una volta varcato il confine sbaglia. Come ho sostenuto nell’introduzione, Nairobi è una città piena d’insidie, una no men’s land dove tutto può accadere, e la storia di Badriya e delle altre donne di cui racconterò ne spiegherà il perché. Le loro storie testimoniano come le donne sole, soprattutto le etiopi, sono qui facile preda dei traffici di prostituzione, vittime di minacce da parte dei membri della comunità d’origine. Questi, una volta ricostituite le dinamiche tradizionali di lignaggio, possono decidere che esse sono le responsabili per la dipartita dei mariti oppure spie del governo Zenawi, dunque le isolano, diffamano e perseguitano. Così è tra le lacrime che Badriya mi dice che la sua figlia più piccola, di circa 16 anni, un paio di mesi fa è uscita di casa senza fare più ritorno. Inutili sono stati i tentativi di questa donna di informare l’UNHCR a proposito dei suoi timori per delle ritorsioni nei confronti della sua famiglia quando arrivò a Nairobi. Inutili sono state le sue denuncie una volta avvenuta la scomparsa. Quando al termine dell’intervista le chiedo se ha qualcosa da aggiungere, Badriya mi guarda e stringendomi la mano mi dice:“Mi manca mia figlia… Perché tutto questo silenzio attorno a noi Oromo? Perché la comunità internazionale non fa nulla? Quante altre bambine come la mia devono ancora sparire?”. Non ho risposte per le sue domande, solo un morso allo stomaco al pensiero che un giorno io possa trovarmi nella sua condizione; solo un senso di colpa immenso per la mia ignoranza verso le sue sofferenze. Mentre sono lì che mastico mirah nervosamente, sperando di buttare giù un po’ di frustrazione, entra una donna. Il suo burqua nero striscia lungo la parete e si dirige nell’altra stanza, richudendosi la porta alle spalle. Gamachisa mi passa una sigaretta e mi sussurra:“E’ lei. E’ Samira. Fuma questa che poi andiamo di là”. Da quando ci siamo incontrati Gamachisa mi ha spesso parlato di lei. Mi aveva però solo accennato che la sua situazione era “molto critica” e che sperava che attraverso i miei contatti con le ong e l’UNHCR avrei potuto aiutarla. Apro la porta e la vedo là Samira, seduta in un angolo, per terra, col velo alzato sulla fronte che dà respiro ad un volto spento. In quel momento ancora non so quanto al termine del nostro incontro avrei potuto disprezzare il genere umano. ![]() Arrivata qui sola, un amico del marito, nonché membro di una casta Oromo ricostituitasi a Nairobi, si è offerto di sposarla e di prendersi cura di lei; Samira ha rifiutato, convinta che il marito un giorno l’avrebbe raggiunta. E così fu, il marito arrivò e pochi mesi dopo Samira era incinta. Tuttavia, quello che ora sembra l’epilogo di una storia drammatica rappresenta in realtà solo l’inizio di un incubo. La casta, non avendo apprezzato il rifiuto di Samira nei confronti della precedente proposta di matrimonio aveva iniziato una campagna diffamatoria nei suoi confronti, sostenendo che Samira si era prostituita per tutto il periodo antecedente all’arrivo del marito. Questi decise di credere agli anziani della casta e così, dopo averla torturata con metodi che mi rifiuto di riportare, l’ha ripudiata, proibendole di avere qualsiasi contatto col figlio. Sono cinque anni che Samira non vede il suo bambino ma dalla faccia impassibile con cui ne parla capisco che la sua storia non è ancora terminata. Che qualcosa di ancora terribile ha riempito le pagine di questi suoi ultimi 5 anni. Nel tentativo di rifarsi una vita infatti, Samira iniziò a lavorare; prima come cameriera in un ristorante etiope, poi, visti i tentativi da parte dei gestori di inserirla nel giro della prostituzione, come venditrice di the e caffè per alcuni somali di Eastleigh. Samira parla somalo fluentemente perciò capisce perfettamente quando alcuni dei membri della comunità del distretto le propongono di iniziare a lavorare per loro. E’ l’ennesimo tentativo di prostituirla e Samira si ribella, abbandona la comunità e cerca un altro lavoro. Era il 18 gennaio del 2010, Samira stava tornando a casa la sera e due uomini, a suo avviso gangster kenyani assoldati da somali, le puntarono una pistola alla tempia, la trascinarono in un vicolo ed abusarono di lei. Ora piange Samira, asciugandosi le lacrime con la gonna chiede a Gamachisa di uscire dalla stanza perché vuole mostrarmi il suo corpo. Quello che ho avuto davanti agli occhi quel giorno non lo dimenticherò mai, non pensavo che un corpo potesse diventare la cartina tornasole di una vita di brutalità. Ho preso Samira e senza pensarci l’ho stretta a me, non so dire in quell’istante chi stesse afferrando chi. Se fosse Samira che attaccandosi a me chiedeva aiuto o se fossi io che agguantandola le chiedevo come donna di non mollare. Quando Gamachisa rientra, mi mostra una cicatrice che ha sulla spalla e mi spiega che quello è il biglietto da visita di due guardie kenyane, o presunte tali, che qualche mese prima avevano aggredito nuovamente Samira mentre lui era nei paraggi. Lei l’aveva chiamato urlando e lui era corso da lei, il prezzo per la vita di Samira era uno squarcio di 6 centimetri sulla sua spalla. Samira si alza, si copre il volto e se ne va. Quando è fuori Gamachisa mi dice che la settimana precedente Samira aveva tentato il suicidio con della varecchina. Non ce la fa più, ed io non so a chi chiedere perdono per aver pensato in quel momento che non potevo biasimarla. Quando rientro nella stanza principale ci sono una donna con una bambina, sono Kuli e Fardosa. Kuli è la madre, ha 27 anni ed è arrivata a Nairobi nel 2006. Non avendo consegnato il fratello ai militari è stata deportata in un campo con la madre. ![]() Kuli, vergine ed innocente, in due anni è diventata donna e madre, dando alla luce sua figlia in un inferno. Quando la liberarono con la condizionale anche lei decise di scappare e di venire qui. Ora vive con i fratelli a Kariobangi, uno degli slum più poveri di Nairobi, dove la gente può essere affamata e crudele. Fardosa è stata ritirata da scuola proprio per questo, perché una figlia “bastarda” non merita di giocare con gli altri figli. Un giorno, mentre se ne stava nei vicoli con alcuni bambini, un gruppo di uomini l’ha colpita in testa con una pietra. Quando a chiedo a Kuli se avesse idea di chi fossero, se kenyani o etiopi, lei scuote la testa ed io guardo Fardosa. In fin dei conti che importa chi è stato, che siano i vicini kenyani che allontanano i loro figli da lei o gli etiopi che la considerano una bastarda: Fardosa è discriminata. Il sole sta per tramontare ed è bene che una mzungu come me rientri a casa se non vuole rischiare. Gamachisa, Kuli e sua figlia mi accompagnano verso il matatu. Quando salgo, mi siedo in fondo e butto l’occhio verso di loro: di colpo tutte le storie ascoltate in questi due giorni mi risalgono la gola, pizzicando il naso e riempiendo i miei occhi di lacrime. Poi il matatu parte ed io guardo Fardosa, le mando un bacio con la mano e lei me lo rimanda. Me ne vado con un pensiero: Faradosa è un miracolo. Talvolta la più bella vendetta verso una vita di merda è la vita stessa, quella manina che mi fa ciao ne è la riprova. www.larengodelviaggiatore.info Tra disastri ambientali e crisi dell'economia, gli stati sono quanto mai distratti da quello che può essere definito come il conflitto senza fine,in cui ogni exit strategy è risultata inutile, parliamo del conflitto arabo - israeliano.
Come una ferita che negli ultimi trenta anni premier, presidenti e primi ministri hanno cercato di medicare e guarire ottenendo scarsi risultati, con il sangue che puntualmente è tornato a scorrere a fiumi. L'ultimo episodio risale allo scorso 30 maggio: un commando di militari israeliani, le teste di cuoio, alle quattro del mattino assale, in acque internazionali, al largo della striscia palestinese "Freedom Flotilla" , nove navi impegnate in una missione umanitaria provocando 19 morti e trenta feriti. Il mondo si indigna, la brutalità e la forza dello Stato di Israele sembra questa volta non trovare sponda nemmeno tra gli storici alleati europei, troppo cruente le immagini che scorrono sui blog, i socialnetwork e i siti della rete. L'Unione Europea condanna l'uso della violenza, la Nato si riunisce in via del tutto speciale, ambasciatori israeliani convocati nei singoli paesi, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che si trovava in Canada annulla la sua visita alla Casa Bianca e torna immediatamente a Gerusalemme, il Governo turco si riunisce in tutta fretta, dall'Iran tuonano "Israele è un tumore". Martin Schulz, portavoce del gruppo europarlamentare dei Socialisti e Democratici: "Israele ha oltrepassato i limiti nell'azione militare vista sugli schermi televisivi". "...una povocazione da parte degli estremisti islamici, che erano su quelle navi" la risposta di Avi Pazner, portavoce del governo israeliano. L'ONU decide di aprire un'inchiesta che accerti la verità, il ministro degli esteri italiano Frattini in un primo momento sembra essere sulla stessa linea d'onda delle nazioni unite per poi dissociarsi affermando: "Gli occupanti della nave cercarono lo scontro con Israele" (larepubblica.it del 16 giugno 2010). Con il passare dei giorni l'episodio viene in qualche modo ridimensionato, l'attenzione dei principali media si sposta sulla violenza dell'Iran e sulla sindrome d'accerchiamento di Israele rispetto al mondo arabo. Barack Obama all'indomani della sua elezione alla Casa Bianca auspicò un nuovo corso all'isegna della pace per tutto il Medioriente: il diritto alla patria per i Palestinesi ed il diritto alla sicurezza per gli ebrei. Oggi, il 3 giugno 2009 quando il primo presidente nero della storia degli stati Uniti parlò in vista al Cairo di pace e Medioriente appare quanto mai lontano. La ferita tra arabi ed israeliani è quanto mai viva. Ad un mese dall'attacco alla Freedom Flotilla, il governo israeliano fa sapere che la politica interna in merito al blocco imposto sulla striscia di gaza è cambiato: il ministro Yitzhak Herzog annuncia: "non c'è più bisogno dell'arrivo di altre flottiglie perchè si può annunciare al mondo che Israele ha cambiato la sua politica per tutto ciò che concerne il blocco" (www.peacereporter.net 21 gigno). A Gaza potranno quindi arrivare tutti i beni civili, in un lenzuolo di terra in cui la gente si divide tra miseria ed integralismo religioso sognando l'agognata patria. Era il 1974 quando Yesser Arafat, l'ulimo leader capace di tenere insieme le diverse anime palestinesi all'assemlbela delle nazioni unite disse: "Oggi sono venuto con un ramoscello di ulivo ed un fucile a combattere per libertà. Non lasciate che il ramoscello di ulivo cada dalle mie mani". Israele circa il blocco sulla striscia di Gaza in palese violazione dei diritti umani ed inseguito all'ingiustificato attacco alla Freedom Flotilla non ha ricevuto dalla comuità internazionale nessun tipo di sanzione. www.larengodelviaggiatore.info La creazione di una società comunista è stato l’esperimento sociale-politico più ardito dalla nascita degli Stati nazionali. Estremamente accattivante nei propositi e nelle intenzioni, la teoria marxiana ha dovuto fare i conti con la complessità della realtà in tutte le sue sfere – economica, geopolitica, sociale – che ha obbligato molteplici revisioni della dottrina originaria (con Lenin, ma anche nel dibattito tra Stalin e Trotsky) per poi soccombere alla prova della realtà. Uno dei punti più delicati cui far fronte era conciliare l’intuizione internazionalista di un unico popolo proletario sotto l’egida dell’Unione Sovietica con le sterminate varietà etniche, nazionali, culturali e religiose presenti all’interno dei suoi confini. Estendendosi dalla Germania all’oceano Pacifico, la composizione etnica e nazionale dell’Unione variava sensibilmente, passando dalla tradizione europea e cristiana degli Stati nazione al carattere mitteleuropeo delle regioni austro-ungariche, dall’euroasiatica, slava e ortodossa federazione Russa fino ai tratti turchi e musulmani delle zone caucasiche e dell’Asia centrale. Come plasmare l’”uomo sovietico” a partire da tanta diversità? Come creare un popolo nuovo resistendo alle spinte nazionalistiche o all’attraente fascino del ritorno ad una comune identità originaria pan-slava, o magari pan-turca? Come Commissario alle Nazionalità fu nominato il georgiano Joseph Stalin, il quale nel 1913 pubblicò Marxismo e la Questione Nazionale dopo aver osservato la composizione multietnica Austro Ungarica in un viaggio nella Vienna Imperiale. Secondo la sua teoria il rango di “nazione” doveva essere attribuito a quei gruppi etnici dotati di omogeneità linguistica, territoriale, culturale, e delle attività economiche. Questi popoli avrebbero ottenuto lo status politico di Repubblica Socialista Sovietica, mentre gli altri si sarebbero organizzati in entità gerarchicamente subordinate – autonomie, province, etc. – inglobate nelle prime. La struttura sovietica così definita rimase compatta per tutta la durata dell’Unione, e non si può dire da questa prospettiva che lo Zio Joe non abbia fatto un buon lavoro, ma è da quei territori che scaturirono la maggior parte dei conflitti che seguono la Guerra Fredda. In Europa, l’azione sovietica di national state engineering è stata per lo più limitata dalla presenza di popoli con una lunga tradizione nazionale, come nel caso della Polonia, dove la radicata eredità romana e cattolica ha resistito alle pressioni sovietiche fino a prendersi la rivincita nel 1989 con la vittoria elettorale del sindacato cattolico Solidarność. Più incisiva e devastante è stato invece l’approccio utilizzato nelle regioni dell’area caspica: il Caucaso e l’Asia Centrale. Soprattutto questi luoghi saranno infatti teatro di numerosi conflitti l’indomani del crollo sovietico e alcuni di essi verranno chiamati “Stati falliti”. Storicamente contesa tra Impero Ottomano, Persia e Impero Zarista, la regione del Caucaso Meridionale è composta da svariati gruppi etnici di cui tre principali: Georgiano, Armeno e Azero; i primi due cristiani ma di chiese apostoliche differenti, il terzo di matrice turca e religione musulmana. La regione era culturalmente e politicamente vivace già sotto il dominio zarista quando Tbilisi, - situata al centro dell’area caucasica e oggi capitale della Georgia - era un melting pot etnico, culturale e religioso, e Baku - capitale azera bagnata dal Mar Caspio, - era una fiorente città industriale ricca di giacimenti minerali da raggiungere metà della produzione petrolifera mondiale all'inizio del Novecento. Da queste città, movimenti e partiti di carattere nazionalista, democratico e perfino socialista, come il Musavat in Azerbaijan o l’armeno Dashnak, sorsero e portarono la loro voce al cospetto della russa Duma già alla fine del XIX secolo.
Dopo una breve parentesi federale (la Repubblica Socialista Sovietica Transcaucasica, 1922-1936), la regione venne divisa in tre repubbliche sovietiche definite secondo le tre etnie principali, le uniche degne del rango di “nazione”. Seppur disegnate intorno a una schiacciante maggioranza etnica, al loro interno vi si trovavano numerose e consistenti minoranze alle quali fu attribuito lo status di Autonomia oppure di Oblast (provincia). Da queste suddivisioni si crearono i presupposti per tensioni che persistono tuttora, come tra Abkhazi e Georgiani, in guerra nel 1992-93 e nel 1998, o tra Armeni e Azeri nel Nakhchivan e nel Nagorno-Karabakh, il primo di maggioranza azera, ma racchiuso tra Armenia ed Iran, mentre il secondo di maggioranza armena, ma internamente inglobato nell’Azerbaijan. Quest'ultimo, in particolare, fu palcoscenico di scontri dal 1988 al 1994 quando fu dichiarato un “cessate il fuoco” che da allora regge in maniera precaria. Infine vi è il conflitto tra Ossezi e Georgiani, iniziato nel 1992-93 e reiteratosi nell’estate del 2008 provocando l’intervanto della vicina Russia. www.larengodelviaggiatore.info Caso differente, ma ancor più tragico e violento è invece quello del Caucaso Settentrionale, separato dalla regione meridionale dalla catena del Gran Caucaso. Da sempre appartenente alla Russia, la regione presenta più di 50 gruppi etnici di cui più di una dozzina nel solo Dagestan. In quest’area l’azione sovietica fu spietata. Non volendo riconoscere a nessun popolo il rango di nazione per timori secessionisti, l’Unione ha qui agito secondo il classico divide et impera creando artificialmente motivi di odio, ad esempio arrivando a deportare intere popolazioni in Siberia per poi rimpatriarle dopo decenni. È il caso dei Ceceni e dei Laks in Dagestan o degli Ingush che una volta tornati trovarono le loro case abitate dagli scomodi vicini cristiani dell’Ossezia del Nord. Il numero dei conflitti più o meno intensi è impressionante: basti pensare che i Ceceni, oltre alle due guerre con la Russia (1994-1996; 1999-2000) di cui si hanno strascichi tuttora (come provano i recenti attentati a Mosca), si sono scontrati per ragioni etniche e di confini con i Laks, con gli Ingush (cui sono etnicamente e culturalmente simili) e con gli Ossezi al fianco degli stessi Ingush.
Un rapido sguardo dev’essere infine rivolto all’Asia Centrale, sede al contempo dei migliori risultati e dei peggiori fallimenti sovietici in materia di costruzione nazionale. Discendenti dalla grande migrazione mongola, le tribù turche che abitavano quelle regioni erano blandamente organizzate in grandi Emirati o Kahnati privi di confini precisi, tra cui i famosi Khiva, Bukhara e Samarcanda. Qui i sovietici crearono di punto in bianco nuovi Stati e, in alcuni casi, vere e proprie nazioni dotate di una propria lingua, evitando la creazione di entità troppo grandi e coese che potessero cadere nelle mani degli antichi sovrani, ancora legittimati a livello locale, o di movimenti pan-turchi o pan-arabi.
I risultati di maggior successo sono rappresentati dal Kazakhstan, dal Turkmenistan e dall’Uzbekistan, che, seppur governati da dittatori autoritari ed eccentrici fin dagli anni Novanta, non hanno partecipato a conflitti bellici ed i loro popoli si riconoscono in un’identità nazionale tutto sommato pacifica, grazie anche alle ingenti risorse di idrocarburi di cui dispongono. Due degli esperimenti sovietici vengono invece definiti oggi “Stati falliti” e sono il Tajikistan e il Kyrgyzstan. La regione popolata dai Tajiki, gruppi di origine persiana e parlanti una lingua simile al farsi iraniano, fu smembrata delle sue zone più ricche che vennero accorpate all’Uzbekistan (Samarcanda, Bukhara e parte della verde Valle del Fergana), e per lungo tempo fu declassata a status di autonomia per limitarne l’attrazione nazionale nell’area. Alla fine degli anni Ottanta però i limiti di questa scomposizione a tavolino vennero alla luce ed il Tajikistan fu avvolto da una lunga guerra civile (1992- 1997) dettata da ostilità etniche che non si risolse nella legittimazione di un’autorità centrale, bensì nella totale perdita della stessa. Il paese manca ancor oggi di uno Stato e tra caos e violenza viene “governato” da bande e gruppi regionali in un contesto che pare non offrire soluzioni. Il Kyrgyzstan presenta invece grandi insediamenti Kazaki e soprattutto Uzbeki, nelle zone adiacenti alla valle del Fergana e nella città di Osh. Privo di risorse minerali e di una produzione industriale, la fine dell’Unione Sovietica rappresentò per questo paese l’apertura di un vaso di Pandora estremamente pericoloso. Il paese fu diviso da regionalismi tra nord e sud, e fu percorso da tensioni interetniche che sfociarono in continui scontri tra Uzbeki e Kyrgyzi. La leadership post-sovietica tentò d’intraprendere la via della democratizzazione alla ricerca di consensi e aiuti Occidentali, ma dietro a questa spicciola e demagogica politica si celava un sistema di nepotismi e familiarismi che venne ribaltato nel 2005 dalla millantata Rivoluzione dei Tulipani che portò al potere Kurmanbek Bakiyev ma che non mutò nella sostanza la natura del sistema politico nazionale. I fatti delle recenti settimane ci mostrano come la situazione sia ancora disastrosa, senza speranze e di poco interesse da parte delle grandi potenze mondiali se non fosse che gli Stati Uniti hanno nel paese un’importante base militare di riferimento per le operazioni in Afghanistan, altro paese del Centro Asia che più di ogni altro è emblema di uno “Stato fallito” vittima dell’eredità sovietica.
www.larengodelviaggiatore.info Paragonato ai colossi asiatici, il Kirghizistan è uno stato di piccole dimensioni (2/3 dell’Italia), attraversato in tutto il territorio da alte catene montuose coperte da ghiacciai perenni; un paese noto per le sue incredibili bellezze naturali e per le forti tradizioni nomadi dei popoli che vi abitano.
Così come altri paesi asiatici post-sovietici, anche il Kirghizistan fu attraversato e sconvolto nel 2005 dalla sua rivoluzione colorata, sotto il nome di Rivoluzione dei Tulipani: un movimento, forte del sostegno occidentale, che si scagliò contro il presidente in carica Akayev. Leader dell’opposizione era Bakiyev, eletto poi presidente; ma la fiducia riposta nei suoi confronti dalla popolazione è andata nel corso degli anni affievolendosi fino a sfociare in una nuova rivoluzione. Poca democrazia, accentramento del potere, legami con organizzazioni criminali: il risultato è stato una nuova protesta lo scorso aprile che ha portato alla deposizione e all’esilio del presidente, affidando le sorti del paese a un debolissimo governo ad interim. Una situazione figlia di una politica scellerata che ha portato a estreme contrapposizioni tra nord e sud del paese ovvero tra Kirghisi (65% della popolazione) e Uzbeki (14%). Da allora, negli ultimi mesi, un susseguirsi di violenze ha fatto sprofondare il paese nel sangue e anarchia: tumulti, omicidi e stupri, città devastate e profughi, con più di 2mila vittime. Secondo testimonianze locali (Washington Post) dietro agli scontri ci sarebbero fedelissimi alleati dell’ex presidente, che avrebbero orchestrato il tutto facendolo apparire erroneamente come conseguenza di tensioni etniche. Si tratterebbe quindi di un tipico caso in cui speculazioni politiche, lotte di potere e colpi di coda di politici deposti, approfittano del pretesto “etnico” per indebolire il governo in carica. Il futuro del paese è più incerto che mai: l’attuale presidente provvisorio Otunbaeva invoca l’intervento della comunità internazionale. Alcune regioni sono completamente in mano a organizzazioni criminali con totale assenza dello stato; si temono inoltre infiltrazioni di cellule di Al Qaeda. Si rimane quindi in attesa delle lente decisioni di Russia e Stati Uniti entrambi presenti sul territorio kirghiso con basi aeree (in particolare quella statunitense è un avamposto fondamentale per la guerra in Afghanistan). Ancora una volta le tensioni etniche sono comunque il risultato d’instabilità sociale, zero sviluppo economico, disoccupazione, povertà diffusa e soprattutto squilibri tra le regioni. www.larengodelviaggiatore.info Circondatevi di spezie dalle innumerevoli fragranze e avvolgetevi nella più morbida seta. Ora immaginate una vita da trascorrere nella casa dove siete nati. Dove è nato vostro padre. Dove prima di lui è nato vostro nonno, prima ancora il vostro bisnonno, e cosi via per cinque generazioni.
Ora, immaginate ruspe e bulldozer avvicinarsi con intenti ben poco amichevoli alla vostra casa costruita in mattoni di fango (perfettamente in grado di sopportare le angherie del tempo). Bene, questo è a grandi linee lʼincubo mattutino di moltissimi Uiguri che vivono nella parte più antica di Kashgar, città dellʼodierna Cina situata nellʼ estremo nord-ovest del paese, nella grande provincia chiamata Xinjiang. Questa parte della città è con ogni probabilità la stessa che Marco Polo vide durante il suo lunghissimo viaggio nel 1273/4. Kashgar, Urumqi, Komul, Khotan sono state per secoli città-oasi dalle quali e lungo le quali transitavano carovane che avrebbero percorso la leggendaria via della seta. Dopo innumerevoli vicissitudini e velleità indipendentiste nel diciannovesimo e ventesimo secolo, questa grande regione venne (ancora una volta) legata al destino cinese. Oggi quelle ruspe sono manovrate dagli Han (lʼetnia che costituisce il 92% della popolazione cinese) che da Pechino e le altre megalopoli sulla costa pianificano il futuro dellʼentroterra cinese, un futuro ricco, ma non per tutti. I viottoli e i cunicoli delle antiche vie di Kashgar sono stretti, molto ramificati, in sostanza difficilissimi da controllare. Eʼ una zona dove le decine di migliaia di soldati inviati da Pechino dopo i disordini della scorsa estate fanno fatica ad entrare: si è quindi optato per la soluzione tabula rasa. Volendo si potrebbe considerare il caso di Kashgar come una grande metafora da applicare a tutto lo Xinjiang, che negli ultimi sessantʼanni ha visto demolire drasticamente i propri equilibri interni. Nel 1947, insieme ai tre milioni e mezzo di Uiguri vivevano appena 220.000 Han che costituivano il 5% della popolazione. Nel 2007 quei 220.000 sono diventati 8.2 milioni, di fronte a 9.6 milioni di Uiguri. Gli Han hanno accesso a posti dirigenziali e statali importanti, vuoi perchè riservati a loro, vuoi perchè riservati ai membri del partito. La quasi totalità degli Uiguri rifiuta di farne parte in quanto per i membri vige il divieto di seguire il credo religioso, ed essendo gli Uiguri una popolazione musulmana dalle antichissime tradizioni, è facile capire il perchè del loro rifiuto. Tuttavia la “colonizzazione” non si ferma qui. Avendo forse preso spunto dai più biechi tentativi di russificazione del passato, Pechino sta lentamente imponendo il suo linguaggio e i suoi costumi nelle scuole e nella società, insomma una “cinesizzazione” a tutti gli effetti. A riportare in alto le speranze del popolo Uiguro cʼè una donna, classe ʼ47: Rebiya Kadeer. La Kadeer si è rivelata una spina nel fianco del regime perchè dopo aver fatto fortuna ed essersi spostata in esilio negli Stati Uniti, cominciò a divulgare quello che realmente accadeva nello Xinjiang e di cui si sapeva poco o niente. Nella Cina di oggi, fare il suo nome in pubblico può essere estremamente lesivo, sia per la libertà che per la sicurezza personale. La Kadeer ad ogni modo non è il vero cuore delle preoccupazioni del regime: movimenti sotterranei come lʼEast Turkestan Islamic Movement destano timori ben più grandi. Presidente dal 2006 del Congresso Mondiale Uiguro, la Kadeer ha sempre previsto lʼopzione dialogo, nella speranza di una ritrovata ed effettiva autonomia allʼinterno della Repubblica Popolare Cinese. Non si è mai negato però, che in mancanza di dialogo si arrivi ad una lotta per lʼindipendenza. Quello che ne nascerebbe sarebbe il Turkestan dellʼ est, un troncone di quello che fu lʼantico Turkestan comprendente tutte le altre repubbliche centroasiatiche, immenso calderone di etnie di origine turca, kazaka, uzbeka, khirghiza, uigura, mongola, tatara e via discorrendo. Dopo una richiesta cinese effettuata immediatamente dopo lʼ11/9 e rifiutata da parte degli Stati Uniti, lʼEast Turkestan Islamic Movement è stato inserito nella lista delle organizzazioni terroriste nel 2002, a seguito di una visita del Vice Segretario di Stato Armitage a Pechino, durante i preparativi dellʼ invasione in Iraq. La mossa rientra perfettamente nel pragmatismo cinese: bollare lʼ ETIM come movimento terrorista giustificando in tal modo le durissime rappresaglie e il bisogno di sicurezza nello Xinjiang, spostando gli Uiguri in nuovi quartieri nelle periferie dove possano essere debitamente controllati e via discorrendo. Un tale dispiegamento di forze e risorse potrebbe sembrare ingiustificato non considerando che nello Xinjiang si trova un terzo delle risorse di gas naturale cinesi, il 40% delle riserve di carbone , pozzi petroliferi, miniere di sale, dʼoro e di numerosi altri minerali. Senza contare poi che la regione confina con 7 paesi diversi: ha quindi una immensa strategicità per stabilire unʼinfluenza nellʼ Asia Centrale. Una completa e aggiornata conoscenza di quello che accade viene ovviamente ostacolata dalle autorità. Ci rimangono solamente sussurri di un qualcosa che cova nel sottosuolo cinese. Non è detto che sia solo un altro filone di gas. www.larengodelviaggiatore.info Il popolo colombiano è tormentato da una guerra civile che dura da più di 45 anni. Gli attori del conflitto sono: l’Esercito regolare, le milizie paramilitari di destra - le AUC (Autodefensas Unidas de Colombia) e le guerriglie d’estrema sinistra, le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) d’ispirazione marxista e l’ELN (Ejército de Liberación Nacional) d’ispirazione cattolico-guevarista. Questi gruppi armati si sono resi responsabili nel corso degli anni di innumerevoli violazioni dei diritti umani e colpevoli di centinaia di migliaia di omicidi, sequestri e abusi di ogni tipo. Dall’inizio del conflitto (1964) a oggi si calcola siano state uccise più di 300.000 persone1 e che più di 3 milioni di cittadini colombiani2 siano stati costretti ad abbandonare le loro case e le loro terre per sfuggire alla violenza armata. Queste cifre fanno della Colombia il paese con il più alto numero di IDPs (Internally Displaced Persons) al mondo dopo il Sudan3.
Le cause del conflitto sono ricollegabili all’ampio divario economico esistente tra gli esponenti dell’oligarchia colombiana e le classi meno abbienti, composte per la maggior parte da campesinos e agricoltori alla mercè dei grandi proprietari terrieri (in Colombia il 4% della popolazione detiene oltre il 65% delle terre coltivate)4. La causa scatenante è invece l’omicidio del leader del Partito liberale Jorge Gaitán nell’aprile del 1948 per mano dei conservatori. In seguito a questo episodio ha inizio il cosiddetto periodo della Violencia che genera un’ondata di rivolte in tutta la Colombia contro il governo conservatore. I militari riescono a riportare l’ordine solo nel 1953, dopo aver causato la morte di più di 300.000 persone. Durante questi anni, migliaia di contadini in fuga dall’esercito trovano rifugio nelle regioni più centrali del Paese. La fine della Violencia e la nascita del Fronte Nazionale nel 19575 non coincidono però con un significativo miglioramento delle condizioni di vita dei campesinos. Così, nei primi anni Sessanta, nelle aree occupate dai contadini, si formano i primi movimenti guerriglieri di estrema sinistra da cui nasceranno le FARC e l’ELN. La guerra inizia ufficialmente nel 1964 in seguito ai bombardamenti dell’esercito colombiano su alcune zone in mano ai campesinos nell’intento di riappropriarsi delle terre sottratte ai latifondisti. Le forze paramilitari nascono invece negli anni Settanta (anche se le AUC si costituiscono ufficialmente solo nel 1997) da alcuni apparati dello Stato in risposta al proliferare delle guerriglie e per salvaguardare gli interessi dei grandi proprietari terrieri e delle multinazionali straniere. Alla base dell’azione paramilitare c’è il tentativo di repressione sistematica degli oppositori: campesinos, rappresentanti dei Sindacati, studenti e simpatizzanti di movimenti di sinistra. A titolo di esempio si calcola che negli ultimi 15 anni in Colombia siano stati uccisi più di 4000 sindacalisti6. Una delle conseguenze più gravi della guerra è il dramma dei desplazados. Gli sfollamenti forzati avvengono tramite minacce, sparizioni, omicidi e ogni sorta di crimini, perpetrati al fine di terrorizzare la popolazione e costringerla alla fuga. Le incursioni all’interno dei pueblos sono orchestrate dai gruppi paramilitari in sinergia con l'Esercito regolare. Dallo scoppio della guerra ad oggi sono 6 milioni gli ettari di terra7 sottratti illegalmente ai campesinos per lasciare spazio alle più redditizie piantagioni di coca (il narcotraffico è la prima fonte di sostentamento delle AUC). Il 7% della popolazione colombiana è così costretta a vivere lontano dalle proprie case, in condizioni di estrema povertà e precarietà nelle baraccopoli delle grandi città o a ridosso dei confini con il Venezuela, l’Ecuador e Panama. I desplazados sono per lo più contadini, afrodiscendenti e indios, per la metà di sesso femminile. Il 20 giugno scorso la Colombia è stata chiamata ad eleggere il nuovo Presidente. Ha vinto Juan Manuel Santos, il delfino del Presidente uscente Alvaro Uribe, che negli otto anni di mandato ha sempre adottato la linea dura contro le FARC, impedendo di fatto la nascita di un processo di pace. Se Santos seguirà la stessa politica, la paz in Colombia resterà un sogno per ancora molto tempo. 1. http://it.peacereporter.net/conflitti/9/1
2. http://www.unhcr.org/cgi-bin/texis/vtx/page?page=49e492ad6 3. http://www.internaldisplacement.org/8025708F004CE90B/%28httpRegionPages%29/54F848FB94403472802570A6005595DA?OpenDocument 4. http://www.alacalle.org/guerraglobale/Colombia/colombia.htm 5. Si tratta di un accordo politico tra Liberali e Conservatori che prevede un’alternanza al potere dei due partiti per i successivi 16 anni. 6. http://www.polodemocratico.net/Los-derechos-humanos-en-Colombia 7. http://edition.cnn.com/2009/WORLD/americas/05/22/colombia.displaced/index.html www.larengodelviaggiatore.info Popolo, identità ed economia: l'esempio a stelle e strisce di Francesco Manaresi
Popolo: s,m. un gruppo specifico di esseri umani accomunati da un sentimento durevole di appartenenza, possedendo o meno caratteristiche comuni quali lingua, cultura, religione o nazionalità. Insomma, una definizione con uno spettro amplissimo, questa di Wikipedia. Ed effettivamente se c'è una cosa oggettiva nell'idea di popolo è che tutti lo possono definire come preferiscono. www.larengodelviaggiatore.info “Un popolo senza teatro è un popolo morto”. Uno striscione che riporta questa frase di Garcia Lorca, è apparso di recente sull’elegante terrazza del Teatro Comunale di Bologna. L’evidente scopo è manifestare il dissenso verso la politica di tagli alla cultura, all’educazione, e alle fondazioni lirico-sinfoniche in particolare. Il Teatro Comunale ospita infatti la stagione sinfonica e lirica bolognese e, ironia della sorte, si affaccia su una delle piazze divenute simbolo del degrado (culturale) della città.
Di fronte alla frase di Lorca, non ho potuto che interrogarmi sulla salute del popolo italiano. Il teatro ha da tempo un peso politico e culturale irrisorio nel nostro paese. Oggi rischia di diventare storia. In mancanza di finanziamenti pubblici, questo settore - custode di grandi professionalità non solo musicali, dalla scenografia alla sartoria - rischia la scomparsa. Sarebbe quindi naturale aspettarsi da un buon governo un sostegno economico a questo bene pubblico, caposaldo della nostra cultura e tradizione, di grande valore per il nostro Paese.
Eppure la questione, apparentemente banale (chi non vorrebbe un maggiore sostegno economico alla cultura?), diventa più complessa se ci chiediamo quale sia lo scopo della tassazione.
L’art.53 della Costituzione (benedetta Costituzione) non lascia dubbi in merito: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività". Le tasse hanno una funzione redistributiva: chi guadagna di più deve pagare aliquote più alte. Il gettito fiscale raccolto dovrebbe poi essere utilizzato per garantire i servizi universali: a cui tutti devono poter accedere indipendentemente dalle proprie condizioni economiche. Con la tassazione vengono quindi prelevati i soldi ai più ricchi per garantire servizi ai più poveri. Servizi fondamentali come l’educazione, la sanità, la difesa.
Oggi, siamo in tempo di crisi, e garantire i servizi pubblici anche per i più poveri nonostante la stretta finanziaria di Tremonti è (dovrebbe essere) una delle priorità della sinistra.
Un problema quindi c’è, visto che oggi - non si neghi l’evidenza - a sentire l’opera non ci va certo il popolino. Appostiamoci all’uscita del Teatro Comunale in una serata di prima. Vi ritroveremo l'elite culturale, la Bologna bene.
Finanziare pubblicamente la lirica significa – sì – sostenere un bene pubblico che altrimenti rischierebbe di scomparire, ma significa anche violare il ruolo redistributivo della tassazione. Questo perché stiamo finanziando un servizio di cui le persone povere non godono.
A fronte di un finanziamento pubblico ci vuole un servizio pubblico. Per coniugare le due cose io sarei favorevole al finanziamento al teatro ma con più repliche e serate a ingresso gratuito (o quasi) riservate a chi non se lo potrebbe permettere. Ancora meglio sarebbe promuovere un’educazione musicale nel nostro paese per invogliare la domanda, ma dopo trent’anni di tette, culi e notizie che strisciano temo di essere già entrato nel magico mondo della fantascienza.
Di fronte alla tensione tra attività culturali elitarie e finanziamento dei servizi pubblici, Baricco più di un anno fa propose di indirizzare più fondi alla televisione, servizio – quello sì – popolare. La provocazione è intelligente, ma rimango dell’idea che non sia tanto un problema di quantità, se non di qualità.
www.larengodelviaggiatore.info IUVENTUS - Progetto di scambio italo tedesco di Redazione Dall’inizio dell’anno IUVENTUS è in pista. IUVENTUS in latino significa “gioventù” ed è stato scelto questo nome per il nuovo progetto bilaterale per lo Scambio Italo-Tedesco per i giovani. L’ufficio aggregato al Centro Italo-Tedesco Villa Vigoni con sede a Menaggio sul lago di Como ha iniziato la sua attività nel gennaio del 2010 e da allora ha acquisito contatti con istituti di formazione ed organizzazioni giovanili in Italia e in Germania in vista della messa online del portale bilingue prevista a metà giugno (www.ciao-tschau.eu). Chi ha tra i 16 e i 29 anni e vive in Italia o in Germania può registrarsi e partecipare al concorso online per il futuro logo IUVENTUS. Dopo il 15 ottobre 2010, termine ultimo d’invio delle proposte, una giuria italo-tedesca selezionerà tre loghi che riceveranno interessanti riconoscimenti nel corso del primo Incontro Italo-Tedesco alla fine dell’anno. A questa giuria, oltre a rappresentanti dei due Ministeri degli Esteri, dell’Ambasciata Italiana a Berlino e dell’Ambasciata Tedesca a Roma, prendono parte anche personaggi di spicco nell’ambito della cultura, del giornalismo e del design. Il portale proporrà inoltre numerose fonti di informazione e possibilità di interazione per ragazzi ed operatori del mondo giovanile tra cui le presentazioni di istituzioni italo-tedesche e di film e libri ispirati ai due paesi. Gli iscritti potranno raccontare le loro esperienze di scambio, cercare partner per futuri progetti, proporre idee e commentare quelle degli altri. IUVENTUS intende potenziare le relazioni tra i due paesi promuovendo incontri tra le ultime generazioni e abbattendo gli stereotipi che ostacolano ancora la reciproca comprensione per costruire la strada dell’Europa unita. Per contatti: Carla Christiany Via Giulio Vigoni, 1 22017 Loveno di Menaggio (CO) Tel: 0344-34136 christiany@villavigoni.eu www.larengodelviaggiatore.info Popolo, etnia, nazione di Alberto Miti Cos’è che rende una comunità un popolo? Cosa una nazione? Cosa un’etnia? Questi termini sono talmente tanto abusati oggigiorno che ne abbiamo dimenticato quasi completamente i reali significati.
Alla base dei tre concetti c'é l’idea di identità. I membri di un popolo, i cittadini di una nazione, gli individui che compongono un’etnia si riconoscono parte di una comunità in quanto si sentono accomunati agli altri da un ipotetico patrimonio culturale, usanze, interessi, origini comuni. Sono questi che determinano l’identità di una comunità. Ma su basi quanto solide vengono formate queste identità? Lo studio delle comunità umane e dei criteri in base ai quali queste si determinano e giustificano fa parte dei compiti dell’antropologia, la scienza che studia appunto l’uomo. Ora, accade a volte che una scienza, per il profondo bisogno di spiegare il mondo proprio dell’attività scientifica, nella disperata ricerca di basi solide, a volte sia costretta a creare il proprio oggetto. E’ una caratteristica propria della scienza occidentale, inoltre, quella tendenza alla divisione e alla classificazione del reale per poterlo rendere più facilmente comprensibile. L’idea che le diverse comunità umane siano “pezzi da museo” da catalogare e classificare trova d’accordo quasi tutti gli antropologi. Dividere una popolazione in etnie è frutto proprio di questa tendenza. Cosa distingue un’etnia da un’altra? Qual’è la definizione di etnia? Il dizionario dà questa: aggruppamento umano basato sulla presenza di caratteri somatici, culturali, linguistici comuni. Ed ecco che su questa base vengono create le tribù nordamericane, le etnie balcaniche, quelle africane; giustificate sulla base di tratti somatici, cultura, lingua e spesso origini comuni. Ma è davvero possibile tracciare confini netti e ben definiti tra le etnie? Saremmo capaci, per esempio, di distinguere basandoci sui caratteri somatici un armeno da un turco? Un ucraino da un russo? Un italiano da uno spagnolo? La stragrande maggioranza delle volte non è assolutamente possibile. Eppure facciamo parte di “etnie” diverse. Allora si potrebbe passare ad una differenziazione su base culturale. Ma questo tipo di classificazione oggi più che mai è forzato: in un mondo in cui bambini danesi guardano film prodotti ad Hollywood, operai indiani navigano in rete in siti internet inglesi e lavorano in fabbriche in Germania, ragazzi russi guardano canali satellitari americani e studiano in università spagnole, in un mondo dunque dove gli scambi tra culture sono praticamente infiniti si pensa ancora sia possibile distinguere culturalmente un’etnia da un’altra? Tralasciando certo le rare piccole popolazioni che ancora oggi vivono isolate dal resto del mondo, sfido chiunque a distinguere tra le abitudini e gli usi di un albanese e di un macedone. Per quanto riguarda la lingua? Non necessariamente gli individui che si identificano in una determinata etnia condividono una stessa lingua, i dogon del Mali ad esempio non parlano tutti allo stesso modo, esistono una miriade di dialetti locali, alcuni molto diversi tra loro. Nei mercati dogon, per comprendersi e poter portare a termine le transazioni commerciali, viene utilizzata la lingua peul come mezzo veicolare, altrimenti i venditori e i commercianti non si capirebbero nemmeno. Eppure fanno parte dello stesso gruppo etnico. Venuti meno questi possibili criteri di classificazione cosa rimane? Il mito delle origini. Ma si tratta appunto di un mito, spesso creato ad hoc da un’élite per giustificare su basi storiche le richieste di indipendenza o secessione. L’esempio che può risultare più familiare è la Lega Nord. I leghisti, quando iniziarono la loro attività negli anni ’80, giustificavano la loro politica rimandando le origini della Padania ai Celti. I militanti della lega arrivarono a sostenere che i Celti erano federalisti e che non ritenevano necessario un centro di potere comune che potesse decidere del destino dei loro cittadini. Ma queste popolazioni che oggi chiamano “celti” in realtà non sono altro che un’invenzione degli storiografi settecenteschi che, per poterle meglio studiare, hanno classificato le innumerevoli tribù che vivevano sparse tra le isole britanniche e il Danubio con lo stesso nome. In realtà i “celti” non sapevano di essere celti, non avevano uno stato, una cultura, un culto comune. Per dirla con Levi Strauss, i celti “sono buoni da pensare” e grazie alla loro indefinitezza gli si possono attribuire tutte le caratteristiche che si vuole. Prima della Lega Nord, i celti furono utilizzati da intellettuali scozzesi, irlandesi e gallesi per creare la propria identità nazionale in contrapposizione a quella inglese dominante. I celti sono diventati reali dal momento in cui un numero sempre maggiore di individui ne hanno accettato l’esistenza. Ed ecco il nodo gordiano del nostro discorso: un’etnia, un popolo e addirittura una nazione divengono reali, viene giustificata quindi la loro identità, quando i membri di questa credono che la stessa esista. Una nazione esiste quando la popolazione che la abita crede che questa esista. Lo stesso vale per l’etnia e il popolo. La distinzione può venire però anche dall’esterno: come diceva Jean Paul Sartre, è stato l’antisemitismo a creare il semita. Di reale questi termini non hanno niente. Un uomo è un uomo, a prescindere da che cosa sia scritto sul suo passaporto. Nella storia delle società, l’uomo in quanto tale è stato spogliato progressivamente dei propri diritti, assumendo importanza solo in quanto base per la formazione del cittadino. Gli uomini che le costituzioni dei vari stati nominano sono prima di tutto cittadini. Non è forse vero che un sistema politico si preoccupa degli uomini che compongono la comunità in quanto “cittadini” di questa e in quanto tali sottoposti alla sua sovranità? E a cosa altro servono i concetti di popolo, etnia e nazione se non a stabilire il confine tra cittadino e non cittadino, tra appartenente ad un gruppo o ad un altro? Presentando la cultura come un pacchetto compatto di tradizioni, usi, costumi e culti ben definiti, non si fa altro che cercare di rendere netta la distinzione tra “dentro” e “fuori”, una distinzione che altrimenti sarebbe sfumata e indefinibile. Pensiamo davvero che dopo migliaia di anni di storia, di riproduzioni, di scambi gli ebrei possano ancora essere definiti tali? Queste identità sono state opportunamente create nella storia per raggiungere fini diversi (mantenere compatta una comunità di fronte alle avversità, istigare alla guerra, privare di diritti una comunità scomoda, dare un’impressione di omogeneità di intenti, in generale, unire una popolazione) e sono state giustificate con la creazione di tradizioni, simboli, feste nazionali e religiose e di una pretesa cultura unica. Il procedimento è simile a quello descritto da Orwell in “1984”: nel romanzo esiste il “ministero della verità” che si occupa di riscrivere il passato per giustificare la linea di azione dello stato nel presente. Quando si crea una identità nazionale spesso si fa proprio questo. Si crea il “diverso” creando una sua genesi nel passato. Forse anche per questo la presenza di immigrati all’interno di una nazione è vissuta con un senso di sgomento e preoccupazione: ci ricordano che non siamo uomini perché siamo cittadini, ma che siamo prima di tutto uomini e poi cittadini. Per quale motivo si dice “naturalizzare” quando un cittadino straniero prende la cittadinanza del nostro paese se non per esorcizzare ciò che lo straniero può rappresentare? Naturalizzare, rendere naturale qualcosa che prima era innaturale. www.larengodelviaggiatore.info Come è possibile leggere dai vari contributi presenti su questo numero, “popolo” è un concetto evanescente, i cui contorni si allargano o si restringono in base alle singole situazioni. Parlare di “popolo italiano”, ad esempio, evidenzia la relatività di questo soggetto: con popolo, si intende un raggruppamento di persone accomunate da una stessa matrice linguistica, storica e culturale. Ma quando aggiungiamo l'aggettivo italiano la faccenda si complica: si potrebbe dire che si il concetto fa riferimento alla popolazione contenuta all'interno dei confini politici dello stato italiano, ma questo escluderebbe i tanti emigrati italiani nel mondo (che corrispondono ai tre parametri indicati precedentemente). Da notare che non parlo soltanto dell'emigrazione avvenuta durante tutto il XX secolo, ma anche delle emigrazioni attuali verso vari stati Europei e/o comunque Occidentali. Si potrebbe introdurre il requisito della nascita (nel territorio o da genitori italiani), ma questo introdurrebbe nuove questioni: il figlio di due italiani nato in Inghilterra è italiano o inglese? E il figlio di due marocchini nato a Caserta, è italiano o marocchino? Tenendo in considerazione i tre parametri sopra indicati, per quando riguarda la matrice culturale e linguistica, i due individui sarebbero considerati come appartenenti al luogo geografico (di nascita, o di crescita) mentre per quanto riguarda la matrice storica ne sarebbero esclusi. Questo renderebbe l'uno e l'altro inglese/italiano a metà. I casi limite potrebbero essere tanti, basti pensare alle varie comunità slave e tedesche presenti lungo i confini settentrionali. Italiane da generazioni, ma fortemente attaccate alle radici dei propri antenati. Potrei procedere oltre con questo discorso, ma quello che mi preme mostrare è l'evanescenza del concetto di “popolo italiano”.
Se ci spostiamo sul campo letterario la questione sembra essere molto più semplice. Negli ultimi anni è emerso un nuovo genere di scrittori, le cui opere sono state radunatiesotto l'etichetta di “letteratura migrante”. Di questo gruppo fanno parte tutti quegli scrittori di origine straniera (meglio dire non-italiana) che hanno scritto opere in lingua italiana. Il fenomeno non è nuovo se consideriamo che tra i maggiori scrittori del '900 troviamo uno come Aron Hector Schmitz, di origine austriaca, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Italo Svevo. I primi testi letterari scritti da “stranieri” appaiono in Italia verso i primi anni '90, tutti gli autori arrivarono nel “nostro” paese tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80 ,durante le prime ondate migratorie. Sono testi di carattere autobiografico che parlano delle motivazioni che li hanno portati a lasciare il proprio paese, dell'arrivo in Italia e delle difficoltà iniziali con la cultura e con la lingua. Dopo vent'anni il gruppo si è esteso e adesso ne fanno parte decine e decine di autori che si destreggiano con i vari generi letterari e paraletterari. Mi piacerebbe parlare di alcune di queste opere, ma devo confessare di essere a conoscenza dell'esistenza di questo gruppo da troppo poco tempo per poterne parlare in maniera esaustiva. L'aspetto che mi premeva sottolineare è che la letteratura ha scelto un unico requisito che indichi l'appartenenza tra le proprie fila: la lingua. L'aspetto linguistico è abbastanza importante, chiunque di voi abbia fatto un'esperienza all'estero conosce le difficoltà insite nell'apprendimento di un'altra lingua e l'impossibilità a volte di superare un certo livello di conoscenza. Dietro una buona o una scarsa conoscenza della lingua si possono nascondere meccanismi psicologici diversi come l'incapacità o la non volontà di integrarsi, la paura di perdere le proprie radici, o al contrario la volontà di cancellare il proprio passato, andando verso l'assimilazione, piuttosto che l'integrazione. Se spostiamo lo sguardo verso la società, dopo oltre trent'anni di immigrazione, non ci sono ancora risposte per quanto riguarda un giusto percorso di integrazione. La politica è divisa tra “tolleranza zero” e “solidarietà a tutto campo” e tra la gente le opinioni sono molte e confuse. Si dovrebbero individuare due - tre punti fermi, che stabiliscano quali siano le regole per una corretta integrazione, vantaggiosa per il migrante e per il paese che lo ospita (è inutile sottolineare che non prendo nemmeno in considerazione le baggianate della Lega Nord). Integrazione comunque deve essere, è inutile continuare ad evitare il problema, e bisogna trovare una formula. La letteratura insegna, la lingua potrebbe essere il primo di questi parametri. www.larengodelviaggiatore.info One’s-Self I sing, a simple separate person, / Walt Whitman, One’s-Self I sing da Leaves of grass
Non penso ci sia modo migliore per costruire un’idea che escludersi, di tanto in tanto, per far riemergere altre parole di altri uomini, le sole capaci in breve di poter dare forma a una summa, a un piccolo percorso segnato, utile almeno al primo orientamento. Servirebbe lungo tempo infatti per ricostruire i piccoli passi che hanno portato al messaggio di W. Wilson, l’8 gennaio 1918, e a quei quattordici punti più quattro (questi ultimi aggiunti il 12 febbraio) che sancirono per la prima volta, esplicitamente, il principio di autodeterminazione dei popoli. A conclusione della prima guerra mondiale il programma2 che Wilson definì “il solo possibile” doveva segnare un cambiamento di rotta, una definitiva rottura con quel “gioco dell’equilibrio delle forze” che aveva portato alle tensioni europee e, infine, alla guerra. Se nei primi quattordici punti vengono definiti con grande perizia gli interventi necessari a ridare legittimità a popolazioni come quella belga, serba, rumena e polacca, è nei quattro punti complementari del febbraio che tale principio viene messo in forte evidenza nel tentativo di garantirne la definita applicazione: “Tutte le aspirazioni nazionali ben definite dovranno ricevere la soddisfazione più completa che possa venire accordata senza introdurre nuovi elementi di discordia o di antagonismo né perpetuarne gli antichi suscettibili, col tempo, di rompere la pace dell’Europa e di conseguenza del mondo”3. A termine della guerra la svolta verso l’autodeterminazione durante i trattati di Parigi, dunque, non mancò: i rispettivi imperi di Germania, Austria-Ungheria e Turchia furono smembrati, i confini europei furono grandemente ridimensionati mentre vennero create nuove nazioni (Polonia, Cecoslovacchia, Bosnia-Erzegovina e Jugoslavia valgano come esempio). Purtroppo però il principio fu applicato in modo unilaterale ovvero non adempiendo ad esso nel trattamento delle potenze sconfitte. Lo scompenso fu evidente: l’autodeterminazione si fece espressione ultima dello stesso nazionalismo che nel 1914 aveva portato alla grande guerra; perpetrando lo stato di divisione interna all’Europa centrale, l’attuazione del principio ebbe effetti opposti alle aspettative: la frammentazione politica che ne seguì, infatti, diede vita a un sistema di tensioni e continue provocazioni tra i novelli stati e i più forti vicini, fino a farsi prodromo della seconda guerra mondiale.4 Se il principio di autodeterminazione doveva presupporre che “i popoli e le province” non dovessero “costituire oggetto di mercato e passare di sovranità in sovranità, come se fossero semplici oggetti o semplici pedine di un gioco”5, oggi sappiamo bene quanto, seppure non in Europa, questo “gioco” sia invece ancora in atto in numerose regioni del mondo quali l’Asia e l’Africa. Eppure l’uomo ha sempre teso nella direzione di auto-riconoscersi all’interno di un gruppo a cui sentiva, per religione, cultura, lingua e territorio, di appartenere: la prima ad aver reclamato un’unità consapevole è sempre stata la letteratura, in nome di una lingua che è anche un modo consapevole e condiviso di vedere e interpretare il mondo: la poesia ha dato la sensibilità della visione, ha dato la voce alla volontà di riscatto, ha gridato il soccorso di un popolo verso se stesso, come avvenne in Africa durante l’apartheid: “Africa in piedi! / Per aiutare i nostri fratelli a portare / Perché il nostro peso sia leggero / Perché uniti la forza ci permetta di sostenere / Le loro gambe che oscillano / Davanti ai nostri occhi con il rischio di amputarle noi / Per un effetto di mancanza d’animo.”6
Ogni “popolo auto-determinante” ha fatto suo un polo catalizzatore che presupponesse i principi essenziali della sua formazione a nazione: la letteratura lo è stato in quanto portatrice di una stessa matrice culturale per paesi come l’Italia o la Germania, la religione e la terra hanno insanguinato le lotte di popoli come quello palestinese e israeliano mentre è la stessa storia e la riappropriazione della condivisa irrinunciabile libertà che ha portato il Sudafrica a Nelson Mandela. Ma in tutti questi casi ha persistito una costante: l’auto-determinazione non è mai stata applicata senza scontrarsi con i grandi interessi economici delle potenze mondiali o senza produrre frizione con le culture locali (ad oggi, in Italia, si osservi la necessità padana o, in altri termini, Sarda7 di autonomia).
E oggi? Oggi in Europa il problema è slittato verso le minoranze linguistiche ed etniche che ricercano la loro identità all’interno dei grandi stati, in una sorta di progresso a ritroso, in partiti politici autonomisti o comunque regionali come succede ad esempio in Belgio dove ogni comunità linguistica ha i suoi partiti. Fin dove le autonomie e la libertà di auto-definizione di un popolo possono mettere a repentaglio un’unità nazionale consolidata? E, d’altra parte, quanto è giusto che un regione dagli usi e dalla cultura completamente estranea, continui a essere parte integrante di uno stato che sembra non poter portare coesione tra le sue parti (nota ironica e amara sul tema è la “frattura” che l’Economist propone all’Italia nel ridisegnare la mappa europea8)?
E con evidenti necessità di costruire sempre più profondi punti di coesione interni ai popoli, ricercati attraverso commemorazioni nazionali e figure simbolo, dovremmo chiederci se i nuovi gruppi in cerca di autonomia dovranno essere mantenuti necessariamente coesi alle sovranità nazionali o dovranno, come chiedeva Lenin9, essere soddisfatti nel loro desiderio auto-determinante in vista di più ampi equilibri. ______________________________________________________ 1 “L’individuo io canto, una semplice singola persona, / eppure pronuncio la parola Democrazia, la parola In-Massa”. 2 I quattordici punti (ma con l’esclusione delle quattro proposte complementari) si possono leggere anche su wikipedia al link http://it.wikipedia.org/wiki/Quattordici_punti. 3 Quarta proposta complementare del 12 febbraio 1918. 4 Tesi sostenuta da Hans Wilhelm Gatzke nel suo saggio “L’Europa e la società delle nazioni” . 5 Citazione dalla seconda proposta complementare. 6 Estratto da Africa in piedi di Bado Doulaye in AA.VV. , Poeti africani Anti-Apartheid, Edizioni dell’arco, Missaglia 2002. 7 Vedere ad esempio il sito http://www.sardignanatzione.eu/ che dell’Italia ripudia anche la lingua. 8 L’articolo relativo alla mappa di può ritrovare all’indirizzo. http://www.economist.com/node/16003661?story_id=16003661.9 “Noi esigiamo la libertà di autodeterminazione, cioè l'indipendenza, cioè la libertà di separazione delle nazioni oppresse, non perché sogniamo il frazionamento economico o l'ideale dei piccoli Stati, ma, viceversa, perché desideriamo dei grandi Stati e l'avvicinamento, persino la fusione, tra le nazioni su una base veramente democratica, veramente internazionalista, inconcepibile senza la libertà di separazione”. Estratto da un discorso dell’ottobre 1915. www.larengodelviaggiatore.info A partire dalla nozione di uomo-animale politico, Aristotele sviluppa una trattazione delle forme sociali aggregative che insiste sul naturale bisogno dell’uomo di organizzarsi: che si tratti di famiglia o di polis la comunità dell’uomo greco è radicata nella necessità dell’uomo di associarsi. Alla base della realizzazione dello scopo supremo della vita umana, e quindi della capacità per l’uomo di realizzare il bene e la felicità (come in Platone), lo stato greco permette all’uomo l’utilizzo dell’intelletto, la pratica della socialità, il confronto con altri individui. Nella Repubblica Platone individua nello Stato un individuo in grande, a testimonianza di quanto sia radicato nella personalità dell’uomo il sentirsi parte del suo mondo sociale. Insieme all’inestinguibile ruolo naturale della polis, l’uomo greco realizza e opera momenti sociali che fanno da colonne portanti all’edificio-stato. Ne sono un esempio le forme letterarie di tragedia e commedia che si configurano come veri e propri riti collettivi, ai quali tutti i cittadini partecipano, nelle cui storie (pur immerse nel tempo del mito) i cittadini rivedono e riflettono sulle problematiche del loro tempo. A partire dal tempo di Pericle lo Stato si assunse l’onere di pagare il denaro necessario all’ingresso dei cittadini a teatro. La religiosità quasi monoteistica di Eschilo inseriva l’uomo greco in un sistema di colpe ed espiazioni, lontano dalla vita di tutti i giorni, ma in cui pure l’uomo della polis trovava consolazione ai suoi piccoli grandi drammi. Sofocle, con la sua Antigone, proponeva la riflessione sul dovere della disobbedienza a leggi sociali in contrasto con le leggi morali dei rapporti umani; testimone della grandezza e del declino del V secolo e dell’Atene di Pericle, il secondo dei tragediografi invita a riflettere proprio su ciò che si pericolosamente si insidiava nella vita pubblica ateniese. Il colpo all’unità della rappresentazione teatrale (un’unità sia strutturale che emotiva) venne dato da Euripide, il meno amato dei tragediografi, proprio perché grande traditore della ritualità collettiva della polis. La coralità dei primi due grandi autori tragici si esprime nell’utilizzo del coro che in Euripide diventa quasi un apparato scenico a se stante e che si relaziona ormai con un eroe disarticolato, problematico, sofferente. Euripide mette in scena le donne (con le loro passioni), gli emarginati e il forte messaggio che intende veicolare è la frammentazione dell’animo umano. Il pubblico ateniese non può accettarlo e il portavoce della “ribellione” è Aristofane, il grande comico del V secolo. Oltre a rappresentare la realizzazione di una necessità naturale, la formazione della polis risponde anche all’individuazione di un’identità mediante la affermazione di un’alterità; in altre parole la polis e le sue forme di governo individuano il popolo greco come popolo libero e come espressione dell’umanità razionale nel mondo conosciuto. Aristotele differenzia i greci dai barbari soprattutto in virtù del fatto che i popoli barbari sono naturalmente (fusei) predisposti al governo dispotico. Il cittadino greco è colui che è capace di estendere il suo potere dall’oikos alla polis. Pur operando una distinzione fra dispotismo e tirannide Aristotele ben evidenzia che nessuna delle due forme di governo è congeniale all’uomo greco: sono gli orientali che, per fattori climatici o per disposizione d’animo naturale, necessitano di questa forma di governo, così come l’uomo greco necessita della città-Stato. Il grande senso di appartenenza alla comunità greca che riflette la consapevolezza dell’appartenenza alla comunità umana sembra essere oggi molto lontana se è vero, come è vero, che ci sentiamo tutti un po’ più italiani solo in tempo di Mondiali. www.larengodelviaggiatore.info
Che cosa è una nazione? Un corpo di associati che vive sotto una legge comune ed è rappresentato da uno stesso legislativo. Poiché ha privilegi, dispense, persino diritti separati dai diritti del corpo generale dei cittadini, l’ordine nobiliare esce dall’ordine e dalla legge comuni. […] Esso esercita a parte anche i propri diritti politici ed ha propri rappresentanti, che non ricevono nessuna procura dal popolo. […] Il terzo comprende dunque tutto ciò che appartiene alla nazione; e tutto ciò che non è il terzo non può essere parte della nazione. Che cosa è il terzo stato? Tutto. Queste parole, tratte da Che cosa è il terzo stato? di Emmanuel-Joseph Sieyès (editori Riuniti, Roma, 1989, p. 27), permettono di cogliere in tutta la sua radicalità la prospettiva teorica di uno dei maggiori interpreti della Rivoluzione Francese (1789), prospettiva che trova il proprio centro originale nella nozione di potere costituente. La concezione politica avanzata dall’abate francese trova il proprio perno nella distinzione fra l’insieme di tutti i cittadini francesi, chiamato "società civile" o "nazione", a cui viene per l’appunto attribuito il potere costituente, e l’organizzazione istituzionale dello Stato, alla quale spettano i poteri costituiti. La volontà generale del popolo francese, unito nel corpo unitario della nazione generato dal diritto naturale e non da quello positivo, non può essere ridotta alla somma delle volontà individuali, ma assume i caratteri di una vera e propria “persona” morale, la quale si perpetua mediante gli individui e attraverso le generazioni. "La nazione è preesistente a tutto, è l’origine di tutto. La sua volontà è sempre conforme alla legge, è la legge stessa" (p. 61). Di conseguenza, il potere costituente, come volontà dell’intera nazione, è la legittimità fonte di ogni legalità. La costituzione è la forma giuridica che limita i poteri costituiti e che non può limitare il potere costituente, la volontà onnipotente della nazione, essendone anzi il prodotto. La sovranità della nazione, la sua volontà, il suo potere costituente, sono superiori a ogni forma costituzionale. La nazione non solo non è condizionata da una Costituzione, ma nemmeno può né deve esserlo, il che equivale ancora a dire che essa non lo è (p. 63). L’istituzionalizzazione e la giuridificazione del potere costituente, quindi, risultano inottenibili: la sua presenza è il contrario di qualsiasi rappresentanza. Nel saggio in questione, infatti, Sieyès rigetta sia la rappresentanza cetuale, per ordini, in quanto estranea all’unità della nazione, sia quella moderna a mandato libero, la quale è sì unitaria ma delega la sovranità al rappresentante privandone il mandante, ovvero il popolo. La rappresentanza, rimane in ogni caso, almeno a questo livello della teorizzazione politica dell’abate francese, solo commissaria, quindi sempre passibile di essere sciolta dalla voce tuonante del popolo. Pur insistendo su tale carattere commissario della rappresentanza, però, Sieyès non esita a sottolineare la necessità di coniugare la sua teoria della sovranità nazionale con la teoria della rappresentanza politica. Così egli finisce per collegare strettamente la rappresentanza ai principi che nella società moderna regolano la divisione del lavoro. Nell’"ordine rappresentativo" la divisione del lavoro concerne tutte le attività produttive, compresa quella politica, da cui deriva, per il progresso stesso dello stato sociale, che "si faccia del governo una professione a parte". Proprio sulla base dell’istituzione del "lavoro rappresentativo", la rappresentanza politica verrà delegata a quei cittadini che si dimostreranno più competenti, liberandola dai vincoli corporativi o cetuali dell’Ancien régime. Da questa concezione della nazione, infatti, deriva una visione della cittadinanza declinata nei termini di un’associazione tra individui basata su rapporti di uguaglianza e universalità, tali da escludere qualsiasi forma di privilegio. In effetti, ciò che a Sieyès preme sottolineare nel saggio in esame, è l’estraneità del privilegiato all’ordine politico, dal momento che la sua azione risulta motivata da logiche particolari ed egoistiche. Gli ordini privilegiati sono estromessi dal corpo della nazione sia per la logica dell’attività produttiva, visto che non possono essere utili, sia per la logica politica della cittadinanza, in quanto non possono essere uguali. Gli interessi per cui i cittadini si uniscono fra loro sono dunque i soli a poter essere curati in comune, i soli a causa e a nome dei quali essi possono rivendicare dei diritti politici, cioè una partecipazione attiva alla formazione della legge sociale, ed i soli quindi che imprimano nel cittadino la qualità della rappresentabilità. Non è dunque perché si è privilegiati, ma perché si è cittadini che si ha il diritto all’elezione dei deputati ed all’eleggibilità. […] Il privilegiato sarebbe rappresentabile soltanto nella sua qualità di cittadino; ma questo suo attributo è andato distrutto, egli sta ormai al di fuori della cittadinanza, nemico dei diritti comuni. Dargli il diritto alla rappresentanza costituirebbe una contraddizione manifesta della legge; sopportarlo sarebbe per la nazione un atto di servitù; e ciò è inconcepibile (pp.82-83). www.larengodelviaggiatore.info Il popolo e il senso di comunità di Dario Macrì Si ha l’impressione che il sistema economico vigente possa crollare da un momento all’altro. È persino divertente ammirare i governanti annunciare una settimana sì e una no l’imminente «uscita definitiva dalla crisi». Un po’ più complicato è seguire le rinnovate ricette consigliate ai governi dai vari specialisti per «dare fiato all’economia» e «far quadrare i conti».
Da profani, pare che la chiave stia nel consumare di più. Il fine è aumentare la domanda di beni e quindi incrementare la produzione per creare nuovi posti di lavoro. Così all’infinito. Non importa che l’uomo stia già divorando l’equivalente di risorse di un pianeta grande 1,3 volte la Terra. Sull’attuale sistema produttivo agricolo mondiale, fanno riflettere alcuni dati, che ogni tanto si possono ascoltare tra le ultime notizie dei telegiornali o leggere in terza pagina sui quotidiani. Si produce cibo per 12 miliardi di persone mentre siamo 7 miliardi. Nonostante ciò, un miliardo soffre la fame e più di un miliardo invece ha problemi legati alla sovralimentazione, diabete ed obesità (Carlo Petrini). Un’ulteriore contraddizione è rappresentata dal fatto che per far fronte alla crescita della popolazione (90 milioni di nascite in più ogni anno) e agli effetti dei cambiamenti climatici, la produzione agricola globale dovrà raddoppiare entro il 2050; pena l’acuirsi di una crisi alimentare già attualmente inaccettabile (Financial times). Nel frattempo, due terzi dei cereali prodotti al mondo vengono utilizzati per nutrire bestiame d’allevamento. Ancora, un fenomeno in voga negli ultimi anni è il cosiddetto «farmland grabbing» ossia l’acquisto di terre agricole all’estero, soprattutto in Africa e Asia, da parte di stati ricchi per avviare coltivazioni intensive al fine di soddisfare la domanda interna di derrate alimentari. Tra i più attivi negli «investimenti agricoli internazionali» ci sono il Giappone, la Corea del Sud e l’Arabia Saudita (Il manifesto). Non occorre qui spiegare come queste operazioni taglino le gambe all’agricoltura locale dei Paesi più poveri che vendono le loro terre. Questi pochi dati sono agghiaccianti, letti dal nostro comodo mondo. Nulla fa pensare che si riuscirà a correggerli in meglio. I vari G8 e G20 non riescono a trovare soluzioni a problemi più semplici ed è evidente l’incapacità di risolvere i macro problemi (povertà, disoccupazione, distruzione del pianeta a 360 gradi) da parte della politica a livello mondiale, continentale, nazionale e regionale. Allora, deve essere il popolo, inteso nel senso più «ristretto» di abitanti di un territorio considerati unitariamente (Enciclopedia Treccani), a muoversi per riscoprire il senso di comunità, perso nell’era della globalizzazione e del profitto ad ogni costo, spesso a scapito del prossimo. Innanzitutto per quel che riguarda l’agricoltura. Esistono già numerose cooperative biologiche che permettono l’acquisto dei prodotti agricoli direttamente dal produttore, evitando così tutte le distorsioni (di qualità, prezzo e impatto ambientale) imposte dalla grande distribuzione. I rappresentanti amministrativi del popolo potrebbero dar vita ad un sistema commerciale territoriale che dia vigore a tutti i settori dell’economia locale. Partendo dall’organizzazione di una vendita diretta dal produttore al consumatore di frutta, verdura, legumi, latte, carne, uova, olio, vino… modificando via via l’offerta in virtù della domanda, si potrebbe fare lo stesso, per quel che possibile, nei campi dell’artigianato, industriale ed energetico. Per il popolo ritrovare il senso di comunità significa rendersi consapevole della propria forza e della propria capacità di autodeterminazione. Vuole dire, ad esempio, gestire autonomamente l’acqua impedendo che vada nelle mani dei privati e ottimizzarne l’uso attraverso eventuali riparazioni alla rete idrica affinché si eliminino gli sprechi e si renda più buona e pulita di quella venduta in bottiglia. Implica promuovere la vita sociale, politica e culturale in maniera collettiva rompendo l’ipnosi della televisione e dei cosiddetti social network. Ed organizzare un sistema di riciclo di rifiuti efficiente. E proteggere l’ambiente… Non si tratta di un incitamento all’autarchia. Piuttosto di un tentativo di connettere nuovamente il popolo al suo territorio, per riscoprire il legame materiale e finanche spirituale che lega l’uomo alla propria Terra. Vivere attraverso la coltivazione e il consumo dei prodotti del proprio territorio comporta provare rispetto e riconoscenza per l’ambiente in cui si vive. E allora anche le attività industriali ed edilizie potranno essere condotte in maniera sostenibile. Questo è il genere di federalismo che bisognerebbe proporre. Quello che ha come scopo ultimo una rinnovata relazione tra l’uomo e la Natura; e un rapporto più armonioso e meno competitivo tra gli uomini stessi, specie nell’ambito di uno stesso territorio. Un federalismo che parte dal basso, dai comuni e dalle attività più semplici, e non è imposto in maniera confusa dal governo centrale. E che non ha bisogno di leggi o decreti per partire, ma solamente di uno spiccato senso civico e grande intelligenza da parte della comunità. www.larengodelviaggiatore.info Se ci facessimo suggestionare da Pirandello non dovremmo essere sicuri nemmeno dell'unità del nostro io. Figuriamoci dell'integrità identitaria di 60 milioni di individui. Continuare a giustificare l'unità d'Italia partendo dall'accettazione fideistica dell'esistenza di un solo popolo non è soltanto inutile. Come nessun altro, questo Paese è uno, nessuno e centomila: è stato sempre più il potere dello Stato a fare (a forza) gli Italiani, livellando i suoi storici campanilismi e combattendo i distinguo anarco-internazionalisti-brigantisti. E' anche dannoso, perché con un approccio emozionale si fa presa solo su chi è d'accordo ma non si convincono gli altri emozionali. Semmai ci si scontra violentemente con loro.
Nemici dell'unità nazionale l'Italia ne ha sempre avuti. Primo, perché il processo di formazione dello Stato Italiano è stato il risultato di una campagna militare. Certo, addolcita e mitizzata dall'idealismo intellettuale, ma anche densa di tutti gli inevitabili scontri (con la Chiesa romana) e ingiustizie (contro i contadini Meridionali) che la guerra di espansione territoriale della Monarchia sabauda portò con sé. Secondo, perché l'appropriazione del nazionalismo da parte della Destra fascista e post-fascista ha generato un contro-movimento internazionalista i cui strascichi anticapitalisti si perpetuano fino ad oggi. Terzo, perché la politica clientelare della Repubblica Italiana ha fatto di tutto per perpetrare i conflitti distributivi esistenti fino a crearne di nuovi, concentrati in aree territoriali ben definite nel Paese. Non saranno quindi solo le petulanti vuvuzela secessioniste della Lega Nord a contestare la retorica dei festeggiamenti dell'anniversario dell'Unità di Italia nel 2011. Lo Stato italiano ha largamente fallito, ieri come oggi, nel dotare la pretesa comunità nazionale di una concretezza amministrativa e di giustizia sociale che giustifichi la sua esistenza di per sé. Possiamo consolarci nel constatare che l'Italia non è un caso isolato, a giudicare da Belgio e Spagna, per non parlare del dramma balcanico. Questo non può però esimerci né dal testare le fondamenta di uno Stato nazionale nella nostra epoca né dal giudicare le alternative emergenti. Per essere scontati, si può andare a parare sull'Europa unita. La più immaginaria tra le “comunità immaginarie”. Ma anche la dimostrazione che l'organizzazione politico-amministrativa – che oggi conosciamo come Stato – è messa sotto pressione dall'espansione dei confini per gli scambi economici, dalle loro funzionalità produttive e conseguenti reti sociali. Finché durerà il capitalismo del libero scambio internazionale l'Italia, così come tutti i Paesi Europei, saranno puri figuranti del mondo futuro. Finché aumenterà questo squilibrio demografico con i continenti confinanti, l'immigrazione aprirà conflitti sempre più aspri nelle identità collettive e nelle strutture sociali. Tanto varrebbe precorrere i tempi della “costellazione post-nazionale”, ma pare che si preferisca affannarsi alla sua rincorsa. Difatti, le reazioni a questo stato di cose sembrano più propendere per uno scenario neo-medievale: piccoli potentati territoriali, all'apparenza più omogenei culturalmente ed efficienti amministrativamente. Lo scenario Padania, insomma. Di per sé, niente di aberrante. In stato di pace, regioni e città hanno dimostrato un'agilità inaspettata a muoversi nel mondo globale. Se solo potessimo essere meno sospettosi sul loro utilizzo, la polemica sui 246 uffici delle Regioni italiane nel mondo sarebbe totalmente miope. I lati oscuri della medaglia stanno nella concorrenza che micro-stati tornerebbero a farsi e nella loro incapacità di difendersi da soli da minacce esterne. Le ragioni della scomparsa dei glorificati Comuni italiani, tanto per essere chiari. Quel che c'è di aberrante nello scenario Padania è la sua ambizione piccolo borghese. Una critica all'unità di Italia fondata sul contrario della rivoluzione sociale, ovvero sulla santificazione dei nano-gattopardi nordisti, professionisti della rendita e seduttori di masse incolte: la versione baùscia del “tutto cambi perché nulla cambi”. Nemmeno le dinastie regnanti. Se nuovo nazionalismo deve essere per l'Italia, almeno che metta in chiaro che quel blocco sociale è il cancro di qualsiasi società futura. Tralasci le fascinazioni per concetti inutili come “popolo” e “patria”, e lavori di bisturi per eliminare le incrostazioni clientelari e soprusi corporativi che tolgono aria ad ogni comunità si voglia rintracciare. Poi, con l'Italia unita se si può. Verso altro, se si dovrà. www.larengodelviaggiatore.info Il ruggito del Solleone di Costantino Di Lazzaro Si faccia avanti colui che volesse invocare il legittimo impedimento ad andare al mare, ora che si apprestano i mesi estivi per eccellenza. Certo ci potrà essere qualche manager oberato di lavoro, forse Reinhold Messner o Mauro Corona, nonché quei 7-8 milioni che vivono al di sotto della soglia della povertà, ma senza dubbio la maggior parte dei connazionali brama l’approssimarsi delle ferie estive per smaltire nelle acque, più o meno cristalline, dei nostri mari le tossine accumulate in un anno di lavoro. Quest’anno, forse più che in passato, potrebbero rilanciarsi turisticamente proprio i tanti centri balneari disseminati lungo le coste dello Stivale, non fosse altro per la crisi economica che incide sulla scelta delle mete vacanziere. Perché se è vero che ad esempio in Slovenia e Croazia si può risparmiare bei gruzzoli è pur vero che quei lidi occorre raggiungerli, evitando peraltro di inciampare nel primo casinò che si incontra oltre frontiera.
Dunque spiagge italiche per tutti, e non c’è che l’imbarazzo della scelta, da quelle liguri alle friulane passando per le siciliane. Nel programmare l’opzione migliore si può tenere in conto anche il clima. Chi soffre d’asma farebbe bene ad esempio ad evitare le coste occidentali della Sardegna o quelle meridionali della Sicilia in quanto assai calde ed asciutte, al contrario per curare meglio artrosi e reumi sparsi meglio scansare gli umidi lidi veneti o ferraresi. Chi vuole soggiornare in Sicilia e patisce più il caldo notturno che quello diurno è meglio che si organizzi per una località del litorale siracusano anziché messinese. Cominciando dall’estremo ovest della penisola vediamo dunque quali climi si possono registrare d’estate nelle diverse fasce costiere. Nel ponente ligure il clima è gradevole, caratterizzato da un caldo non eccessivo e da scarse precipitazioni, con il solo handicap di temperature notturne piuttosto elevate; a levante di Genova si hanno invece temperature massime più alte e minime più basse ma cresce notevolmente la piovosità ed anche il tasso di umidità. Decisamente più calde Versilia e Maremma, specialmente per quanto concerne le temperature massime; se sulle coste della Liguria difficilmente si superano i 30°-32°, in queste aree si possono avere molti giorni consecutivi con massime superiori ai 35° e con un tasso di umidità a volte asfissiante, anche se di solito inversamente proporzionale alla temperatura. Il litorale laziale registra invece un caldo più umano ed anche una afosità attenuata, specie nella zona di Civitavecchia e verso il Circeo, mentre più caldi sono i lidi pontini; tendono allo zero le precipitazioni, il che non significa che non siano possibili temporali anche violenti, giacchè questi in estate sono propri di qualsiasi località, e c’è anche maggiore ventilazione. Simile situazione in Campania, con temperature massime però che in alcune aree tendono a crescere. Sia in Lazio che in Campania incide l’orografia a ridosso delle coste, che risulta piuttosto variegata: dove essa presenta valli e pianure, come sui litorali pontini e domiziani il caldo e l’umidità crescono, mentre il clima è più morbido dove si addossano le montagne, come ad esempio sulla costiera amalfitana e cilentina. Discorso a parte va fatto per le tante isole degli arcipelaghi toscano, laziale e campano, in quanto in esse è decisivo il fattore della maggiore ventilazione che permette di usufruire di giornate assolate ma quasi mai canicolari. Scendendo verso sud il caldo diviene in genere più torrido, anche se le coste tirreniche di Basilicata e Calabria non presentano in genere temperature massime da record, se si eccettuano le zone pianeggianti di Lamezia e Gioia Tauro, grazie alla presenza della catena appenninica che dirada quasi a picco sulle medesime; sono più elevate comunque le temperature minime ed inoltre, nel panorama complessivo dell’Italia meridionale, si riscontrano proprio qui i maggiori picchi precipitativi. Caldo torrido ed assenza di precipitazioni sono invece pressoché garantite su quasi tutte le coste delle due nostre principali isole, ossia Sardegna e Sicilia; in entrambe le regioni si tratta comunque in genere di un caldo asciutto, con l’eccezione del Cagliaritano e del Messinese. In Sardegna più che in Sicilia è assai sostenuta la ventilazione. Certo per affrontare questi lidi in luglio e agosto bisogna attrezzarsi di una certa dose di pazienza e di creme solari, perché il sole picchia duro, i 40°-43° anche sui litorali sono piuttosto usuali e si rischia la fine del pollo arrosto. Risalendo lungo la dorsale jonica della Calabria la situazione non cambia molto; ancora pressocchè assenti le precipitazioni piovose e gran caldo, in specie nel crotonese, nella sibaritide e nel metapontino, anche se difficilmente si varca la soglia dei 40°; piuttosto basso ancora il tasso di umidità. Le perle marine del Salento si distinguono per un ritorno a temperature che solo eccezionalmente sono particolarmente alte; anche qui la piovosità è assai scarsa e il tasso di umidità è attenuato specie a partire dal giro di boa di Capo Leuca, ossia allorquando si lascia il mar Jonio per entrare nel mare Adriatico. In genere si può affermare che tutta la costa adriatica sino ad Ancona risulta bollente solo quando al solleone si associano venti deboli o moderati dai quadranti sudoccidentali, a causa dell’effetto foen creato dalla barriera appenninica. Si tratta di un situazione frequente anche in estate ma non di una configurazione tipicamente presente in questa fascia costiera, di conseguenza nella maggior parte dei mesi estivi le temperature non sono torride, specie di giorno. Piuttosto aumentano la possibilità di pioggia e il tasso di umidità risalendo verso Nord. Un discorso a parte meritano Gargano e isole Tremiti ove vi è maggior ventilazione e temperature più basse. Sulla riviera per eccellenza ossia quella romagnola, l’estate si presenta spesso assai calda ed afosa, punte massime sino a 35°-37° sono nella norma e anche le minime notturne non scherzano, specie nella loro componente afosa. Più frequenti i temporali rispetto al resto d’Italia, tornando sui livelli della Liguria di levante e della Toscana. Decisamente rilevante la velatura del cielo che tende spesso ad opacizzare l’irraggiamento solare; e ciò caratterizza ancor più le coste del Triveneto, quanto meno sino a Grado, dove comincia il tratto di costa triestina in cui si torna su temperature diurne meno elevate, maggiore limpidezza del cielo ma ancora una certa umidità specie notturna ed anche temperature minime più alte. Quanto a ciò che ci aspetta a luglio dal punto di vista meteorologico….beh è fin troppo facile prevedere bel tempo. Di solito luglio è garanzia di giornate assolate e calde su tutto lo Stivale. E’ anche il mese in cui si registrano i quantitativi piovosi più bassi dell’anno. Dunque perché smentire tali indicatori di tutti concordi? E difatti le previsioni ci parlano di un avvio caldo in grande stile del mese, con l’anticiclone delle Azzorre che man mano dovrebbe farsi aiutare nell’intento stabilizzatore anche dal suo collega africano, relegando qualche infiltrazione nuvolosa e fresca alle sole regioni alpine. Vedremo se si arriverà a livelli record o se sarà finalmente una normale ondata di caldo estivo. Quindi “tutti al mare tutti al mare a far veder le chiappe...abbronzate da varie sedute di raggi Uva”. www.larengodelviaggiatore.info Scriveva Jean Baptiste Perrin, premio Nobel per la fisica nel 1926, "È una debole luce, quella che ci arriva dal cielo stellato. Ma che cosa sarebbe il pensiero umano se non potessimo vedere le stelle?"
Alzare lo sguardo verso il firmamento è stato il gesto che ha portato l’uomo a riflettere sul perché della sua stessa esistenza. Di fronte all’immensità del cielo già ai nostri antenati venne istintivo domandarsi se tutto questo esiste solo a uso e consumo della specie umana. Non a caso l’astronomia ha radici molto antiche, che affondano nell’alba della civiltà. In Mesopotamia i sacerdoti babilonesi dalle cime degli ziggurat, osservavano le posizioni dei corpi celesti e registravano i fenomeni occasionali, come le eclissi di Sole e di Luna. L’attuale divisione dell'ora e del grado, in 60 minuti, composti a loro volta da 60 secondi, ha origine dal sistema matematico posizionale dai Babilonesi. Le osservazioni astronomiche erano fatte prevalentemente a fini astrologici. Fra le rovine della biblioteca di Assurbanipal, a Ninive, sono stati rinvenuti testi astronomici e molte lettere di astrologi inviate ai re assiri in cui si spiegava il significato astrologico dei diversi aspetti del cielo. I testi più importanti dell'astronomia mesopotamica sono databili fra il II° e il I° millennio a.C. Il Mul Apin ("stella aratro") contiene, oltre a quello che probabilmente è il primo catalogo stellare, l'indicazione di sessanta costellazioni e il metodo per calcolare le ore diurne attraverso l’osservazione delle ombre. L’altro testo, l'Enuma Anu Enlil, si occupa in particolare della Luna, che, nella mitologia dell'universo, era rappresentata dal dio Sin, figlio di Enlil, la divinità primigenia che regnava sulla Terra. L’interesse per il nostro satellite nasceva dal fatto che il calendario babilonese era lunare, per cui la conoscenza del moto della Luna era fondamentale. Così come era importante il suo aspetto, molte profezie erano legate al modo di presentarsi della Luna. Il più grande risultato dell'astronomia mesopotamica è stato riuscire a stabilire una serie di relazioni cicliche riguardanti la posizione dei pianeti, del Sole e della Luna. Per la cosmologia babilonese il cielo era una grande volta solida sostenuta da fondamenta che poggiavano sull'oceano e che sostenevano anche la Terra. Il Sole usciva il all’alba dalla sua dimora, dalla porta a oriente, rincasava al tramonto dalla porta a occidente, per tornare a oriente attraverso un cammino sotterraneo. www.larengodelviaggiatore.info Biografilm: biografia di un volontario di Fausta Scarangella
È la figura professionale più richiesta: dalle aziende alle associazioni, tutti sarebbero felicissimi di annoverarne almeno uno nel loro staff. Di chi sto parlando? Ma del volontario, lo schiavetto contemporaneo. Beh, a pensarci bene qualcuno deve aver studiato tutto nel minimo dettaglio, a partire del nome che trae in inganno, avendo una valenza così pateticamente positiva: l’immagine, in fondo, è quella del buon samaritano, il crocerossino pronto a venirci in soccorso in ogni circostanza, specie la più banale. E allora eccolo il volontario che entra in azione. I numerosi anni di studi potranno sicuramente incoraggiarlo durante il suo lavoro di facchinaggio- passaparoliere- uomo/donna-torcia. Ovviamente, in quanto volontario, ha anche la volontà di non domandare da mangiare e né tanto meno da bere… dopotutto l’acqua è un bene caro, si sa. Ma la volontà non dovrebbe essere un obbligo, quindi il volontario potrebbe scegliere altre strade… mmm… ci sono sempre delle alternative, NO? Il “volontario- comune” spesso pare non intravederne alcuna ed è disposto a tutto pur di far parte dello staff. Ma a che prezzo? La sua dignità non verrà di certo rimborsata. Tuttavia al “volontario- comune” pare non interessare molto la questione etica. Esser parte di uno “staff lavorativo”, meglio se contornato da una finta eleganza e da un sapore un pò kitsch… è questo quel che conta. Questo volontario potrebbe essere il protagonista di un film, ma in realtà questa condizione è molto più semplicemente il suo reale backstage.
Ed eccomi qui a scrivere la biografia stilizzata di una colonna portante di un festival di biografie. Senza il contributo di tutti quei volontari (fin troppo disponibili!) magari i registi avrebbero soggiornato in posti meno sfarzosi, non ci sarebbe stato quel bellissimo spettacolo di fontane danzanti con tanto di inno alla modestia con le conclusive note di “we are the champions” e magari non avrebbero avuto neanche il tempo per organizzare quello spassosissimo scherzo nell’evento Kaufman.
Se invece di distribuire bomboloni a mezzanotte avessero distribuito bottigliette d’acqua sotto il sole cocente a chi lavorava gratis per la buona riuscita del festival, magari questo sarebbe stato più dignitoso.
Il volontariato dovrebbe esistere sotto forma di scambio, di un equo baratto di competenze ed esperienze di vita che confrontandosi si rivitalizzano vicendevolmente.
I lavori più pesanti o monotoni vanno scambiati ad un prezzo più equo. |
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