Pages Menu
RssFacebook
Categories Menu

Scritto da nel Media e Cultura, Numero 55 - 16 Febbraio 2009 | 3 commenti

Cinema/Che disgrazia sposare Di Caprio

Quando un vero divo del grande schermo diventa straordinariamente popolare, il suo viso smette di essergli proprio e diventa l'icona di qualcosa di più grande, comune a intere generazioni. James Dean vuol dire gioventù bruciata, Rita Hayworth rimane per sempre Gilda. Si era ben accorto Billy Wilder che le “maschere” o feticci in cui gli attori si trasformavano nell'immaginario collettivo potevano essere usati anche quali elementi della sinossi dei propri film. In Viale del Tramonto, Gloria Swanson rifà praticamente se stessa; in Quando la moglie è in vacanza, il personaggio interpretato da Marilyn Monroe non è una bella ragazza qualunque, ma il vero e proprio sogno ad occhi aperti di ogni uomo americano, incarnato in un vestito bianco che si alza con il soffio della metropolitana: in due parole, è Marilyn Monroe che si trasferisce per l'estate al piano di sopra.

Idolatrato dalle ragazzine – e poi dalle donne cresciute – di mezzo mondo, il successo planetario di Leonardo di Caprio fu tanto e tale, fin dal primo periodo Romeo+Juliet-Titanic, che Hollywood si è subito accorta del suo potenziale come maschera e come feticcio, appunto. Woody Allen lo utilizzava già quale impersonificazione della fama in Celebrity, ma è soprattutto il connubio con Scorsese a sancire definitivamente lo status di Leonardo come icona, questa volta del bene assoluto e della "calocagazia". In particolare in The Departed, Leonardo non è solo bellissimo, è la sintesi dell'uomo perfetto: coraggioso, leale, sofferente, intelligente, martire. Scorsese va da sempre cercando il suo Cristo, da Taxi Driver a Fuori Orario, e in Di Caprio il grande regista trova e definisce finalmente le fattezze fisiche e le caratteristiche etiche del moderno Divino.

Amiche lettrici, prendete il più amato dei nostri principi azzurri di celluloide: prendete Romeo Montecchi che fa capolino da dietro l'acquario, prendete Jack Dawson che congela nell'Atlantico pur di lasciare a voi l'unico rottame-salvagente, prendete Billy Costigan che arriva a casa vostra di notte, sotto la pioggia, per sedurvi con romantica passione e con il sottofondo di Comfortably Numb; e immaginatelo ora in un diverso frangente. Immaginate che vi metta incinta in cinquanta secondi di pellicola, a tradimento, e quando meno ve lo aspettate o lo volete: oh no.

Resto una grande fan di Di Caprio e continuo a ritenere che vi siano destini peggiori, ma in Revolutionary Road non la pensa nello stesso modo Kate Winslet, la nostra ex Rose, orgogliosa eroina dell'adolescenza, che in Titanic sognava Parigi e voleva fare l'attrice; e che qui il regista Sam Mendes sceglie appositamente nella sua celebre accoppiata con il bel Leonardo, proprio per sottolineare semanticamente la grande delusione dei due protagonisti, un tempo innamorati, che ci vengono però presentati già in crisi, già alla ricerca di una fuga impossibile da una vita ormai da tempo penosa. Il loro legame, prima saldo, resta sullo sfondo, perchè il pubblico lo riconosce: ma chi l'avrebbe mai detto che persino Jack e Rose sarebbero stati così infelici? La sorte crudele della trama non distrugge quindi, anche in questo caso, una coppia qualsiasi; ma attraverso la percezione dello spettatore di un'unione da molti anni consolidata, annienta la stessa illusione della perfezione, la stessa utopia dell'amore eterno e possibile: ogni relazione dunque può trasformarsi in un incubo… se non ce l'hanno fatta nemmeno loro

Una bella riflessione, quella di Mendes, a partire dall'omonimo romanzo di Richard Yates, ma solo due nomination agli Oscar per il regista di American Beauty, qui autore di un film simile e migliore, ma che sconterà l'eccessiva generosità della giuria all'edizione del 2000. Come in Titanic, la recitazione ruota ancora, in fondo, attorno alla sola Kate Winslet, in un film dove la rivoluzione è femmina e la donna castrante, tanto nel personaggio principale di April (già nel nome segnata dal clima variabile, e che cambia umore assieme al vestito) quanto nella angosciante presenza di Kathy Bates, madre che si preoccupa delle piante e della pulizia dei vialetti lasciando il proprio figlio sotto l'elettroshock. Ma non c'è pietà nemmeno per il maschio Di Caprio, in una delle poche pellicole in cui gli tocchi di restare vivo; e di finire inquadrato di spalle, in un parco pubblico, seduto su una panchina, proprio come un qualsiasi Forrest Gump. Se Kevin Spacey moriva felice, sognando Mena Suvari tra i petali di rosa, lungo la strada della restaurazione questa volta non c'è salvezza, né per la donna eroina né per l'uomo perfetto, “disperati senza speranza” dieci anni dopo un naufragio quasi più allegro di questo.

3 Commenti

  1. che ridere! se il film ha stimolato un articolo così sagce e divertente, non dev'essere male in fondo!

  2. Ma.. il libro è ambientato negli anni 50.. a voi non sembra che il film sia invece piuttosto anni 70?

  3. no no, il film è totalmente anni'50..villette a schiera, balli alla elvis in balera, macchinoni, acconciature vaporose, uomini in completo, bratelle e cappello..gli anni'70 a new york son ben diversi dall'immaginario di mendes..

Lascia un commento a Anonimo Annulla risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>