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	<title>L&#039;Arengo del Viaggiatore &#187; Numero 112 &#8211; 1 Agosto 2014</title>
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	<description>Rivista di libero pensiero</description>
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		<title>Numero 112 &#8211; 1 Agosto 2014 &#8211; Per la Pace mundial</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Aug 2014 08:50:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Numero 112 - 1 Agosto 2014]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Un mese di luglio torrido, a parte il clima fresco, ha travolto il mondo in cui viviamo. Lo fa 100 anni esatti dallo scoppio della non ancora ribattezzata &#8220;Grande Guerra&#8221; ed il mondo di oggi, invece di limitarsi a dirimere coi mondiali di calcio le antipatie tra i popoli, mostra pericolosi focolai ai confini della nostra Europa. Il [...]</p><p>L'articolo <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/numero-112-1-agosto-2014/">Numero 112 &#8211; 1 Agosto 2014 &#8211; Per la Pace mundial</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info">L&#039;Arengo del Viaggiatore</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Un mese di luglio torrido, a parte il clima fresco, ha travolto il mondo in cui viviamo. Lo fa 100 anni esatti dallo scoppio della non ancora ribattezzata &#8220;Grande Guerra&#8221; ed il mondo di oggi, invece di limitarsi a dirimere coi mondiali di calcio le antipatie tra i popoli, mostra pericolosi focolai ai confini della nostra Europa. Il titolo del numero vuole essere un <strong>auspicio per un mondo nuovo</strong>, dove gli scontri sono regolati civilmente dalle competizioni sportive e dove, un secolo dopo aver perso le due guerre ingaggiate, lo sconfitto di allora può trovare valore al suo merito, gioia e soddisfazione, su un campo di calcio.</p>
<p>Cominciamo dunque dal <strong>meteo per l&#8217;estate</strong> e dalle considerazioni sui <strong>mondiali di calcio</strong>, prima di entrare nelle trincee delle guerre: abbiamo  bisogno del <strong>cuore della maglia gialla Nibali</strong> per cominciare a scalare la realtà dei conflitti.. Con questo numero estivo dell&#8217;Arengo ripercorriamo le nostre <strong>riflessioni di qua e di là delle barricate</strong>, con particolare attenzione al conflitto medio-orientale, che più di altri sollecita riflessioni contrastanti e che cerchiamo, perlomeno sulla nostra rivista, di rendere civile.</p>
<p>Dopodiché torniamo in vacanza e prima di concludere dal <strong>meteo</strong> con cui eravamo partiti, passiamo dalle campagne con un approccio nuovo fondato sui metodi antichi della <strong>permacultura</strong>. Lasciamo aperto lo spazio al <strong>ricordo di Ustica</strong> ma anche ai nostri soliti momenti di svago, alzando gli <strong>occhi al cielo</strong> fino al lontano pallino di <strong>Urano</strong> e ascoltando l&#8217;intervista sull&#8217;<strong>illustrazione </strong>con Pia Valentinis e Ivan Canu.</p>
<p>Nelle prossime settimane, ci sentiamo su <strong>radiocittàfujiko </strong>e ci diamo<strong> appuntamento all&#8217;1 ottobre </strong>per il rientro dalle ferie.</p>
<p><strong>Buona estate a tutti!</strong></p>
<ul><li><a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/numero-112-1-agosto-2014/" title="Numero 112 &#8211; 1 Agosto 2014 &#8211; Per la Pace mundial">Numero 112 &#8211; 1 Agosto 2014 &#8211; Per la Pace mundial</a></li><li><a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/litalia-nel-pallone/" title="L&#8217;Italia nel pallone">L&#8217;Italia nel pallone</a></li><li><a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/considerazioni-mondiali/" title="Considerazioni mondiali">Considerazioni mondiali</a></li><li><a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/maglia-gialla-nibali-etica/" title="La maglia gialla di Nibali e l&#8217;etica di noialtri">La maglia gialla di Nibali e l&#8217;etica di noialtri</a></li><li><a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/un-italiano-a-parigi/" title="Un italiano a Parigi">Un italiano a Parigi</a></li><li><a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/una-nuova-fibra-per-la-terrasanta/" title="Una nuova fibra per la Terrasanta">Una nuova fibra per la Terrasanta</a></li><li><a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/la-minaccia-del-califfo/" title="La minaccia del Califfo">La minaccia del Califfo</a></li><li><a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/bagno-di-sangue-in-medioriente-divergenze-tra-israele-e-stati-uniti/" title="Bagno di sangue in Medioriente, divergenze tra Israele e Stati Uniti">Bagno di sangue in Medioriente, divergenze tra Israele e Stati Uniti</a></li><li><a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/si-vis-pacem/" title="Si vis pacem">Si vis pacem</a></li><li><a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/approccio-spensierato-alla-permacultura/" title="Approccio spensierato alla permacultura">Approccio spensierato alla permacultura</a></li><li><a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/torre-di-libri/" title="Sull&#8217;illustrazione e altro, Pia Valentinis e Ivan Canu">Sull&#8217;illustrazione e altro, Pia Valentinis e Ivan Canu</a></li><li><a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/ricordo-di-ustica/" title="Ricordo di Ustica">Ricordo di Ustica</a></li><li><a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/rolling-planet/" title="Rolling planet">Rolling planet</a></li><li><a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/estate-ballerina/" title="Estate ballerina">Estate ballerina</a></li><li><a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/radio-arengo-agosto-settembre-2014/" title="Radio Arengo – Agosto / Settembre 2014">Radio Arengo – Agosto / Settembre 2014</a></li></ul>
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		<title>L&#8217;Italia nel pallone</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Aug 2014 08:40:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Costantino Di Lazzaro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 112 - 1 Agosto 2014]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[meteo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Che caldo assurdo potrà mai fare in Brasile? Vediamo insieme qualche dato: Manaus, nel cuore dell’Amazzonia, nel mese di luglio ha una temperatura media dei valori minimi di 22° e una temperatura media dei valori massimi di 31°. Fortaleza, Natal e Recife nelle regioni settentrionali dello Stato, verso la linea equatoriale, hanno tutte, all’incirca, 21° [...]</p><p>L'articolo <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/litalia-nel-pallone/">L&#8217;Italia nel pallone</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info">L&#039;Arengo del Viaggiatore</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Che caldo assurdo potrà mai fare in Brasile? Vediamo insieme qualche dato: Manaus, nel cuore dell’Amazzonia, nel mese di luglio ha una temperatura media dei valori minimi di 22° e una temperatura media dei valori massimi di 31°. Fortaleza, Natal e Recife nelle regioni settentrionali dello Stato, verso la linea equatoriale, hanno tutte, all’incirca, 21° di media delle minime e 28° di media delle massime. Scendendo di latitudine verso Brasilia, Belo Horizonte, Rio de Janeiro, San Paolo e Porto Alegre il clima si connota per le più spiccate differenze fra inverno ed estate, a livello di temperature. Ma… guarda un po’ come si rovescia il mondo!!…essendo qui in Europa estate, non lo è in Sudamerica. E dunque, come tipico dei climi con inverni sebbene miti pur sempre inverni, tali città hanno temperature medie minime che oscillano dai 14° ai 17° e temperature medie massime comprese fra i 23° e i 26°. Non si direbbero medie particolarmente significative, sebbene qualche punta di 30°-32° si sia raggiunta e si sia anche avvertita nelle gambe dei calciatori. Ma basta qualche pomeriggio un po’ più afoso ed un tasso di umidità in genere elevato per spiegare gli eccessi mediatici nel descrivere il mondiale brasiliano come giocato in mezzo ai gironi danteschi? Non sì è disputato il mondiale nel cuore dell’Africa Nera o in Medio Oriente. A proposito chissà che canea, in tal caso lapalissiana, se qualche scellerato capoccione del calcio mondiale confermasse la scelta di Dubai, magari in piena estate!</p>
<p>Ed allora a che servono tutti gli allenamenti, anche specifici, fatti da questi giovanottoni iperstipendiati? E le diete alimentari studiate appositamente dalle equipes mediche al seguito? E poi, ricordo male io, oppure le ultime giornate di campionato, spesso cruciali per la vittoria dello scudetto nazionale, vengono giocate in maggio, ed in certe nazioni anche ai primi di giugno, allorquando la tarda primavera europea spesso affonda la sua zampata di calore nelle altrettanto umide pianure dell’Europa Centrale, per non dire di quelle padana o castigliana? E così pure le finali delle Coppe nazionali, per quanto organizzate in orari serali?</p>
<p>Inoltre non risulta che la sensazione di caldo abbia la facoltà di scegliersi l’undici su cui accanirsi risparmiando gli altri calciatori. Allora per venire alla precoce eliminazione della compagine italiana, diciamo che essa si può quasi ritenere una normale conseguenza della decadenza economica e di governance della nostra nazione, la quale anche nel calcio sta subendo indiscutibilmente un processo di ridimensionamento rispetto agli anni dal 1980 al 2000 (con la felice ma estemporanea fiammata del mondiale 2006). Lo si vede a livello di competizioni europee e a livello di calcio mercato estivo, con i big del pallone che scelgono lidi più facoltosi.</p>
<p>Se i soldi sono diventati pochi ovviamente c’è ancora più bisogno di ingegno e organizzazione oltre che di riformare il sistema calcio. E tutto sommato a livello di nazionale il buon Prandelli aveva intrapreso tale strada: fare un po’ di gioco con il materiale di cui si disponeva, ancora imperniato su alcuni pilastri inevitabilmente in fase però di disfacimento (Pirlo, Buffon, De Rossi), e con una flessibilità di modulo ed una buona organizzazione di strada. Ma come scontato quando i mezzi sono relativi non sempre tali stratagemmi bastano per vincere. Se poi dietro le quinte vi  è anche stata maretta e nel frattempo ciascuno ha lavorato per salvaguardare il proprio futuro, c.t. compreso, è normale che si affondi più facilmente. Se si dovesse ripartire affidando la prua al nostromo Tavecchio allora meglio il naufragio però.</p>
<p>Ciò che potrebbe servire sarebbe invece la riduzione del numero di calciatori stranieri a disposizione delle squadre, l’obbligo di schierare nella formazione titolare 3 o 4 under 23, la “privatizzazione” delle arene del calcio da parte delle proprietà delle società, che dovrebbero divenire così responsabili anche dell’ordine pubblico all’interno degli stadi, in cambio di sovvenzioni statali per costruire scuole calcio e centri sportivi dove allevare i propri vivai giovanili, la creazione di società amiche, satelliti, di quelle più grosse ma non invece la possibilità di disporre e di schierare in serie B società con il nome blasonato, giacchè la bellezza del calcio è insita nel campanile. Ed infine il rinnovamento della classe dirigente. E l’abbassamento dei costi generali degli ingaggi. Una operazione trasparenza e pulizia che forse ci costringerà per qualche anno ancora a rimanere fuori dal giro delle aspiranti trionfatrici di Champions League ma che risanerebbe il movimento e getterebbe le basi per una rinascita. Anche perché l’alternativa è il goffo tentativo di rimanere agganciati ad un calcio milionario in un periodo in cui in alcuni paesi, quale il nostro nemmeno il più sfegatato tifoso baratterebbe uno scudetto per un piano lavoro per i propri figli.</p>
<p>Peraltro in un epoca in cui di campionissimi veri se ne sfornano pochi anche nel resto del mondo ed i “fenomeni”, tolta qualche eccezione, sono pompati tali dall’ambiente ma in realtà si barcamenano fra comportamenti da pop star e potenziamento muscolare e sulla corsa, allevare con pazienza una nuova classe di calciatori cui tornare ad insegnare l’abc della tecnica pallonara, potrebbe anche essere redditizio alla distanza.</p>
<p>Si diceva che qui in Europa siamo in piena estate ma alzi la mano chi se ne è accorto. A furia di lamentarsi delle bolle africane di fine e di inizio millenni che ci facevano sudare a letto come febbricitanti, non si sottolinea come dal 2010 in poi di estati roventi non ve ne siano più state molte ed anche questa sinora è risultata quasi più una parentesi di tarda primavera. L’anticiclone africano staziona a latitudini più meridionali e si affaccia assai timidamente nel Mediterraneo, quello azzorriano fatica ad entrare deciso da occidente e il continente rimane alla mercè delle perturbazioni atlantiche che giungono puntuali a rinvigorire l’instabilità latente. Ciò peraltro in un contesto di bacini marini che comunque sono belli riscaldati dall’innalzamento globale delle temperature e dunque con effetti spesso dirompenti in termini di precipitazioni violente ed arrecanti danni.</p>
<p>Cosa ci dobbiamo aspettare dal prossimo mese tipicamente dedicato alle ferie di massa? Il trend parrebbe il medesimo di luglio quanto meno per i primi cinque giorni anche se vi sono segnali di una certa stabilizzazione barica e di una capacità di consolidamento delle alte pressioni. In particolare si potrebbe rinsaldare un’area vasta di alte pressioni che coprirebbero tutto il sud-est europeo dalla Spagna alla Polonia, forse lasciando in balia dell’Atlantico le sole isole britanniche e l’Europa settentrionale. Se così fosse, l’ipotesi di un agosto e magari anche di un settembre caldo e stabile in Italia non sarebbe affatto peregrina, anche se senza record degni di nota (e quando si dice ciò si intendono i 35°-40° non i normali, per la stagione, 30°-35°). Ma personalmente opterei per una virata non così netta e credo che qualche affondo perturbato, magari più blando e meno capace di disturbare il clima delle regioni centrali tirreniche e di quelle meridionali, continuerà a rinfrescare l’aria, seppure in un contesto maggiormente stabile e soleggiato. Insomma la tintarella è assicurata anche per<br />
chi non ha ancora messo piede al mare o in montagna.</p>
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		<title>Considerazioni mondiali</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Aug 2014 08:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Merola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Mondo nel Pallone]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 112 - 1 Agosto 2014]]></category>
		<category><![CDATA[brasile]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Ed anche questo mondiale è andato.  Alla fine ha vinto la squadra più forte ovvero la Germania. E&#8217; stato un mondiale a due facce, quella dei gironi divertente e ricca di goal e la seconda, quella che dagli ottavi ci ha portato alla finale, decisamente più tattica e spesso noiosa. La nostra Italia come già [...]</p><p>L'articolo <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/considerazioni-mondiali/">Considerazioni mondiali</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info">L&#039;Arengo del Viaggiatore</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ed anche questo mondiale è andato.  Alla fine ha vinto la squadra più forte ovvero la Germania.</p>
<p>E&#8217; stato un mondiale a due facce, quella dei gironi divertente e ricca di goal e la seconda, quella che dagli ottavi ci ha portato alla finale, decisamente più tattica e spesso noiosa.</p>
<p>La nostra Italia come già successo in Sudafrica ha salutato la competizione nella fase a gironi. Deludente Balotelli ma ancor più deludenti i cosiddetti “senatori”che troppo presto hanno scaricato il centroavanti e il loro ct. L&#8217;eliminazione degli azzurri è stata più che meritata e in linea con quanto mostrato in campo in questi ultimi anni. Il tracollo della Spagna ha ricordato quello dell&#8217;Italia di Lippi nel 2010.  Deludenti anche gli allenatori italiani presenti al torneo, Zaccheroni e Capello fanno cilecca rispettivamente con Giappone e Russia.</p>
<p>Questo mondiale sarà ricordato anche per la mossa “tattica” di Louis Van Gaal che in Olanda-Costa Rica prima dei calci di rigore ha tolto il portiere titolare Clissen per il dodicesimo Krul particolarmente abile nel parare i rigori.</p>
<p>Le “stelle” presenti hanno brillato poco (assenti Ibra e Ribèry) ma Miroslav Klose (l&#8217;usato sicuro) supera Ronaldo nella classifica cannonieri di tutti i tempi. Fra i campioni del mondo segnalo con piacere le prestazioni di Hummels e Lahm. Migliore portiere del torneo l&#8217;ex sampdoriano Sergio Romero che reduce da un&#8217;annata sfortunata nel principato di Monaco si è ora accasato al Benfica.</p>
<p>In attesa degli sviluppi sull&#8217;inchiesta aperta per l&#8217;assegnazione del Mondiale al Qatar, diamoci appuntamento in Russia nel 2018..</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/considerazioni-mondiali/">Considerazioni mondiali</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info">L&#039;Arengo del Viaggiatore</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>La maglia gialla di Nibali e l&#8217;etica di noialtri</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Aug 2014 08:28:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Iacopo Sequi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 112 - 1 Agosto 2014]]></category>
		<category><![CDATA[ciclismo]]></category>
		<category><![CDATA[nibali]]></category>
		<category><![CDATA[tour]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Si possono aprire discorsi lunghi come la Quaresima sulla retorica delle vittorie sportive. Ma quelle di Vincenzo Nibali a Chamrousse e Hautacam sono state enfatizzazioni sensazionali dello spirito e dei valori del ciclismo. È indimenticabile l’immagine della tranquillità che trasmette l&#8217;uomo mentre sale i tornanti delle Alpi e dei Pirenei lasciando tutti gli altri indietro [...]</p><p>L'articolo <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/maglia-gialla-nibali-etica/">La maglia gialla di Nibali e l&#8217;etica di noialtri</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info">L&#039;Arengo del Viaggiatore</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Si possono aprire discorsi lunghi come la Quaresima sulla retorica delle vittorie sportive. Ma quelle di Vincenzo Nibali a Chamrousse e Hautacam sono state enfatizzazioni sensazionali dello spirito e dei valori del ciclismo. È indimenticabile l’immagine della tranquillità che trasmette l&#8217;uomo mentre sale i tornanti delle Alpi e dei Pirenei lasciando tutti gli altri indietro a zigzagare. Lui sale imperterrito fino a tagliare il traguardo, mettendosi il dito in bocca per salutare la figlioletta e battendosi il cuore per dedicare i suoi sforzi a chi ama, poi trionfando nel levare le braccia dal manubrio e spingendole al cielo.</p>
<p>Ecco: nello stesso modo, ma con parole di situazioni diverse, iniziava l&#8217;articolo sull&#8217;etica di noialtri che avevo scritto dopo la vittoria di Nibali al Giro dell&#8217;anno scorso. Un articolo che continuava trattando appunto temi di filosofia della pratica per poi giungere a una proposta: puntare lo sguardo alla grande vittoria del ciclista per estrapolarne i comportamenti, il senso alto, il modo in cui è stata riportata. Con l&#8217;obiettivo di raccordare alla giustezza di chi affronta una difficoltà con spirito di sacrificio le nostre situazioni, come individui per sé e come individui nella collettività.</p>
<p>La vittoria di Nibali non è casuale. Tutto il suo Tour è stato gestito in maniera estremamente intelligente (la tappa dei Pirenei stravinta quando gli altri per seguirlo si spezzavano fiato e gambe ne è un esempio lampante), ma Chamrousse è stato qualcosa di diverso. E qualcosa che è arrivato nel giorno del centenario della nascita di Gino Bartali. Come sarebbe facile pensare al trionfo del Toscanaccio e dirci: ecco che come nel &#8217;48 un italiano vince il Tour de France e gli animi si chetano, eccetera. Invece no, al contrario. Perché Nibali al solo pedalare mostra tutta la sua passione ciclistica per Fausto Coppi: ripensare a Bartali, oggi, fa ripensare all&#8217;uomo. A colui che con la bicicletta salvò tante vite buggerando fascisti e nazisti. Oggi la cosiddetta Terrasanta vive l&#8217;assedio portato da uno stato – forse democratico al suo interno, certamente terrorista oltre frontiera – a uno stato inesistente, che forse ha proprio nella sua imperfetta realizzazione la più grande debolezza. Ma oggi ogni uomo libero, nato fortunatamente in un paese democratico, dovrebbe sentire il desiderio di portare un messaggio di pace e non un atto di guerra. Ed è per questo che il riscatto a cui dobbiamo pensare è il riscatto dei diritti dell&#8217;uomo, tenuto bloccato dalle situazioni di guerra in Asia, in Medioriente e in Africa e dalle ingiustizie sociali nei paesi più ricchi. Tutte queste gravi situazioni dipendono da una grave carenza nei cuori e nei cervelli degli esseri umani: derivano dalla mancanza di un moto civile che in ciascuno si agiti quando ciò che ha davanti non è accettabile, e che si muova in modo propositivo per spingere a miglioramento la realtà che circonda ognuno. Non c&#8217;è molta differenza fra quel che hanno vissuto i partigiani e Ginettaccio durante la Seconda Guerra Mondiale, rischiando la vita per gli altri, e quel che vive oggi chiunque nel mondo resista a un&#8217;occupazione militare, a un gesto violento, a un&#8217;ingiustizia.</p>
<p>E ancora una volta (<a href="http://www.larengodelviaggiatore.info/2013/06/la-maglia-rosa-di-nibali-e-letica-di-noialtri/" target="_blank">http://www.<wbr />larengodelviaggiatore.info/<wbr />2013/06/la-maglia-rosa-di-<wbr />nibali-e-letica-di-noialtri/</a>) torno a scrivere che è esattamente quel che dovremmo fare noi; metterci al servizio l’un dell’altro, perché quand’anche si soffra un poco per far star meglio un altro uomo, in un futuro più o meno lontano arriverà il proprio turno. L’unico obiettivo, l’unico punto a cui tendere per ottenere una direzione certa, dovrebbe essere quello che diceva sempre il buon vecchio Aristotele a suo figlio Nicomaco: il bene. E pensando a difendere l’anziano in ospedale o ad aiutare il senzatetto per strada, a tutelare il bimbo a scuola o a promuovere l’amore fra due giovani, allenandoci a farlo in ogni momento della nostra giornata e a farlo sempre meglio, possiamo concentrarci su un fine che consente di toccare con mano la vittoria dell’uomo nella collettività. Che, guarda un po&#8217;, chiama alla mente una certa somiglianza alla vittoria dell’uomo in uno sport apparentemente solitario eppure così di squadra come il ciclismo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/maglia-gialla-nibali-etica/">La maglia gialla di Nibali e l&#8217;etica di noialtri</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info">L&#039;Arengo del Viaggiatore</a>.</p>]]></content:encoded>
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		<title>Un italiano a Parigi</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Aug 2014 08:27:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Merola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero 112 - 1 Agosto 2014]]></category>
		<category><![CDATA[Tempo e spazio liberi]]></category>
		<category><![CDATA[ciclismo]]></category>
		<category><![CDATA[nibali]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<style type="text/css"><!--  P { margin-bottom: 0.08in; }  --></style>
<p>Vincenzo Nibali da Messina (per tutti “lo squalo dello Stretto”) classe 1984 ha vinto la centounesima edizione del Tour de France. Trionfo mai in discussione quattro successi di tappa e otto minuti di distacco sul secondo e sul terzo ( i francesi Peraud e Pinot) mantenendo la maglia gialla per la bellezza di 19 giorni. Nibali è il settimo italiano che conquista il Tour, a 16 anni dall&#8217;ultima vittoria di Marco Pantani. <a name="viewport"></a><a name="panorama"></a> Con questa vittoria il ragazzo di Messina entra di diritto nell&#8217;olimpo dello sport italiano, oltre a Marco Pantani gli italiani arrivati in maglia gialla nell&#8217;Avenue des Champs-Elyséés si chiamano Bartoli, Coppi e Gimondi. Un mese fa nessuno avrebbe scommesso su questa vittoria, doveva essere il tour di Chris Froom e Alberto Contador.. Decisiva è stata la tappa del “Pavè” da sempre la più temuta del Tour, dove l&#8217;italiano taglia il traguardo da terzo infliggendo un significativo distacco a Contador e agli altri rivali. <a name="main1"></a> “Sono sempre il ragazzo che andava in bici con il suo papà” e a seguire “Ho quasi paura a tornare in Italia, mi hanno detto che tutti i giornali parlano di me» queste le parole di Vincenzo subito dopo il trionfo. Senza i clamori del pubblico e degli sponsor, emozionandoci anche per lo stile pacato, Vincenzo Nibali ridà ora credibilità a tutto lo sport italiano.</p>
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		<title>Una nuova fibra per la Terrasanta</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Aug 2014 08:26:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriele Rubini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 112 - 1 Agosto 2014]]></category>
		<category><![CDATA[gaza]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>L’amico Tobia Desalvo mi ha chiesto se sarei stato disposto a scrivere qualcosa per l’Arengo del Viaggiatore a proposito di quanto sta accadendo a Gaza in queste settimane. L’invito mi ha lusingato. Ho vissuto per qualche tempo in Israele e da molti anni ne studio con passione la storia e ne seguo con partecipazione le [...]</p><p>L'articolo <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/una-nuova-fibra-per-la-terrasanta/">Una nuova fibra per la Terrasanta</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info">L&#039;Arengo del Viaggiatore</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<style type="text/css"><!--  P { margin-bottom: 0.08in; }A:link {  }  --></style>
<p align="JUSTIFY">L’amico Tobia Desalvo mi ha chiesto se sarei stato disposto a scrivere qualcosa per l’<i>Arengo del Viaggiatore</i> a proposito di quanto sta accadendo a Gaza in queste settimane. L’invito mi ha lusingato. Ho vissuto per qualche tempo in Israele e da molti anni ne studio con passione la storia e ne seguo con partecipazione le vicende. E’ un paese nel quale torno sempre volentieri, del quale parlo volentieri e che volentieri provo a raccontare a chi non lo conosce, a chi non c’è mai stato e a chi – anche e soprattutto <i>grazie</i> a un certo modo di fare informazione – ne ha un’immagine distorta o parziale.</p>
<p align="JUSTIFY">L’invito di Tobia, però, non lo nascondo, mi ha anche un po’ inquietato. Quando si parla di Israele e Palestina e di un conflitto che si protrae da oltre un secolo, a scontrarsi sono Verità assolute, apodittiche, esclusive e mutuamente escludenti. Se un giorno tra Israele e tutti i suoi vicini scoppierà finalmente la pace, temo dovrà passare molto tempo prima che i rispettivi <i>tifosi</i> fuori dal Medio Oriente la accettino.</p>
<p align="JUSTIFY">L’ho già scritto e lo ripeto: ho vissuto in Israele e della storia e della cronaca di Israele sono un appassionato frequentatore. Accetto il verdetto che questo comporterà agli occhi di una parte dei lettori: <i>sono di parte</i>. Penso che Israele abbia diritto a esistere. Penso che i suoi cittadini abbiano il diritto di condurre esistenze normali e penso sia il paese – in una fetta di mondo che va dalla Mauritania all’Australia – che più fa per consentirglielo. E qui già mi sembra di sentire le obiezioni… Correrò il rischio di dire cose che potranno irritare qualcuno, ma spero che a irritarlo sia quel che dico, non quel che penserà o immaginerà io abbia detto. Quindi proverò a dirlo in modo chiaro e diretto e senza nascondermi dietro un dito.</p>
<p align="JUSTIFY">Comparando le statistiche relative alla popolazione della Palestina ottomana di un secolo fa con la popolazione attuale di quella stessa regione, (<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Demographics_of_Palestine">http://en.wikipedia.org/wiki/Demographics_of_Palestine</a>; ; <a href="http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/History/demograhics.html">http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/History/demograhics.html</a>), un dato balza agli occhi: un paese grande poco meno dell’Emilia Romagna e che esattamente cento anni fa ospitava e nutriva una popolazione di 6-700.000 persone, è oggi abitato da una dozzina di milioni di individui. Banalmente: <i>lo spazio e le risorse per coesistere c’erano e ci sono</i>. La Palestina tardo-ottomana non era la <i>terra senza popolo per un popolo senza terra</i> della prima vulgata sionista, ma non era nemmeno il paese abitato da un popolo provvisto di una solida coscienza nazionale evocato da quanti negano o riconoscono solo a denti stretti la legittimità di Israele, accusandolo di essere nato da un’usurpazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Israele non è un paese santo né un paese di santi – anche perché, ahimé, la <i>conditio sine qua non</i> per accedere alla santità è morire… E pur non essendo un paese di santi, Israele non è nemmeno quel mostruoso regime di apartheid di cui tanti vaneggiano. Con i suoi difetti, Israele – lo stato ebraico – è il solo paese del Medio Oriente a garantire pieni diritti a tutti i suoi cittadini, compreso un 20% abbondante di arabi. Gli ebrei di Israele preferirebbero essere una comunità culturalmente omogenea, senza quel 20% abbondante di cittadini arabi? Mah, probabilmente molti di loro sì – e di sicuro le relazioni e l’integrazione tra la maggioranza ebraica e la minoranza araba potrebbero essere migliori di come sono, ma il dato di fatto che resta è che un cittadino arabo di Israele ha il diritto di esprimere le proprie opinioni, il diritto di votare e candidarsi alle elezioni nazionali e locali, il diritto a professare apertamente una religione o a essere altrettanto apertamente ateo, il diritto a leggere qualsiasi giornale e, qualora ne sia capace, a scrivervi, il diritto a iscriversi al sindacato o a militare in partiti politici liberi e il diritto a esprimere liberamente il proprio orientamento sessuale. Un arabo cittadino di qualunque paese arabo questi diritti, semplicemente, non li ha. In una ipotetica linea continua dall’inferno al paradiso, per un arabo Israele non è certo il paradiso, ma è molto più lontano dall’inferno di qualunque paese arabo.</p>
<p align="JUSTIFY">Israele è in guerra. Non dal mese scorso. Il 29 novembre del 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite votò a maggioranza la spartizione della porzione di Palestina Mandataria a ovest del Giordano in due stati: uno ebraico e uno arabo. Se fosse stata accettata da entrambe le parti, quella spartizione avrebbe sancito la nascita del primo stato arabo della storia in quel lembo di terra. Ma quella spartizione non fu accettata da entrambe le parti. A non accettarla furono gli arabi, che – non per l’ultima volta – anteposero l’ambizione di distruggere lo stato ebraico a quella di edificare lo stato arabo. Da quella guerra – che il segretario generale della Lega Araba Azzam Pasha e il gran muftì di Gerusalemme Hajj Amin al-Husayni non ebbero remore a definire di sterminio – Israele uscì vincitore e solo la vittoria gli permise di continuare a esistere. Gli israeliani condussero una guerra pura, senza colpi bassi e senza azioni men che onorevoli? Certo che no: era in gioco la loro sopravvivenza in una guerra scatenata da un nemico che ostentava la propria volontà di sterminarli. I torti e le atrocità ci furono e furono commessi e subiti da entrambe le parti, ma imputare solo e unicamente a Israele il fatto che, sessantasei anni più tardi, lo stato arabo palestinese non sia ancora nato e gli arabi palestinesi siano ancora carne da cannone tenuta a frollare nei campi profughi è, ancora una volta, abusivo.</p>
<p align="JUSTIFY">La guerra di indipendenza di Israele causò l’esodo di circa seicentomila arabi dai territori di quella che era stata fino a quel momento la Palestina Mandataria. Allo stesso tempo, un numero pressoché equivalente di ebrei fu cacciato da tutti i paesi arabi. Non più di un anno prima, la guerra tra India e Pakistan aveva provocato milioni di profughi da una parte e dall’altra: i musulmani fuggiti dall’India si erano trasferiti in Pakistan e gli indù scappati dal Pakistan erano passati in India. A nessuno, in India, Pakistan o alle Nazioni Unite, era venuto in mente di istituzionalizzare la condizione di profugo degli uni e degli altri. La fine della Seconda Guerra Mondiale aveva spostato i confini europei e creato, anche lì, milioni di rifugiati. A nessuno era venuto in mente di eternare la loro condizione. Gli ebrei fuggiti e scacciati dai paesi arabi e approdati in Israele non passarono nei campi profughi che il tempo strettamente necessario a consentirne l’assorbimento. Solo per gli arabi palestinesi è stata creata un’agenzia ad hoc delle Nazioni Unite – l’UNRWA, fondata nel 1949 – e solo per gli arabi palestinesi lo status di profugo è stato reso ereditario. Il risultato: sessantasei anni dopo, i profughi palestinesi si sono moltiplicati per dieci e la gran parte di loro non è nata in Palestina e non ci ha trascorso un solo giorno della propria vita. Tra il 1949 e il 1967 la West Bank e la Striscia di Gaza furono occupate e amministrate rispettivamente da Giordania ed Egitto: paesi che avevano entrambi mosso guerra a Israele nel 1948 e i cui eserciti avevano esortato la popolazione civile araba a lasciare le sue case per non essere d’intralcio alle operazioni militari contro gli ebrei. A guerra finita, Egitto e Giordania ben si guardarono dal favorire la nascita di uno stato arabo palestinese indipendente nei territori da loro controllati – né la leadership palestinese fece alcunché per indurveli. Ancora una volta – e non per l’ultima – la retorica anti-israeliana aveva il sopravvento sul buon senso.</p>
<p align="JUSTIFY">Quello che succede oggi a Gaza è il frutto avvelenato degli errori di sessantasei anni fa, ma nel frattempo la pianta che ha generato quel frutto è stata innestata almeno con altre due – non meno velenose: la abominevole corruzione che ha caratterizzato la dirigenza palestinese da Ahmed Shukeiri ad Abu Mazen, passando per Arafat, e il fondamentalismo islamico che nega a Israele il diritto di esistere e considera gli ebrei – <i>tutti gli ebrei</i> – selvaggina che è giusto e doveroso cacciare e abbattere.</p>
<p align="JUSTIFY">Israele è senza colpe? Non ha nulla da rimproverarsi? Sarebbe stupido e ipocrita affermarlo, ma – ancora una volta – non si può ignorare l’evidenza. Egitto e Giordania sono gli unici due stati arabi ad avere sottoscritto accordi di pace con Israele. Lo hanno fatto onestamente e hanno riavuto entrambi e per intero i territori perduti nelle guerre combattute e perse. Egitto e Giordania non hanno avuto né hanno motivo di recriminare sulla pace conclusa con Israele – né Israele ha avuto o ha motivo di rimpiangere la pace fatta con loro. Alla pace delle dichiarazioni è seguita la pace nei fatti. Israeliani, giordani ed egiziani non si amano e probabilmente continuano a guardarsi con poca simpatia e tanta diffidenza, ma non si sparano più da anni e da anni collaborano in svariati ambiti, dall’agricoltura alla sicurezza e alla ricerca scientifica. A seguito degli accordi di Oslo di vent’anni fa, Israele iniziò un graduale passaggio dell’amministrazione di porzioni sempre più ampie dei territori occupati all’Autorità Nazionale Palestinese. E all’uscita di Israele da Nablus, da Jenin, da Tulkarem, da Ramallah e da Gaza si accompagnò l’erompere di una spaventosa ondata di terrorismo. Israele è uscita da Gaza nell’agosto del 2005. Da nove anni a Gaza non c’è più traccia di israeliani – e quando se ne andarono gli israeliani lasciarono a Gaza serre e dissalatori. Nel 2005 Gaza non era la prigione a cielo aperto per la quale adesso – a sproposito – ci si strappa i capelli e si fanno le flottiglie. Da Gaza i palestinesi potevano uscire per andare a lavorare in Israele. Ma da Gaza uscivano anche i razzi – centinaia, migliaia di razzi. Da Gaza sono usciti i rapitori di Gilad Shalit – preso, giova ricordarlo – in territorio israeliano e tenuto segregato per oltre cinque anni. E a Gaza, dal 2007, governa Hamas, che l’anno prima aveva vinto a valanga le elezioni palestinesi e che – giova ricordare anche questo – nel proprio statuto rivendica l’obiettivo di cancellare Israele dalla carta geografica, ma non parla mai della creazione di uno stato palestinese. Quella stessa Hamas che denuncia il cappio soffocante che Israele avrebbe stretto attorno al collo di Gaza, ma, nonostante quel cappio, ha investito un miliardo e mezzo di dollari nella costruzione di tunnel la cui unica funzione è aggredire Israele. Quella stessa Hamas che ha costituito un arsenale di migliaia di razzi e missili, ha dedicato una quantità di anni e risorse ad addestrare i suoi miliziani a compiere incursioni in territorio israeliano e attraverso le scuole, i campi estivi, le moschee, la stampa e la televisione indottrina scientificamente il suo popolo all’odio antisemita più implacabile.</p>
<p align="JUSTIFY">Ora, il fatto che i territori conquistati da Israele nel 1967 siano da considerarsi occupati o contesi è senz’altro una questione meritevole di approfondito dibattito tra i giuristi, ma è, temo, del tutto irrilevante sul piano pratico. Che fosse occupata o contesa, da Gaza Israele è uscito completamente nove anni fa – e l’ostilità nei suoi confronti non è diminuita di una iota. Che fossero occupati o contesi, da larga parte dei Territori della West Bank Israele è uscito e, di fronte a una recrudescenza spaventosa del terrorismo, ha dovuto erigere la barriera di difesa – il tanto esecrato <i>muro della vergogna</i>, che però ha salvato e salva vite. In Israele non mancano i fanatici, come l’assassinio di Yitzhakh Rabin ha tristemente dimostrato. Però Israele è anche il paese di Pace Adesso, di B’Tselem e di partiti, movimenti, associazioni, gruppi e circoli che esprimono posizioni aspramente critiche nei confronti del governo e si adoperano per promuovere incontri, conoscenza e solidarietà tra la società civile israeliana e quella palestinese. Ci sono e svolgono la loro opera in Israele, senza che venga loro impedito e senza rischi per la loro incolumità. Un palestinese che a Gaza esprimesse apertamente il proprio dissenso verso la politica di Hamas e chiedesse di riconoscere senza ambiguità Israele non vivrebbe abbastanza da finire la frase.</p>
<p align="JUSTIFY">E’ in corso una guerra, ma la guerra non è cominciata con i bombardamenti israeliani di cinque settimane fa. Non è cominciata nemmeno con il rapimento e l’uccisione bestiale dei tre adolescenti israeliani e nemmeno con quelli altrettanto ripugnanti del loro coetaneo arabo. Questa guerra è in corso da anni. Non passa giorno senza che da Gaza vengano sparati missili su Israele – e mentre tentava di far piovere morte su Israele dal cielo, Hamas scavava tunnel per portargliela in casa da sottoterra. Quei tunnel non sono stati costruiti nelle ultime cinque settimane e non hanno mai avuto la funzione di alleviare le sofferenze della popolazione civile di Gaza. Ma tutto questo sembra non esista. A frequentare i social network e a leggere gli articoli della stampa quotidiana e molti dei loro commenti pare di assistere al video che qualche buontempone ha realizzato con le immagini della semifinale mondiale tra Germania e Brasile cancellando dal campo i giocatori verdeoro. I tunnel, i missili, i tentativi di rapimento di civili, l’uso rivendicato di scudi umani non si vedono: si vede solo <i>l’aggressione israeliana</i> e <i>la sproporzione</i>. Senza <i>Iron Dome</i> in Israele si sarebbero contati centinaia di morti – e non è assurdo pensare che nemmeno di quelli ci si sarebbe accorti. Del resto, non un sospiro si è levato dalla platea che rivendica i diritti dei palestinesi per denunciare il fatto che molte centinaia di loro siano stati lasciati morire di fame quest’anno, (l’anno della <i>solidarietà internazionale al popolo palestinese…</i>), nel campo profughi di Yarmouk, in Siria. Nessuno denuncia il vero regime di apartheid e segregazione del quale sono fatti oggetto i palestinesi che vivono in Libano, in Giordania o in Kuwait. E’ malizioso constatare che gli unici palestinesi dei quali sembra importare un fico a qualcuno sono quelli morti per mano israeliana? Ma davvero non ci sono al mondo paesi e governi che meritino sdegno, riprovazione, boicottaggio e messa all’indice più di quanto li meriti Israele?</p>
<p align="JUSTIFY">L’unica cosa che si può sperare è che questo conflitto si concluda con la caduta di Hamas – che non ha certo dimostrato di avere a cuore il destino del suo popolo – e per i palestinesi di Gaza possa tornare ad aprirsi uno spiraglio di vita normale, non più esposta alla quotidiana, pervasiva, intossicante somministrazione del veleno antisemita. Meno di cento chilometri dividono Gaza da Tel Aviv: bisogna sperare che, in un futuro non troppo lontano, anziché dai tunnel e dalle traiettorie dei missili e dei colpi di artiglieria, quella distanza sia attraversata dalla fibra ottica e dalle idee.</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">
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		<title>La minaccia del Califfo</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Aug 2014 08:25:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele De Maria</dc:creator>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 112 - 1 Agosto 2014]]></category>
		<category><![CDATA[califfato]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[mediterraneo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Benjamin Netanyahu sta sferrando quello che vorrebbe essere l’attacco finale contro Hamas e i suoi sempre più deboli leader, con i tipici spregievoli effetti collaterali di una guerra. L’obiettivo israeliano è di eliminare chi detiene il potere a Gaza. La situazione geopolitica è però radicalmente mutata dai tempi di “Piombo fuso”: secondo molti osservatori quello [...]</p><p>L'articolo <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/la-minaccia-del-califfo/">La minaccia del Califfo</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info">L&#039;Arengo del Viaggiatore</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Benjamin Netanyahu sta sferrando quello che vorrebbe essere l’attacco finale contro Hamas e i suoi sempre più deboli leader, con i tipici spregievoli effetti collaterali di una guerra. L’obiettivo israeliano è di eliminare chi detiene il potere a Gaza. La situazione geopolitica è però radicalmente mutata dai tempi di “Piombo fuso”: secondo molti osservatori quello che sta accadendo nella Striscia è un diversivo &#8211; o meglio uno dei tanti fronti in cui è impegnato l’integralismo islamico &#8211; che vede in <b>Abu Bakr al Baghdadi</b>, neo Califfo dello <i>Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL)</i>, l’abile burattinaio.</p>
<p>Al Baghdadi è il nuovo Osama Bin Laden, tra i terroristi più ricercati dal Governo statunitense. Il sogno di un Medio Oriente islamico forte e  privo di confini è l’obiettivo del Califfo: unire insieme Israele, Palestina, Giordania, Libano, Kwait, Cipro e parte della Turchia all’Iraq e Siria (già facenti parte dello stato islamico autoproclamato); il tutto raggiungibile attraverso la santa alleanza tra sciiti e sunniti,  l’imposizione della <i>shari’a </i>e la conquista di Roma.</p>
<p>Che il disegno di Al Baghdadi sia inquietante è un dato di fatto: la stessa Al Qaeda espulse il Califfo a causa di un approccio al terrorismo “troppo estremo”<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p>La minaccia dell’ISIL non è squisitamente ideologica ma soprattuto militare e politica: in Siria controlla una provincia nel nord, parte dei confini col l’Iraq e alcune zone della provincia di Aleppo. In Iraq ha conquistato Mosul e le aree di Ninive, Diyala e Kirkuk fino ad arrivare alle porte di Baghdad.</p>
<p>Si stanno quindi aprendo molteplici fronti di guerra che coinvolgono l’intera regione: il prossimo obiettivo di Al Baghdadi è la  fragile Giordania, con Re Abdallah più preoccupato che mai dall’avanzata jihadista<a title="" href="#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p>Altro soggetto in fibrillazione e la Turchia, che molto ha “lavorato” nella regione negi ultimi anni  e che vede nella minaccia da parte dell’ISIL al Kurdistan iracheno un elemento allarmante da cui possono derivare effetti destabilizzanti anche per la sicurezza interna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> </p>
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<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> </p>
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		<title>Bagno di sangue in Medioriente, divergenze tra Israele e Stati Uniti</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Aug 2014 08:15:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Cantelmi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 112 - 1 Agosto 2014]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
		<category><![CDATA[stati uniti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>L&#8217;esercito israeliano intensificato la sua azione bellica contro Hamas, è salito a più di 1.280 morti e 7.170 feriti palestinesi il bilancio totale dei 23 giorni di offensiva, numeri destinati tragicamenti a salire. Secondo l&#8217;Onu, i tre quarti delle vittime palestinesi sono civili. Israele, da parte sua, ha perso 53 soldati, il bilancio più pesante [...]</p><p>L'articolo <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/bagno-di-sangue-in-medioriente-divergenze-tra-israele-e-stati-uniti/">Bagno di sangue in Medioriente, divergenze tra Israele e Stati Uniti</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info">L&#039;Arengo del Viaggiatore</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;esercito israeliano intensificato la sua azione bellica contro Hamas, è salito a più di 1.280 morti e 7.170 feriti palestinesi il bilancio totale dei 23 giorni di offensiva, numeri destinati tragicamenti a salire. Secondo l&#8217;Onu, i tre quarti delle vittime palestinesi sono civili. Israele, da parte sua, ha perso 53 soldati, il bilancio più pesante dalla guerra contro Hezbollah nel 2006. Tre civili, due israeliani e un thailandese, sono morti uccisi dai razzi lanciati dalla Striscia.</p>
<p>Il conflitto arabo &#8211; israeliano raggiunge un nuovo apice di odio e conflitto, il medioriente oggi più che mai vive una delle sue fasi storiche più tragiche. L&#8217;ayatollah Ali Khamenei, ha definito Israele un &#8220;cane rabbioso&#8221; che sta compiendo &#8220;un genocidio&#8221; nella Striscia di Gaza. &#8220;Un cane rabbioso, un lupo selvatico (&#8230;) &#8211; ha detto la guida suprema iraniana in un discorso trasmesso in diretta dalla televisione di Stato in occasione della fine del ramadan &#8211; attacca persone innocenti: ci sono bambini innocenti che hanno perso la loro vita (&#8230;). Quello che stanno facendo i dirigenti del regime sionista è un genocidio e una catastrofe storica&#8221;. Khamenei ha cncluso il suo discorso lanciando un appello a tutto il mondo islamico affinché possa &#8220;armare&#8221; i palestinesi.</p>
<p>Dall&#8217;altra parte Israele non intende fermare l&#8217;offensiva con l&#8217;obiettivo di neutralizzare Hamas. &#8220;Noi &#8211; ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu, in un intervento televisivo dopo una nuova giornata di sangue &#8211; dobbiamo essere pronti a una lunga campagna, fino a che la nostra missione non sarà realizzata. Questa operazione non sarà conclusa fino a che non avremo neutralizzato i tunnel&#8221;. I tunnel servono ad Hamas per muoversi ed attaccare Israele. I tunnel sono decine di gallerie costruite negli ultimi anni da Hamas, la cui esistenza divenne nota al mondo nel 2006, quando i tunnel vennero usati per rapire il soldato israeliano Gilad Shalit. Sul fronte della diplomazia le cose non sembrano andare molto meglio perchè la proposta per avviare un processo di pace avanzata dal segretario di Stato americano, John Kerry, non è proprio piaciuta a Israele. Gerusalemme avrebbe bollato la proposta troppo vicina ad Hamas, a questo si aggiunge l&#8217;irritazione israeliana nei confronti del segretario di Stato americanci che ha  Kerry  più volte duramente condannato gli attacchi contro Gaza. A far arrabbiare Gerusalemme prima ci aveva pensato la FAA, l&#8217;ente americano responsabile della sicurezza nell&#8217;aviazione civile, vietando alle compagnie americane di volare sull&#8217;aeroporto di Tel Aviv. La bozza per il cessate il fuoco del 25 luglio è stata giudicata da Israele troppo vicino alle posizioni da Hamas, il ministro della Giustizia israeliano, Tzipi Livni, ha ricordato di aver detto a Kerry che la bozza era &#8220;completamente inaccettabile&#8221; e che &#8220;avrebbe rafforzato gli estremisti nella regione&#8221;.</p>
<p>Ma lo scontro tra Stati Uniti e Gerusalemme ha visto un altro importante episodio nel viaggio di Kerry a Parigi, dove oltre a incontrare i ministri degli Esteri di Germania, Italia, Regno Unito e Francia, il politico americano ha visto i funzionari di Qatar e Turchia, indicati come i due principali alleati di Hamas. Lo stesso Haaretz, quotidiano israeliano di posizioni liberal, ha attaccato Kerry sostenendo che &#8220;sarebbe stato il responsabile per ogni altra goccia di sangue versato&#8221;. Uno smacco per Kerry, scrive il Financial Times, che da quando è entrato in politica 30 anni fa si è sempre presentato come un amico di Israele. Washington sulla questione palestinese sembra avere un approccio diverso rispetto al passato, vuole discutere con Hamas attraverso la mediazione di Qatar e Turchia.</p>
<p>Gli Stati Uniti hanno inserito Hamas tra i gruppi terroristici, credono che il conflitto sia in parte dovuto alla pesante situazione economica della Palestina. Hamas per gli Stati Uniti è anche fonte di stabilità all&#8217;interno della Striscia di Gaza. &#8220;Se Hamas se ne andasse, potremmo dover affrontare qualcosa di molto peggiore&#8221;, ha detto il Pentagono lo scorso weekend. Una notizia che Israele non ha accettato assolutamente, lo stato ebraico considera Hamas un nemico da annientare mentre il timore di Washington è che un eventuale vuoto di potere potrebbe essere colmato da gruppi più radicali come i militanti sunniti dell&#8217;Isis che continuano a aumentare il loro potere in Iraq e in Siria.</p>
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		<title>Si vis pacem</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Aug 2014 07:50:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tobia Desalvo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 112 - 1 Agosto 2014]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[obama]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>L’elezione di Barack Obama come primo Presidente di colore degli Stati Uniti aveva sollevato tante e tali speranze da recargli il Premio Nobel per la Pace già dopo pochi mesi. A distanza di 5 anni dall’inaugurazione del suo primo mandato siamo giunti al centenario dello scoppio della Prima guerra mondiale che, oltre alle pregevoli opere [...]</p><p>L'articolo <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/si-vis-pacem/">Si vis pacem</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info">L&#039;Arengo del Viaggiatore</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L’elezione di Barack Obama come primo Presidente di colore degli Stati Uniti aveva sollevato tante e tali speranze da recargli il Premio Nobel per la Pace già dopo pochi mesi. A distanza di 5 anni dall’inaugurazione del suo primo mandato siamo giunti al centenario dello scoppio della Prima guerra mondiale che, oltre alle pregevoli opere storiche che si possono acquistare in edicola, porta con sé alcuni pericolosi focolai di guerra nelle nostre vicinanze: in Siria e Iraq, al confine tra Ucraina e Russia, in Israele e nella striscia di Gaza, in Libia. Sono scontri primitivi, tra popoli che vivono le stesse terra da millenni, tra musulmani sciiti e musulmani sunniti, tra russi e ucraini, tra milizie più o meno regolari e più o meno irregolari. Sono ai confini dell&#8217;impero occidentale, in quelle province lontane dall&#8217;attuale Roma (Washington) che prima di altre sentono lo scorrere del tempo.</p>
<p>E’ molto diverso l’occhio con cui gli States guardano a se stessi rispetto a come li guardiamo noi, dall’Europa e dal mondo. Per noi gli Stati Uniti sono sia i liberatori dell’Europa dal nazismo, i nostri cugini alleati nonché lo Zio d’America, ma sono visti anche come i fomentatori del colpo di Stato in Cile e come gli oppressori violenti delle libertà dei popoli. Gli anni della dottrina Bush sono stati rappresentati come il volto violento dell’America, la faccia oppressiva che si nutriva di guerre rancorose contro l’Asse del Male incarnato in Afghanistan e Iraq, mentre l’elezione di Obama lasciava intravedere un radioso futuro di sviluppo. Non è stato così e non lo è stato per alcune ragioni che stanno segnando la storia contemporanea, e che già nel primo anno del suo mandato mostrava una prima avvisaglia con il silenzio rispetto all&#8217;Onda verde iraniana.</p>
<p>La prima è che il “terrorismo” esiste anche se il Presidente americano è “buono”. Possiamo discettare sul significato del termine, ma certo pensare che l’istituzione di un califfato che taglia la testa agli infedeli e che si vuole diffondere dai confini indiani ai nostri possa essere espressione di “autodeterminazione dei popoli” sarebbe una bizzarria da civiltà in estinzione. L’integralismo religioso ed islamico è una forma di inciviltà che nega le conquiste del secolo dei lumi di cui tanto andiamo fieri, che assegna alla Sharia il ruolo di Dio e Boia, che costringe alla fuga le tante persone disperate che scappano verso di noi inseguendo la libertà e la pace. O credere che chi millanta di volere il benessere della Striscia di Gaza continuando a sparare razzi verso Israele non sia il vero oppressore dei civili palestinesi che abitano quel territorio.</p>
<p>La seconda è che l’alleanza occidentale tra Europa e Stati Uniti non ha un asse strategico: lo si è visto drammaticamente in Libia, gettata dalla padella di Gheddafi direttamente nella brace degli scontri tribali; nella Siria, ove durante la guerra già scoppiata sul terreno la voce più forte che si è levata dall’Occidente è stata contro l’eventuale “guerra” da parte degli americani; in Iraq, dove alla detronizzazione di Saddam corrisponde oggi l’avanzata dei nuovi califfi; in Afghanistan, dove la ritirata suona come un via libera per i Taliban. Oggi l’iniziativa appartiene alla Russia di Putin, militarmente organizzata al confine ucraino e nel supporto a Bashar el Assad (che all’oggi addirittura pare sul campo l’unico bastione contro il suddetto califfato), e alla Cina, che si sta insediando commercialmente dall’Argentina all’Africa all’Europa, mentre l’Occidente risponde in ordine sparso con iniziative militari qua e là lasciate ai ricordi di grandeur, con i respingimenti nel Mediterraneo, con vane parole di pace che porgono l’altra guancia alla violenza.</p>
<p>In tutto questo quelle che anni fa erano le parole di speranza di Obama per un mondo nuovo sono solo un silenzio assordante, che a tratti pare imbarazzato, e mostrano il volto di un’America che guarda più al suo interno che fuori, ove il sogno della riforma sanitaria scricchiola sotto i clic che ingolfano i server mentre la ripresa economica si affida in maniera piuttosto “old-style” sul fracking delle risorse del sottosuolo.</p>
<p>Se Peter Pan può volare grazie a un pensiero felice, la real politik internazionale richiede ben altro e la tragica attualità ci informa di quanto la superiorità militare sia l’unica garanzia di sopravvivenza: “Si vis pacem, para bellum”. Un secolo dopo lo scoppio della Grande Guerra che concluse alla chetichella una grassa e ridente belle epoque è un monito da avere bene a mente onde evitare che la tragedia, su scala ancora maggiore rispetto al mondo di allora, possa ripetersi.</p>
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		<title>Approccio spensierato alla permacultura</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Aug 2014 07:40:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario Macri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia e Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Numero 112 - 1 Agosto 2014]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[permacultura]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>La permacultura è tante cose. E’ sufficiente fare una piccola ricerca in rete per comprendere quantità e qualità dei principi che ne costituiscono l’essenza. E’ certamente un nuovo (o vecchio?) modo di pensare, improntato all’ascolto ed alla consapevolezza, che permette un’interazione armoniosa fra l’uomo e l’ambiente. I principi etici riportati dall’Accademia italiana di permacultura sono [...]</p><p>L'articolo <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info/2014/08/approccio-spensierato-alla-permacultura/">Approccio spensierato alla permacultura</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.larengodelviaggiatore.info">L&#039;Arengo del Viaggiatore</a>.</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La permacultura è tante cose. E’ sufficiente fare una piccola ricerca in rete per comprendere quantità e qualità dei principi che ne costituiscono l’essenza. E’ certamente un nuovo (o vecchio?) modo di pensare, improntato all’ascolto ed alla consapevolezza, che permette un’interazione armoniosa fra l’uomo e l’ambiente. I principi etici riportati dall’Accademia italiana di permacultura sono semplici, immediati, significativi: prendersi cura della Terra, avere cura delle persone, limitare il consumo alle necessità per condividere in maniera equa e solidale le risorse della Terra.</p>
<p>«La permacultura offre un approccio alla gestione del territorio in cui le funzioni degli animali, delle piante, delle persone e della Terra sono riconosciute e integrate per massimizzare i risultati e realizzare ambienti umani sostenibili. E’ quindi un processo integrato di progettazione che dà come risultato un ambiente sostenibile, equilibrato ed estetico. Applicando i principi e le strategie ecologiche si può ripristinare l&#8217;equilibrio di quei sistemi che sono alla base della vita».</p>
<p>L’aspetto più evidente legato alla permacultura è quello dell’agricoltura sostenibile e strettamente connessa ad una gestione etica della Terra. Invero si può applicare a tutte le attività umane e probabilmente in tanti sono permacultori senza saperlo!</p>
<p>Descrivere l’importanza di questo movimento, che rappresenta una delle poche speranze affinché si realizzi un concreto cambiamento della società, è difficile proprio a causa della bellezza dei principi che lo animano. Che, ai più, potrebbero sembrare utopistici o addirittura fricchettoni.</p>
<p>Al contrario, le reti di permacultura che si stanno formando in tutto il mondo ed anche in ciascuna delle regioni italiane, progettano e realizzano l’evoluzione dell’uomo, in maniera semplice e soave, ma sanno pure portare all’attenzione il marciume che invade il sistema capitalistico basato sull’ossessione dei consumi. Proponendo al contempo soluzioni reali, che non trascurano il lato economico né quello sociale.</p>
<p>Le parole non rendono giustizia al movimento. Chi scrive ha avuto l’opportunità e la fortuna di partecipare attivamente ad un incontro di mutuo aiuto, appuntamento mensile fra permacultori calabresi.</p>
<p>Rendez-vous alle 5 del mattino da Peppe, in località Luisina in Torre di Ruggiero (paesino delle Serre al confine fra la provincia di Catanzaro e l’ex provincia di Vibo Valentia). La prima attività prevista è la mietitura del grano, con le falci, secondo i metodi dei nostri nonni. Il tutto insegnato e supervisionato da un altro Peppe, splendido ottantanovenne. Poi la colazione di metà mattinata, ricchissima e naturalmente sostenibile. Così come al pranzo, la tavola è imbandita con il pane qui sfornato la sera precedente e poi con la frutta e le verdure raccolte ed i formaggi ed altre leccornie offerte da ciascun partecipante.</p>
<p>La mietitura del grano, la visita all’elegante quanto produttivo orto sinergico di Peppe, il progetto di un chicken tractor e la dimostrazione di utilizzo di una rocket stove, sono tutte attività svolte ad un ritmo sostenibile, piacevole, armonioso.</p>
<p>Ad apertura e chiusura, è emblematica la modalità scelta per le riunioni: il Cerchio. Si parla a turno, seguendo un senso orario o anti-orario, per un tempo massimo prestabilito (in genere breve, due o tre minuti), senza la possibilità d’essere interrotti. Attendendo il proprio turno, si ascolta con attenzione. All’inizio, ci si presenta. Così si scongiurano difetti tipici della donna e dell’uomo mediterranei: non saper ascoltare, interrompere, esprimersi con veemenza ed a voce alta.</p>
<p>Qui si comprende quanto la rete di permacultura può offrire al territorio. A livello individuale si prende coscienza delle proprie azioni virtuose e di quanto possa migliorare la qualità della nostra vita. Poi, dà la possibilità a diverse realtà, comprese quelle delle associazioni culturali e dei comitati, di conoscersi e scambiarsi idee ed informazioni. Si moltiplicano i contatti, si condividono suggerimenti, si evidenziano criticità, ci si rincuora. Tenendo ben presente che ogni problema contiene in sé la soluzione e che i limiti possono trasformarsi in opportunità. Praticare la permacultura vuol dire agire concretamente sul territorio al fine di proteggerlo e valorizzarlo.</p>
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