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Scritto da nel Letteratura e Filosofia, Numero 100 - 1 Giugno 2013 | 0 commenti

La maglia rosa di Nibali e l’etica di noialtri

La maglia rosa di Nibali e l’etica di noialtri

     Si possono aprire discorsi lunghi come la Quaresima sulla retorica delle vittorie sportive. Ma quella di Vincenzo Nibali alle Tre Cime di Lavaredo è stata un’enfatizzazione sensazionale dello spirito e dei valori del ciclismo. È indimenticabile l’immagine della fatica sorridente di un uomo che, le sopracciglia ghiacciate, sale i tornanti delle Dolomiti di Sesto nella tormenta di neve e agguanta le maniche della maglia da corsa per i geloni che ha sulle mani. Fino a tagliare il traguardo, voltandosi per convincersi di non essere ripreso da un altro corridore, poi trionfando nel levare le braccia dal manubrio e spingendole al cielo.

     Non è iperbole d’agonismo, bensì emozione che scalda e trema lungo la schiena e successivamente, a mente fredda, offre lo spunto per una riflessione. Il gesto sportivo che distingue una vittoria importante, in effetti, è l’apoteosi del comportamento dell’atleta: mette insieme l’estro e lo sforzo fisico, la disciplina e la determinazione. L’uomo compie simili azioni nel disinteresse dell’intorno: l’unico obiettivo è elevare il suo desiderio di eccellere, la sua tenuta psicologica e la sua prestanza al traguardo che non solo sogna, ma che cerca di conseguire nella realtà.

     C’è anche ambizione, certo, in questo. Si tratta tuttavia di un campo d’intendimento particolare, imperniandosi questa con ogni atto manifestato della volontà: non di ambizione significata in senso assoluto come vanitosa bramosia di onori, ma come vivo impulso e continua spinta al raggiungimento dell’obiettivo prefissato, aspirazione a migliorare la propria persona e la percezione che si ha e si dà di sé. Qui s’impernia un concetto di vittoria che non serve a far percepire una preminenza da detenere l’uno sugli altri, ma a mostrare come l’asticella fissata per sé può essere sempre superata da qualcuno che, avvalendosi di ciascuna delle esperienze, rinnovi l’affermazione e la superi contribuendo in tal modo a rendere perpetua e universale la possibilità di succedere. Universale, ovvero per tutti: perché è un moto dell’animo che può nascere in ogni uomo che abbia la fortuna di essere sano e forte. In ciò potremmo dire che lo sport costituisce il più riuscito esempio di socialismo spontaneo – e non involontario – nella storia dell’umanità.

     È così che non per necessità ma per atto deliberato di speranza e con una disposizione d’animo che permetta di guardare favorevolmente a ciò che di nuovo si propone, non a ciò che si è già vissuto, possiamo proporre di puntare lo sguardo alla grande vittoria di Vincenzo Nibali al Giro d’Italia 2013 per estrapolarne i comportamenti, il senso alto, il modo in cui è stata riportata. L’obiettivo è raccordare alla giustezza di chi affronta una difficoltà con spirito di sacrificio le nostre situazioni, come individui per sé e come individui nella collettività. Prendere esempio dalla parabola di un ciclista fa bene: prima di vincere la gara egli si è allenato duramente per anni, in qualsiasi condizione climatica, ha disputato corse d’ogni genere, è stato gregario con altri di un altro capitano di squadra. Quella vittoria è buona, perché non offende gli altri atleti, dà all’opposto la certezza di poter scambiare il gradino del podio maturando un impegno sempre maggiore.

     È esattamente quel che dovremmo fare del nostro paese; metterci al servizio l’un dell’altro, perché quand’anche si soffra un poco per far star meglio un altro uomo, in un futuro più o meno lontano arriverà il proprio turno. L’unico obiettivo, l’unico punto a cui tendere per ottenere una direzione certa, dovrebbe essere quello che diceva sempre il buon vecchio Aristotele a suo figlio Nicomaco: il bene. E pensando a difendere l’anziano in ospedale o ad aiutare il senzatetto per strada, a tutelare il bimbo a scuola o a promuovere l’amore fra due giovani, allenandoci a farlo in ogni momento della nostra giornata e a farlo sempre meglio, possiamo concentrarci su un fine che consente di toccare con mano la vittoria dell’uomo nella collettività. Che fa la grande differenza rispetto alla vittoria dell’uomo nello sport.

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  1. - L'Arengo del Viaggiatore - [...] ancora una volta (http://www.larengodelviaggiatore.info/2013/06/la-maglia-rosa-di-nibali-e-letica-di-noialtri/) torno a scrivere che è esattamente quel che dovremmo fare noi; metterci al servizio l’un ...

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