Pages Menu
RssFacebook
Categories Menu

Scritto da nel Economia e Mercati, Numero 72 - 1 Agosto 2010 | 0 commenti

Quali reti per il futuro?

Nella recente indagine trimestrale sulle aspettative di crescita e di inflazione, condotta da Banca d'Italia e Il Sole 24 Ore nel mese di marzo, emerge chiaramente un ridimensionamento delle valutazioni positive da parte delle imprese sulla situazione economica futura. È, infatti, aumentato il numero di imprese che prevede un peggioramento delle condizioni economiche generali (domanda domestica, condizioni di accesso al credito per l'investimento, operatività delle imprese, occupazione, etc), ma un più drastico deterioramento viene segnalato dalle imprese di più piccole dimensioni, tipicamente non esportatrici, e da quelle localizzate nel Centro e Sud Italia.

Stando ai dati dell'ultimo censimento effettuato dall'Istat nel 2001, oltre il 90% delle imprese italiane può contare su un numero di addetti inferiore a 5.

Prima della crisi il nanismo dimensionale delle imprese ha sicuramente costituito una barriera ai processi di innovazione e di ricerca di nuovi mercati; al contrario, dopo la crisi una dimensione d'impresa a misura di famiglia è stata la condizione di flessibilità per attutire i venti recessivi e la battuta d'arresto della domanda mondiale. Da un lato chi ha evocato il ritorno urgente al “piccolo è bello” e al capitalismo molecolare, che però fatica ad affrontare i rischiosi percorsi di crescita perché intrappolato nei passaggi dell'impresa alle generazioni successive e nell'introduzione di nuovi prodotti sul mercato. Dall'altro lato, invece, chi ha sottolineato come un'esigua sottocapitalizzazione dell'impresa, specie nei periodi di stretta creditizia e di riduzione della leva finanziaria, sia l'ostacolo principale a quell'auspicabile aumento della quota di investimenti tangibili e intangibili che, insieme ad un'accurata strategia aziendale, riporterebbe il nostro tessuto industriale sui livelli di produttività e competitività alla pari degli altri Paesi europei presi come riferimento (Francia e Germania).

Una valutazione deve essere allora a questo punto condivisa: l'impresa non può restare piccola e isolata dal distretto di provenienza, deve raggiungere un'adeguata massa critica per potere fare innovazione e migliorare il proprio posizionamento sul mercato.

Ormai da tempo si identifica nella “rete d'impresa” uno strumento a volte solo giuridico, altre volte anche economico-organizzativo, per superare la frammentarietà e il nanismo operativo e culturale del panorama imprenditoriale italiano.

Quasi mai però, almeno fino ad oggi, le proposte messe in campo per la costituzione di una rete d'impresa hanno avuto un'ottica di medio-lungo periodo, solide basi tecnico-finanziarie, un mandato netto ad un coordinamento manageriale e una strategia d'impresa condivisa. Inoltre, in molti casi le reti d'impresa hanno solo formalizzato delle relazioni industriali già esistenti all'interno di una filiera produttiva o creato coordinamenti aziendali di corto respiro e finalizzati a singoli progetti specifici nell'ambito di una tranche di finanziamento pubblico. In altri casi, l'obiettivo di creazione di una rete d'imprese è stato fin troppo interpretato sul piano materiale: aggregare più imprese possibili per far numero, ottenere economie di scala, risparmiare sui costi e fare quello che un'impresa piccola da sola non riesce a fare (andare nelle fiere, vendere meglio, raggiungere nuovi mercati, etc). Sicuramente una prima aggregazione “soft” delle imprese permetterebbe di poter partecipare a iniziative commerciali e di condividere alcuni investimenti che non sarebbero possibili alla singola impresa. Ma nell'era della conoscenza questo non basta, i beni intangibili (cultura aziendale, know-how, capitale umano, capacità di avere una mission e di mettere in campo una strategia d'impresa, etc) devono trovare uno spazio predominante e nelle reti d'impresa è necessario trovare la modalità di scambiarsi informazioni preziose e innovazioni incrementali. Non è solo un modo per crescere oggi, o domani quando le cose andranno meglio, ma una forma di copertura dal rischio di scomparire dal mercato al manifestarsi della prossima crisi economica.

Per perseguire gli obiettivi di cui sopra è necessario incentivare, sia culturalmente che legislativamente, le imprese del territorio ad avviare dei percorsi di crescita più graduali rispetto a quelle patrimonializzazioni a volte “frettolose” – derivanti dalle fusioni e acquisizioni tout court, o magari dal conferimento di capitale proprio da parte dell'imprenditore di prima generazione – senza un obiettivo preciso, un management preparato e una tempistica definita. Vista la scarsa esperienza italiana nelle creazioni di reti d'impresa, il ruolo assunto dalle associazioni territoriali e dagli enti locali nel proporre delle best practises può risultare il vero vantaggio competitivo che accompagnerà gradualmente un processo aggregativo diffuso e spontaneo sul territorio. Tuttavia, i processi aggregativi proposti dall'alto sono efficaci solo se, sulla base di un preciso business model e definito coordinamento manageriale, riescono a selezionare con cura le imprese a cui proporre di entrare a far parte della rete d'impresa (a partire dalle loro caratteristiche finanziarie e appartenenza alla filiera).

Scrivi un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>