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Scritto da nel Letteratura e Filosofia, Numero 6 - 16 Novembre 2006 | 0 commenti

Il diario di Thomas Jones

Thomas Jones nasce a Trevonen nel settembre del 1742. Secondogenito di sedici figli, appartiene ad una famiglia di proprietari terrieri che solo in un secondo momento, successivamente al naufragio per difficoltà finanziarie dell'agognata carriera ecclesiastica, permetterà a Thomas di coltivare la propria vocazione di pittore, mestiere non troppo in auge nella produttiva middle class gallese.Studia a Londra presso Richard Wilson, definito il padre del paesaggio inglese, ed entra a far parte della Society of Artist, l'accademia più importante prima della fondazione della Royal Academy (1768).

Nel 1776, il pittore lascia il suo paese pronto ad affrontare ciò che ai tempi era definito il Grand Tour, viaggio d'obbligo attraverso l'Europa e l'Italia, considerato tappa fondamentale per la formazione culturale di ogni artista del '700. Il suo diario è innanzitutto il diario di un viaggiatore, appunti ed immagini si mescolano per fissare, con incredibile vivacità, i luoghi magici di un'Europa di fine settecento. Le strade di Parigi, le botteghe di Lione, le locande della Savoia sino alla tanto sognata Roma, così familiare agli occhi di un pittore che per anni ne aveva studiate le incisioni eseguite dai maestri, ed infine Napoli con il suo Vesuvio, le case diroccate ed i panni stesi al sole. Un Italia insolita, raccontata da un uomo animato da una curiosità enciclopedica, che si lascia affascinare in ugual modo tanto dalle rovine della città eterna, quanto dalla singolarità dei locandieri incontrati lungo il cammino (non sempre ospitali, quasi mai onesti, ma indubbiamente divertenti agli occhi del lettore). Un imperdibile spaccato di vita quotidiana, inframmezzato da incontri illustri con i più importanti artisti europei dell'epoca, riflessioni di estetica e pittura, trattate con la stessa freschezza con la quale è descritta la bellezza delle donne romane traendo spunto dai versi di John Milton: “Mostrava la sua grazia in ogni passo; negli occhi aveva il cielo, nei gesti amore e dignità”[1].

Il diario di Thomas Jones, scritto in Inghilterra alla fine degli anni novanta quando ormai l'Italia era solo un ricordo, lascia trasparire l'immagine di un artista profondamente innamorato della propria arte, ma costretto quotidianamente a fare i conti con le difficoltà economiche, i giochi di potere delle èlite intellettuali, le scarse committenze. Ne deriva un'analisi lucida e dettagliata della propria condizione sociale, di quella profonda malinconia che deriva dall'irreparabile solitudine di chi è costretto a vivere l'intera vita ai margini della grande pittura del tempo. “La mia sfortuna è sempre stata di essere nato in un tempo sbagliato”[2], questa la triste conclusione di chi non si è mai visto riconoscere la propria la dignità di artista, nonostante sia stato uno dei più grandi paesaggisti della pittura moderna.

Sul suo necrologio sarà scritto esquire (gentiluomo di campagna) e non pittore, ci vorranno circa duecento anni perché A. Paul Oppè nel 1951, pubblichi il diario nel trentaduesimo volume della Walpole Society (rivista accademica), ed altri quattro anni prima che acquerelli, disegni e oli su carta di Jones siano battuti ad un'asta londinese, la qual finalmente ne riconoscerà il valore reale. Nel 2003, infine, Anna Ottani Cavina pubblica in Italia la prima monografia di Thomas Jones[3], commentando con un apparato critico costruito su basi storiche e filologiche il diario del pittore.

La storia ha finalmente regalato al viaggiatore il suo porto.


[1] John Milton, PARADISE LOST, London 1667, libro VIII, vv. 654-655.

[2] Thomas Jones, IL DIARIO DI THOMAS JONES, Milano, 2003, pag. 9.

[3] Anna Ottani Cavina, VIAGGIO D'ARTISTA NELL'ITALIA DEL SETTECENTO: IL DIARIO DI THOMAS JONES, Milano, 2003, Eleccta.

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