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Scritto da nel Il Libro del Viaggiatore, Numero 2 - 16 Settembre 2006 | 0 commenti

Baghdad Football Club

Il calcio legato a filo doppio alla politica, il calcio che incarna la sofferenza e la dignità di comunità mai dome, il calcio come specchio impietoso della ferocia dei regimi. ISBN edizioni ce ne aveva già parlato con Ajax, la squadra del ghetto. Il calcio e la Shoah l'inchiesta del cronista olandese Simon Kuper incentrata su strazianti storie di collaborazionismo e deportazione. Baghdad Football Club alle tragedie totalitarie a forma di tappeto verde ci riporta senza scorciatoie. Simon Freeman, giornalista britannico dalle nobili collaborazioni (The Sunday Times, The Herald Tribune, The Guardian, Vanity Fair, The Times), vi ripercorre la storia recente della terra tra i due fiumi attraverso le sue vicende calcistiche – un inaudito caleidoscopio di atrocità, intrattenimento, viltà, frustrazioni e traguardi sportivi. C'è da dire che, se davvero si potesse accantonare per un istante quest'atmosfera di devastazione umana che ancora stenta a congedarsi a distanza di qualche giorno dalla lettura, i personaggi che Freeman trasforma nei protagonisti della propria testimonianza potrebbero addirittura farci sorridere, tanto si rivelano maldestri e grossolani. Del resto, cosa si dovrebbe pensare del disgraziato aguzzino Uday Hussein, presidente della federazione irachena, nonché figlio di un certo Saddam, che sbatteva in galera i suoi atleti perché “non giocavano bene”? Oppure di uno come Bernd Stange, ex commissario tecnico della Germania Est giunto in Iraq nel 2002 e prestatosi alle forche caudine dell'Europa pallonara al gran completo a causa di una foto vicino a un ritratto di Saddam? “Sono in Iraq perché nessun altro mi ha offerto un contratto”, aveva risposto il buon Bernd. O ancora di questo magnifico calciatore di nome Ammo Baba, di questo irresistibile “Pelè del mondo arabo” cresciuto nella base di Habbaniya tra gli anni trenta e quaranta, diventato l'idolo del regime che per lui ha investito quasi più che per un popolo intero? Davvero non lo avete mai sentito? Neanche noi. E vogliamo parlare di quella partita nella lontana stagione 1984-1985 durata mezz'ora in più per far vincere la squadra dell'esercito in modo da “risollevare le sorti del paese”? O di quel messaggio che venne recapitato a un arbitro durante un intervallo di una gara, “La tua vita dipende da 'un certo tipo' di risultato”? Certo, se avesse saputo che in Italia i direttori di gara li rinchiudevano negli spogliatoi… Tuttavia, accantonato ogni sarcasmo, ciò che (non) torna è il sadico cinismo di un mondo che persino nel nome di tre calci a una palla ha commesso i crimini più atroci. Un universo che, anche a causa della propaganda – tuttora in atto – di coloro che ne sono diventati gli altrettanto cinici e maldestri invasori, ancora tarda a fuoriuscire dal barattolo maleodorante nel quale per tanti tristi anni ha trovato riparo.

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