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Otium: Scelta O Necessità?

Esistono parole che a causa dell'etimologia incerta, della polivalenza semantica, dell'ambiguità intrinseca alla loro stessa natura funzionano da specchio nell'analisi di una data civiltà. Parole che spesso cambiano di segno, capaci di assumere significato diverso secondo il tempo e le società dalle quali sono adoperate. Parole che fungono da indispensabili cartine di tornasole per chiunque voglia approcciare uno studio di tipo filologico, parole che sì perdono fra le pieghe della storia ed infine ritornano. Otium è una di queste.

Il concetto di otium, fortemente radicato nella coscienza latina, va di pari passo con quello di negotium. L'uno è sinonimo di pax, contemplatio, philosophia, mentre l'altro è termine complementare di actio e conseguentemente di res civica.

L'uomo romano prima ancora di essere figlio, marito o padre era un civis, un cittadino, unità primaria di uno stato in cui l'attività politica più che scelta individuale era anzitutto un imperativo etico al quale non ci si poteva sottrarre. Naturalmente l'otium era di per se stesso termine contraddittorio rispetto all'agire, in particolar modo all'agire politico, ed è questo il motivo per il quale suscitò tante dispute filosofiche nell'antichità. Rese doverose delle giustificazioni, da parte di chi decise di trascorrere la propria vita in ritiro (si pensi a Sallustio nelle prefazioni al Catilina e al Giugurta[1]), ed influì probabilmente sulla fortuna degli scritti di autori che elevarono coraggiosamente l'otium a scelta consapevole ed universale. Mi riferisco in quest'ultimo caso a Lucio Anneo Seneca.

La datazione del De Otio senecano rappresenta tuttora argomento di discussione fra gli studiosi, tuttavia la sua origine è da ricondursi intorno al 62 d.c., anno nel quale, secondo la testimonianza di Tacito, Seneca chiese a Nerone di accordargli il ritiro, giustificando con l'età e l'odio degli avversari il senso di inadeguatezza all'attività politica. Preludio, o forse risultato di un'esperienza personale che porta il filosofo ad interrogarsi sul valore dell'agere e che attraverso un tentativo di mediazione fra Stoicismo (dottrina dominante nell'impero) ed Epicureismo, lo condurrà ad affermare non solo la necessità ma la superiorità dell'otium.

Quando ci si accorge che “[...] lo stato è corrotto oltre ogni rimedio, se è nelle mani dei malvagi, il saggio si risparmierà sforzi inutili e non si sacrificherà nella previsione di non conseguire alcun risultato”[2]. Rassegnazione, o semplice presa di coscienza della propria condizione; stanchezza di un uomo ormai ricco e potente che vuole terminare la propria vita in ritiro, o desiderio di prendere le distanze da ciò che non si accetta più ma che allo stesso tempo non si può cambiare, consapevole di non essere altro che un attore sul grande palcoscenico del regime totalitario in cui le sorti di tutti sono nelle mani di uno solo.

Qualunque furono le ragioni che condussero Seneca ad una rottura così profonda con la tradizione romana, con l'ideologia stoica (cui si dichiarava appartenente), ed in ultimo con il proprio passato che lo aveva visto personaggio di primo piano sulla scena politica, non gli valsero la concessione del congedo. L'ideologia imperiale poco si accordava con il pensiero senecano che maturata l'idea dell'inesistenza dello stato ideale (così come fu descritto da Platone), vede nel ritiro del saggio una necessità: “Se vorrò passare in rassegna gli stati ad uno ad uno, non ne troverò nessuno che possa tollerare il saggio o essere da lui tollerato. E se non si trova quello stato che immaginiamo, il ritiro viene ad essere una necessità per tutti [...]”[3]. L'impero neroniano, così lontano dalla res pubblica in cui operò Cicerone, non permette defezioni, che ognuno reciti la sua parte, perché ognuno è elemento indispensabile per il buon funzionamento della grande macchina del potere. Fu così che Seneca nonostante le intenzioni lasciate trasparire nel De Otio, e nonostante diradasse sempre più le sue apparizioni pubbliche, non abbandonò mai il suo ruolo politico sino al giorno della morte, troppo nota perché sia qui ricordata.

Certo non è facile per noi uomini del terzo millennio concepite l'otium come stato di necessità. Lo spauracchio dell'epoca imperiale è ormai un ricordo lontano, questa grande invenzione moderna che prende il nome di democrazia salvaguarda il nostro campo d'azione nella vita politica. Conquiste incommensurabili come la libertà d'espressione, di parola, la possibilità di eleggere chi ci dovrà rappresentare, consegna il potere nelle nostre mani.

Possiamo scegliere, e se ciò che abbiamo scelto non ci piace più, possiamo sempre decidere di cambiarlo. Uomini attivi nel decidere le proprie sorti e mai semplici marionette nelle mani di un burattinaio avido di potere. Indubbiamente parlare di necessità è quanto mai anacronistico. Casomai il “vivi appartato” epicureo potrebbe essere scelta ma di certo non necessità…

O forse no?


[1] Vd Pasoli, Le Prefazioni Sallustiane, pp. 439.

[2] L.A.Seneca, De Otio, a cura di I.Dionigi, Paideia, Brescia, !983, pp 143.

[3] L.A.Seneca, De Otio, a cura di I.Dionigi, Paideia, Brescia, !983, pp 157.

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  1. 70 mos, 1 wk fa

    Sono finito per caso in questo articolo da te scritto e condivido appieno il tuo dubbio…sento che oggi questo problema è sempre più vivo a tutti i livelli, l’ otium può essere forse l’ unica ancora di salvezza?! In una società dove il tempo è completamente scandito e organizzato c’è più spazio per l’ otium? È il concetto di negoziare non è diventato l’unico modo di vedere la realtà e viverla?

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