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L'Irlanda del Nord e la Troubles fiction

ll 7 Marzo 2007, all'insaputa di molti europei, l'Irlanda del Nord è andata alle urne. Il DUP (Democratic Unionist Party), uno dei partiti più forti e radicali dell'ala unionista, capitanato da Ian Paisley, ha vinto superando il Sinn Fèin, lo storico partito del nazionalismo repubblicano, da sempre considerato il braccio politico dell'IRA[1]. A parte l'esito delle elezioni, questa data risulterà un evento storico di importanza estrema, poiché il DUP ha deciso di aprirsi al dialogo con Gerry Adams (leader del Sinn Fèin) per creare un governo bi-confessionale: tentativo già affrontato nel passato, ma mai realizzato.

Così a partire da questo Maggio, dall'alto del nostro senso civico europeo, potremmo seguire, a quanto pare, il percorso di pace e coesione di un rapporto che è stato travagliato per secoli. Ma ciò dipenderà anche dal contributo della stampa italiana, dato che la notizia delle elezioni non si è sentita minimamente, a parte qualche trafiletto e nota giornalistica. In una società dell'iper-informazione e della contro-informazione basterebbe un po' di equilibrio e di buon senso per riuscire a presentare le notizie al momento giusto e per argomentarle in modo esauriente, soprattutto nei tele-giornali, ma ormai l'homo-videns è abituato, incosapevolmente, alla selezione smodata dell'informazione. In questo caso la faccenda mi sembra ancora più deprecabile, proprio per il valore intrinseco di questo conflitto: dal punto di vista storico, uno dei più travagliati e autoctoni dell'Europa, dal punto di vista dei diritti e della giustizia, uno dei più tragici, come anche il conflitto arabo-israeliano.

Proprio la tragicità e il senso di impossibilità e impotenza è al centro della letteratura di questo paese, che ha tentato di medicare le ferite della propria storia, con molte narrazioni dallo sfondo di guerra, di corruzione, torture e violenze.

Mi riferisco, in particolar modo, alla narrativa degli ultimi quarant'anni, protagonista di un fenomeno editoriale interessante, anche se spesso trascurato, che ha visto la pubblicazione di un numero sempre maggiore di romanzi aventi come tematica centrale o come sfondo i Troubles[2].

La cosiddetta Troubles fiction propone, infatti, resoconti di coscienze condizionate più dal peso della storia che dalla propria volontà, ormai, incapace di reagire. Si tratta di storie ambientate nei luoghi più degradati e degradanti dalla guerra, pervase da atmosfere da thriller, nelle quali si trova l'urgenza di riportare le implicazioni esistenziali dei protagonisti, i quali, costretti a subire una posizione che non è solo politica ma che si fa vita quotidiana, sono portati ad annullarsi.

Molti di questi romanzi, poi, possono essere dichiaratamente definiti Troubles thriller, poiché le vicende implicano un enigma legato ad un assassinio o attentato che si scioglie nei meandri infernali della corruzione, della violenza e del cinismo delle istituzioni: copertura dei più efferati crimini.[3]

Questo genere autoctono è stato abbracciato da numerosi scrittori; si possono in definitiva menzionare due generazioni e filoni di autori. La prima caratterizzata da una concezione deterministica della storia che include Benedict Kiely (1919-2007) con Proxopera (1977), Brian Moore (1921-1999) con Lies of Silence (1990), Maurice Leitch (1933) con Silver's City (1981), Ronan Bennett (anni '70) con The Second prison (1991) e Eoin McNamee (1961) con Resurrection Man (1994); la seconda, invece, che cerca di parodiare la storia senza perdere la tragicità degli eventi e di reagire a questo senso di impotenza con la satira: unico mezzo d'indignazione che permette di fare i conti con la tetra realtà, prendendone le distanze. Gli scrittori di questa generazione sono Glenn Patterson (1961) con Fat Lad (1992), Robert McLiam Wilson (1964) con Eureka Street (1996) e Colin Bateman (1962) con Divorcing Jack (1995),[4] libro nel quale il protagonista, giornalista di una rubrica satirica, consiglia a un collega straniero, “Si abitui a chiamarla Irlanda del Nord, sebbene sentirà delle varianti. Se sei lealista la chiami Ulster, se sei nazionalista la chiami Irlanda del Nord, se sei il governo inglese la chiami Provincia.”.[5]


[1] Il disarmo dell'IRA (Irish republican army) è avvenuto ufficialmente il 28 luglio 2005.

[2] Il termine Troubles (dall'Inglese disordini, problemi) si riferisce al periodo più tragico della guerra civile nord-irlandese (dalla fine degli anni '60 alla fine degli anni '90), e viene utilizzato dagli inglesi come eufemismo per sminuire agli occhi del resto del mondo l'entità e la radicalità dello scontro tra protestanti e cattolici.

[3] Da un rapporto di Nuala O'Loan, viene denunciato che la polizia nord irlandese (Royal Ulster Constabulary, RUC, poi PSNI, Police Service of Northern Ireland), all'epoca costituita quasi esclusivamente da protestanti, ha condonato ai militanti dell' Uvf (Ulster Volunteer Force, gruppo paramilitare protestante, controparte dell'IRA) non soltanto l'uccisione di una decina di persone (perlopiù cattolici) ma anche traffici di droga ed estorsioni, in qualche caso, li avrebbe anche finanziati.

[4] I romanzi tradotti in Italia sono i seguenti: Brian Moore, Le menzogne del silenzio, trad. di Carla Carcupico, Leonardo, Milano, 1991; Ronan Bennett, La seconda prigione, trad. di Orsola Casagrande, Gamberetti editrice, Roma, 1997; Eoin McNamee, Resurrection Man, trad. di Anna Nadotti e Fausto Galuzzi, Einaudi, Torino, 1997; Robert McLiam Wilson, Eureka Street, trad. di Lucia Olivieri, Fazi editore, Roma, 1999, Colin Bateman, L'orgia di Jack, trad. di Dario Fonti, Zelig editore, Milano, 1997.

[5] Colin Bateman, L'orgia di Jack, Zelig, Milano, 1997, p.53.

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