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Scritto da nel Energia e Ambiente, Numero 17 - 16 Maggio 2007 | 0 commenti

Quella sporca trentina

Due nuovi rapporti sull'ambiente sono stati pubblicati durante queste due prime settimane di Maggio.

Il primo, firmato Banca Mondiale ed intitolato Little Green Data Book 2007, fà il punto della situazione riguardo il livello assoluto di emissioni di anidride carbonica ed il loro andamento tendenziale nei diversi paesi del mondo.

Il rapporto conclude che le emissioni di gas a effetto serra sono aumentate del 16% rispetto al 1990, un dato che da solo è sufficiente a mettere in discussione la fattibilità del Protocollo di Kyoto. I paesi firmatari (i cosiddetti Annex I countries) avrebbero infatti come obiettivo la riduzione delle loro emissioni del 5% rispetto ai livelli del 1990.

Leggiamo inoltre che le emissioni generate dalla combustione di fonti fossili e dai processi industriali sono oggigiorno prodotte in egual misura da paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo. Negli anni '60 gli stessi paesi a basso reddito producevano meno di un terzo delle emissioni globali; e d'altronde negli ultimi quindici anni le emissioni in Cina sono aumentate del 73%, mentre in India dell' 88%. Tassi di crescita esorbitanti, anche se, a livello pro-capite, un cinese ed un indiano emettono ancora solo il 16% ed il 6%, rispettivamente, di quello che emette un cittadino americano medio.

Come interpretare questi dati? Quali sono le cause di questa crescita, quali le possibili conseguenze, e soprattutto come invertire la rotta?

Queste sono domande che oggigiorno la politica ha iniziato a porsi, che la società deve affrontare con un cambiamento culturale, soprattutto nei paesi occidentali, e a cui l'economia deve rispondere, attraverso lo sviluppo e la diffusione su scala globale di tecnologie produttive efficienti e pulite. Quest' ultimo è il percorso necessario per evitare disastri ambientali come in Indonesia, oggi il terzo paese al mondo per emissioni prodotte dopo Stati Uniti e Cina, principalmente a causa della deforestazione[1].

Agricoltura e deforestazione rappresentano un problema in termini di emissioni e perdita di bio-diversita' non solo in Indonesia, ma in tutti i paesi piu' poveri: queste attivita' generano il 10% delle emissioni nei paesi industrializzati; più del 50% nei paesi in via di sviluppo.

Fonte: little Green Book data 2007, The World Bank


Ma qual è la relazione tra sviluppo tecnologico e deforestazione?

Kirk Hamilton, principale autore del rapporto pubblicato dalla Banca Mondiale, sottolinea come questo fenomeno, conseguenza principale della povertà, sia ridimensionabile attraverso un miglioramento delle infrastrutture. Il rapporto infatti ci informa che nei paesi sub-sahariani il consumo elettrico pro-capite è sette volte sotto la media dei paesi ad alto reddito, con il 56% dell'energia consumata proveniente da biomasse tradizionali. La combustione di legname rimane ancora la principale fonte di energia per 2 miliardi di persone. Un migliore accesso alla rete elettrica implicherebbe quindi una minor rischio di deforestazione.

Classifica dei paesi maggiormente dipendenti da biomasse tradizionali

Paese

Uso di biomasse tradizionali
(% energia totale)

Congo, Dem. Rep.

92.5

Tanzania

91.6

Ethiopia

90.4

Nepal

86.8

Mozambique

84.1

Nigeria

80.2

Sudan

79.2

Zambia

79.1

Cameroon

77.8

Kenya

74.1

Haiti

74.0

Myanmar

73.4

Togo

70.6

Ghana

69.1

Benin

65.6

Cote d'Ivoire

64.9

Angola

64.7

Zimbabwe

63.8

Congo, Rep.

61.7

Gabon

58.8

Fonte: little Green Book data 2007, The World Bank

Che dire invece dell'Europa?

Qualche informazione in più sullo stato della salute comunitaria ci viene offerta dal secondo rapporto in questione, redatto dal Fondo mondiale per la Natura, in arte WWF.

Intitolato Dirty Thirty, il rapporto commissionato dal WWF all' Öko-Institut stila una classifica dei 30 impianti energetici più inquinanti d' Europa.

Basandosi sui dati comunitari ufficiali relativi alle emissioni del 2006 (vedi the Community Independent Transaction Log http://ec.europa.eu), gli impianti sono stati classificati in base ai loro livelli assoluti di emissioni di Co2 in rapporto alla loro efficienza energetica relativa (ton Co2/Kwh).

Ai primi due posti della lista della vergogna si trovano gli impianti in Grecia Agios Dimitros e Kardia, entrambi appartenenti alla compagnia elettrica DEH. È tuttavia quella stessa Germania che recentemente si e' prefissata l'obiettivo di ridurre le proprie emissione del 40% entro il 2020 il paese che, con ben 10 impianti in classifica, si aggiudica il premio meno ambito, a pari merito con la Gran Bretagna. Questo significa che venti dei trenta impianti piu' inquinanti in Europa sono collocati in Germania e gran Bretagna.

Al 25° posto della classifica troviamo l'unico candidato italiano, l'impianto a carbone dell'ENEL situato a Brindisi Sud.

Fonte: Dirty Thirty, WWF

1 g CO2/kWh, 2 mtCO2

12.000 è il numero approssimativo delle imprese europee che, operando nel mercato di scambio dei permessi di inquinamento, hanno un obbligo regolamentato di riduzione delle emissioni. Di queste 12.000, i 30 impianti elencati nel rapporto del WWF emettono da soli 393 milioni di tonnellate di anidride carbonica, ovvero il 10% delle emissioni europee.

Tutti impianti che funzionano o a carbone o a lignite.

Il successo delle politiche climatiche europee dipenderà dall' effettiva capacità di modernizzare o riconvertire quegli impianti più inefficienti che tuttora operano a mezzo di carbone. Un processo lungo e costoso che richiede ingenti investimenti dal periodo di ritorno non inferiore a vent'anni.

Investimenti che gli operatori privati saranno disposti ad effettuare solo a fronte di adeguati incentivi promossi dalle politiche ambientali.

La convenienza a convertire impianti del genere dipende infatti dal valore attuale del flusso dei costi ambientali che gli operatori dovranno pagare per rispettare la regolamentazione pubblica, qualora tali investimenti di riconversione non vengano effettuati. Maggiore e' il prezzo da pagare in caso di mancato intervento (sotto forma di carbon tax piuttosto che di ammontare annuo di permessi di inquinamento da acquistare), maggiore sara' la propensione dei proprietari privati ad adottare tecnologie piu' pulite.

Il libero mercato necessita di segnali di certezza che i governatori nazionali ed europei devono inviare attraverso politiche di lungo periodo chiare e coerenti. In uno scenario caratterizzato dal mercato dei permessi di scambio, questo significa stabilire fin da subito un'allocazione restrittiva di permessi per almeno i prossimi 13 anni[2].

Il problema e' tanto economico quanto politico. L'inerzia burocratica, l'instabilita' politica e la disorganizzazione interna rischiano infatti di vanificare il processo di ristrutturazione del parco industriale europeo. Basti pensare che oggi le imprese italiane non sono ancora a conoscenza dell'ammontare di permessi che si vedranno assegnare l'anno prossimo.

Per saperne di piu':

- Little green data book 2007, the World Bank:
http://siteresources.worldbank.org

- Dirty thirty: Ranking the most polluting power stations in Europe, the WWF:
http://assets.panda.org


[1] Per una maggiore analisi consultare DFID and World Bank Indonesia and Climate Change, Working Paper on Current Status and Policies, Marzo 2007

[2] La Unione Europea ha recentemente stabilito il suo nuovo obiettivo di ridzuione delle emissioni al 2020(-20% rispetto i livelli del 1990).

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