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Scritto da nel Economia e Politica, Numero 18 - 1 Giugno 2007 | 0 commenti

La sfiducia elettorale

La prima tornata elettorale dell'era unionista è passata piuttosto violenta sulla coalizione di governo lasciando aperte molte questioni.

Il risultato è stato sostanzialmente scadente e le forze di maggioranza hanno molto su cui meditare.

La prima questione sul tappeto è il nord che, dal Piemonte al Veneto, in modo compatto ha bocciato i partiti ed i candidati dell'Unione. Si potrà dire che queste amministrative non avessero valenza nazionale. Però è un dato che la parte innovatrice e produttiva del Paese, le regioni “globalizzate” che avevano già accolto freddamente la vittoria del centrosinistra alle politiche del 2006, hanno voltato le spalle alle forze di governo.

Le motivazioni possono essere tante: dalla finanziaria considerata oppressiva, alle riforme discusse ma non fatte, ai Dico non graditi al cattolico Veneto, al nuovo allarme sicurezza, fino ad una coalizione di governo oggettivamente litigiosa nella quale tutti sono impegnati a segnare le proprie differenze – a volte addirittura personali – prima delle proposte comuni.

Tanti e diversi sono i motivi che possono aver pesato sulle scelte di voto dei cittadini.

Allo stesso tempo è da segnalare il dato di affluenza alle urne calante, segno che, come in molti più o meno opportunisticamente stanno dicendo da alcune settimane e mesi, effettivamente c'è un ulteriore distacco degli italiani dalla politica, la quale ora più che mai avrebbe bisogno di rinnovarsi autonomamente prima che qualche uomo forte la riformi magari con metodi populisti ed antidemocratici.

In tutto questo c'è il tema del Partito Democratico, di cui tutti parlano, ma che nessuno ancora ha ben capito come sarà. Sicuramente è la forza politica di maggioranza che più ha risentito del calo dei voti. Per cominciare possiamo dire quello che è certo: ad oggi il nuovo soggetto riformista che nascerà nel 2008, ed il cui percorso di fondazione è stato avviato dai congressi dei principali partiti impegnati nel percorso, non genera ancora entusiasmi e per ora nuove forze non sono ancora entrate a controbilanciare i nostalgici del passato in uscita; questo primo appuntamento non ha rappresentato un trampolino di lancio, ma anzi rischia di rendere ancora più difficile e litigioso il percorso di costituzione che vedrà nel 14 ottobre la data di apertura del cantiere.

A saperli cogliere ci sono, a mio avviso, alcuni segnali importanti sui quali cercare di concentrare il rilancio (paradossale per un partito che deve ancora nascere ufficialmente…) del Partito Democratico. Il primo è che sarà importante cominciare quanto prima a parlare di contenuti al fine di far capire almeno le linee guida sulle quali si muoverà il partito nuovo. Secondo, forse sarà opportuno impegnarsi affinché “manifesto dei saggi” e “comitato promotore” siano le ultime decisioni verticistiche prese senza coinvolgere nessuno al di fuori del ceto partitico. Terzo – che poi è una prosecuzione degl'altri due – che è importante uscire dal guado nel quale ad oggi il PD rischia di affogare: politiche nuove, proposte nuove alla ricerca di consenso al di fuori delle solite aree vecchie di decenni, lavorando sul rinnovamento della politica e del fare politica.

Nei prossimi mesi sarà importante impegnarsi affinché il PD diventi il rappresentante dell'interesse generale, senza più rapporti privilegiati con questa o quella organizzazione di categoria (magari sempre più spesso impegnata in una strenua lotta per la conservazione piuttosto che dimostrarsi disposta a confrontarsi sui temi dell'innovazione e delle sfide future ).

Se si ha l'ambizione – e ripeto se si vuole farlo, visto che ad oggi non sembra si sia fatto molto caso a situazioni di confronto difficile, salvo poi stupirsi dell'esito del voto – di capire e dare risposte ai problemi sollevati dall'elettorato del nord, bisognerà andare in quei territori, confrontarsi con quelle realtà, ascoltare ( cosa che riesce piuttosto difficile ad alcuni politici, troppo intenti a spiegare qual è il lato giusto dal quale guardare le cose a tutti coloro che tentano di dare il proprio parere ) le arrabbiature e “nel caso” essere disposti a cambiare opinione e ammettere eventuali errori fatti.

Una cosa la si può già dire, probabilmente da questo punto di vista non si è partiti bene lasciando fuori dal comitato promotore del Partito Democratico amministratori di grandi città e regioni del nord come Chiamparino, Cacciari, Illy e Penati, che negli ultimi mesi si sono distinti per l'autonomia di ragionamento e giudizio, spesso in contrasto con i riti e le parole d'ordine delle varie leadership partitiche.

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