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Scritto da nel Internazionale, Numero 20 - 1 Luglio 2007 | 0 commenti

Il futuro dell'Europa passa per il Kosovo

Era il 1999 quando l'allora Primo Ministro Massimo D'Alema autorizzò il primo intervento italiano a carattere offensivo (non sotto egida ONU o UE) dalla Seconda Guerra Mondiale: l'obiettivo era la Serbia e riportare la “pace” nella provincia autonoma del Kosovo.

Oggi, da ministro degli esteri, D'Alema è tra i grandi sostenitori di un Kosovo indipendente, nel rispetto, però, di indispensabili condizioni: “L'indipendenza del Kosovo senza l'Unione Europea non esiste”[1]. Di grande importanza è stato infatti, in giugno, il suo viaggio nei Balcani, ribadendo l'impegno dell'Italia e dell'UE nel risolvere la questione kosovara; ma non è solo l'Europa a muoversi: grande scalpore ha suscito il viaggio di George W. Bush in Albania in occasione del quale il Presidente USA avrebbe annunciato più volte e in più occasioni l'imminente secessione della regione a maggioranza albanese dalla Serbia. E, intanto, anche al Palazzo di Vetro se ne parla, con il mediatore ONU per lo status del Kosovo Martti Ahtisaari che si augura una rapida risoluzione del Consiglio di Sicurezza.

Com'è cambiato il Kosovo dalla guerra ad oggi?

Nella seconda metà degli anni '90[2], l'UCK, gruppo paramilitare di separatisti albanesi finanziati prevalentemente da traffici d'armi e di droga, diede inizio ad attentati terroristici ai danni di cittadini serbi e rom oltre che contro i simboli della Repubblica Federale di Jugoslavia. Gruppi di estremisti serbi, supportati dalla polizia jugoslava, risposero prontamente ed in modo feroce generando una vera e propria guerra civile, tesa alla pulizia etnica di entrambe le parti.

L'operazione NATO Allied Force prima, l'occupazione del Kosovo da parte della KFOR sotto egida ONU poi, riportarono ad un'apparente pacificazione.

Nonostante la democratizzazione ed il rafforzamento delle istituzioni kosovare, guidate dalla forza di pace delle Nazioni Unite, episodi di intolleranza e soprusi nei confronti della minoranza serba si sono però ripetute nel corso degli anni[3].

Proprio per risolvere definitivamente la questione kosovara stabilizzando gli squilibri etnici, il raggiungimento di una vera autonomia per la regione è fondamentale; questo è l'intento del Piano Ahtisaari, presentato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ed in discussione tra le potenze interessate.

La Serbia ovviamente si oppone: dopo l'indipendenza del Montenegro, perderebbe la sovranità su una regione abitata anche da Serbi che si sentono sempre più abbandonati. Tutto ciò infierisce sulla già problematica questione serba in ambito europeo: un paese che si sente trascurato e poco coinvolto nel progetto di allargamento UE nei Balcani, con potenziali gravi ripercussioni sulla stabilità politica nella regione. A Belgrado non è ritenuta una priorità entrare in Europa, considerando inoltre che quasi il 40% dell'elettorato è fedele a partiti che si rifanno più o meno dichiaratamente al regime di Milosevic[4]. L'integrazione è inoltre resa impossibile da una democrazia ancora acerba caratterizzata da tensioni tra leader, partiti ed istituzioni. Senza sottovalutare poi l'orgoglio dei Serbi che hanno visto il proprio paese passare dalla Grande alla Piccola Serbia privata addirittura di uno sbocco al mare[5].

Quali obiettivi e speranze?

Il Piano Ahtisaari innanzitutto non utilizza mai il termine “indipendenza”, ponendosi l'obiettivo di rendere il Kosovo un esemplare stato autonomo, multietnico e democratico; e proprio per questa diplomatica ambiguità il piano non è del tutto gradito ai Kosovari. Inoltre i leader albanesi-kosovari dovranno garantire i simboli multietnici del nuovo stato e soprattutto coordinarsi e definire con istituzioni sopranazionali una strategia che assicuri tutte le dovute tutele per “proteggere” la minoranza serba nei primi mesi dall'indipendenza, scongiurando la secessione delle regioni settentrionali (serbe).

Il tutto in un ambito di rapporti tra stati e sfere di influenza degne d'altri tempi: il gruppo di contatto costituito da USA, Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania e Russia, è mosso da interessi contrastanti. La Russia, per ovvi motivi storico-etnico-religiosi, si schiera a sostegno dell'amica Serbia contro il piano Ahtisaari, la Francia è tra i più prudenti, ma soprattutto: chi “conquisterà” per prima il Kosovo? La NATO o l'Unione Europea?

La corsa all'allargamento verso oriente, vinta fino adesso sempre da Stati Uniti e Patto Atlantico (si veda Slovenia, Slovacchia e Polonia in particolare), si sposta ora nei Balcani, zona strategica dal punto di vista militare e delle infrastrutture (Corridoio transeuropeo numero 8). Un nodo importante per gli equilibri futuri della regione e dell'Europa.

Per saperne di più si consiglia:

-sui profughi di guerra http://www.peacereporter.net e http://www.peacereporter.net

-sui rifugiati Rom http://www.osservatoriobalcani.org

-sul Corridoio 8 http://www.esteri.it


[1] ANSA

[2] I problemi di convivenza tra albanesi e serbi nella regione hanno però origini secolari.

[3] Si consiglia la lettura di questa documentazione della chiesa Serbo-ortodossa relativa alle distruzioni sistematiche del patrimonio culturale cristiano in Kosovo consumate dopo l'arrivo della KFOR nella provincia: (“Guerra del Kosovo” Wikipedia, L'enciclopedia libera. 14 giu 2007. 23 giu 2007)

[4] Il Partito Radicale su tutti.

[5] Su Serbia e integrazione europea si consiglia: Aliberti G., “La Serbia e la prospettiva europea: un cammino accidentato”, PolicyBrief n°49-febbraio 2007, ISPI.

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