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Scritto da nel Economia e Mercati, Numero 20 - 1 Luglio 2007 | 0 commenti

Per un pugno di euro (in più)

Il signore che mi precede nella fila al chiosco dei gelati osserva il listino prezzi e non riesce a trattenere il suo sgomento. Robe da pazzi, mi dice affranto: un ghiacciolo, un euro. Due mila lire. Da quando c'è l'euro costa tutto il doppio, tant'è che un euro sono poi mille lire, mi spiega rassegnato. Benedetta inflazione.

Già, benedetta inflazione, la famosa perdita di potere di acquisto di una moneta nel tempo. Il fenomeno grazie al quale un ghiacciolo costa un euro oggi contro le trecento lire di quando eravamo bambini.

Essendo l'inflazione un fenomeno monetario, non possiamo analizzarla senza rifarci al concetto di moneta.

Non serve essere economisti per capire le varie funzioni della moneta. Tutti sanno che gli €uro sono un mezzo di scambio più o meno accettatto nei diversi mercati internazionali, un'unità di misura (i prezzi forniscono in tempo reale informazioni sulla qualità e sulla scarsità di un bene in una lingua riconosciuta da molti) e, infine, una riserva di valore (consentono di trasferire ricchezza nel tempo).

Il fatto che sappiamo elencare le funzioni della moneta non vuole però dire che abbiamo effettivamente capito che cos'è la moneta.

La moneta è semplicemente una garanzia. Un'obbligazione.

Una banconota non è altro che un contratto tra un cliente (il portatore, il lato della domanda) e un venditore (il lato dell'offerta). Andare al negozio sotto casa, comprare cibo per cinquanta euro e pagare il prezzo dovuto al negoziante significa, sostanzialmente, firmare un contratto.

Il pezzetto di carta colorata, in senso lato, garantisce infatti al venditore che, da qualche parte, qualcuno ha immesso sul mercato ricchezza che per comodità e convenienza, quantifichiamo in cinquanta euro. Il negoziante, accettando moneta in cambio di prodotti, sa automaticamente che può ricorrere in ogni momento al mercato aperto per trasformare il credito che ha nei nostri confronti in beni correnti. Perchè il negoziante è così tranquillo di recuperare il credito? Perchè qualcuno, nel momento in cui la banconota viene immessa sul mercato, si è accertato che la carta-moneta corrispondesse (in valore) ai beni prodotti dal sistema economico e, pertanto, si è preso la responsabilità di rimborsare chiunque venisse in possesso di uno dei tanti contratti di credito qualora le cose si mettessero male. Ecco perchè, per esempio, su ognuna delle arcaiche sterline inglesi, troviamo una frase all'apparenza insignificante ma che rappresenta l'essenza del concetto di moneta e, pertanto, di quello di inflazione:

“[La Banca di Inghilterra, per conto di Sua Maestà] promette di pagare al portatore su sua domanda la somma di..”.[1]

Nel caso in cui il mercato non fosse in grado di trasformare ognuno di questi contratti in beni correnti, il portatore ha paradossalmente il diritto di rivolgersi direttamente all'ente emittente e rivalersi del proprio credito.

Solo in questa ottica è possibile capire il concetto di inflazione: quando la moneta in circolazione eccede la ricchezza effetivamente prodotta, il valore del denaro cala e parliamo pertanto di inflazione. Un tasso di inflazione del 2%, in parole molto semplici, significa che il 2% dei soldi nel mercato aperto non troverebbe nulla da comprare se decidessimo di usare tutti i nostri soldi allo stesso momento. Il riallineamento tra la ricchezza reale di un paese e la quantità moneta in circolazione (la ricchezza nominale), avviene necessariamente tramite cambiamenti nel livello dei prezzi. Quando troppa moneta insegue troppi pochi beni, i ghiaccioli diventano un bene di lusso e ce la prendiamo con l'euro.

Le ragioni per cui non si può sopravvivere, economicamente parlando, con un tasso di inflazione in doppia cifra (e pertanto con prezzi in costante aumento), sono note.

Se la moneta perde valore nel tempo, non ha senso risparmiare parte del nostro reddito perché in breve le cifre accantonate varrebbero poco e niente. Pochi risparmi, pochi investimenti e poche prospettive di crescita.

Inoltre, prezzi che crescono impogono notevoli menu costs, i costi associati alla frequente revisione dei prezzi (pensate ad un ristorante che deve stampare quotidianamente menù nuovi). Se poi l'euro perde valore e servono sempre più banconote per comprare la stessa quantità di beni, ci ritroviamo ad andare al bancomat in continuazione e le scarpe si consumano più rapidamente.

A livello equitativo, un elevato tasso di inflazione danneggia principalmente i cittadini a reddito fisso (pensionati e disoccupati) che vedono parte dei loro introiti venir divorati gradulamente senza poter rinegoziare il loro potere di acquisto. Al contrario, i cittadini a reddito variabile, avendo la possibilità di assorbire i rischi inflazionistici, si trovano in una posizione di vantaggio. L'inflazione favorisce inoltre i debitori (che nel tempo si trovano a restituire soldi che valgono meno) rispetto ai creditori (che ricevono moneta progressivamente inutile).

L'inflazione comporta pertanto una sorta di ridistribuzione regressiva del reddito.

A livello commerciale, nelle aree monetarie (come l'area Euro), se un paese ha tassi di inflazione più elevati di altri, i prezzi dei propri prodotti aumentano rispetto a quelli dei partner commerciali, le esportazioni soffrono e con esse l'occupazione.

A livello fiscale, inflazione elevata significa salari artificialmente in crescita; per magia, molte persone si ritrovano in scaglioni di reddito fittiziamente più elevati da un giorno all'altro e chi ci guadagna, alla fine, è solo il Ministero del Tesoro che incassa più contributi.

L'inflazione è, in altre parole, una tassa.

Quello che (forse) non tutti sanno è che un'economia ha bisogno di un po' di inflazione per funzionare al meglio.

Non possiamo pensare di avere inflazione negativa per il semplice motivo che non ci sarebbero abbastanza soldi per comprare i beni in commercio ad un dato livello di prezzi. Significherebbe costringere l'economia ad oparare al di sotto del proprio potenziale. Un tasso di inflazione negativo implica prezzi in diminuzione: questi trascinerebbero al ribasso profitti e quindi i salari. La produttività del lavoro seguirebbe a ruota, innescando una spirale che nel lungo periodo risulterebbe nel blocco della produzione di beni e servizi di ogni tipo.

Allo stesso modo, l'avere inflazione pari a zero comporta dei rischi.

In periodi di disequilibrio, per esempio, potrebbe essere necessario ridurre i salari reali dei lavoratori (per diminuire i costi del lavoro e rilanciare la competitività): in caso di tagli questi sono tendenzialmente rigidi e pertanto l'unico mezzo disponibile per diminuire il potere d'acquisto reale dei salari rimane l'inflazione. In maniera simile, può risultare utile in periodi di scarsi consumi e investimenti, avere tassi di interesse reali[2] pari a zero o addirittura negativi (abbassando il costo di prendere a prestito denaro, sia che si voglia comprare una TV a rate o iniziare un'attività). I tassi di interesse nominali sono necessariamente positivi (altrimenti sareste voi a prestare soldi alla banca), pertanto l'unica maniera per azzerare i tassi reali è quella di tenere un tasso di inflazione positivo.

A tal proposito possiamo vedere l'inflazione come il lubrificante che olea gli ingranaggi del motore economico. Avere moneta in circolazione in misura (leggermente) eccessiva ci da' quel lieve (seppur fasullo) senso di ricchezza in più che ci spinge a sostenere i nostri consumi (Grazie!). L'inflazione è una sorta di garanzia contro eventuali blocchi o rallentamenti nei flussi monetari; simile al concetto di tolleranza, fa si che nelle tasche dei cittadini ci siano sempre banconote sufficienti a coprire i fabbisogni correnti.

Ultimamente capita di leggere spesso fantateorie che accusano la Banca Centrale Europea di signoraggio legalizzato e di arricchirsi alle spalle dei cittadini[3]. Signoraggio si verifica quando una banca centrale non indipendente e politicizzata tiene l'inflazione alta per anni per motivi elettorali, affidandosi a svalutazioni frequenti con il risultato di distruggere le finanze pubbliche di un paese.

Per nostra fortuna (e fino a prova contraria), la BCE emette moneta in quantità leggermente maggiore (tollerando un po' di inflazione) della ricchezza sottostante solo se riceve in cambio garanzie adeguate (titoli di debito pubblico, per esempio). Possiamo, se volete, discutere sul tasso di inflazione ottimale ma fintanto che la Banca Centrale sorveglia egregiamente sul potere di acquisto, parlare di signoraggio ha senso tanto quanto incolpare l'euro per le vicessitudini economiche del nostro paese e per il raddoppio dei prezzi.


[1] Allo stesso modo, si ricorderà come sulle vecchie e rimpiante Lire ci fosse scritta una frase quasi storica: “Pagabili a vista del portatore”. Sostanzialmente tale frase si rifaceva alla possibilità di convertire valuta in oro (metallo che serviva come garanzia sulla moneta in circolazione).

[2] Il tasso di interesse non è altro che il valore del denaro nel tempo (il prezzo del denaro) e rappresenta pertanto la scarsita' della moneta. Se Michele presta 100 euro a Luca al tasso nominale del 5% annuo, Luca restituirà a Michele 100 euro più 5 euro di interessi. Se l'inflazione è al 2%, di quei 5 euro che Michele riceve in eccesso, 2 non valgono nulla; in termini reali, Michele incassa quindi interessi pari a 3 euro.
La relazione fondamentale che lega inflazione e tassi di interesse (la relazione di Fischer) è pertanto:
(tasso di interesse nominale) = (tasso di interesse reale) + (tasso di inflazione).

[3] Si veda, in proposito, Signoraggio.
In particolare la sezione “Il Signoraggio di oggi”.

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