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Scritto da nel Internazionale, Numero 32 - 1 Febbraio 2008 | 0 commenti

Uno tsunami lungo vent'anni

C'era una volta il Regno dello Swaziland, uno staterello montagnoso situato all'interno del Sud Africa, nel nord-est del paese, lungo il confine tra il Sud Africa stesso e il Mozambico. Territorialmente comparabile alla nostra Emilia-Romagna e con una popolazione di circa 900.000 abitanti con un reddito annuo medio di circa 2.500US$ (1700€), l'economia dello Swaziland, stato ad ordinamento monarchico, si basa fondamentalmente sulla coltivazione (per l'esportazione) di canna da zucchero e legname, e sull'estrazione delle (ormai scarse) risorse minerarie (principalmente carbone e diamanti). L'agricoltura assorbe circa il 60% della forza lavoro occupata e, a livello aggregato, l'economia del paese è fortemente dipendente da quella del vicino Sud Africa[1].

Una parte notevole delle risorse pubbliche del paese, quasi il 40% del GDP secondo alcune stime[2], vengono raccolte dalla tassazione di The Coca Cola Company che, per beneficiare del favorevole regime fiscale, della conveniente manodopera e delle ampie disponibilità di zucchero a basso costo del paese, ha deciso di stabilizzarsi nell'ameno Regno.

Fino a qui, direte voi, niente di sorprendente. Solo l'ennesimo paese africano che cerca di sopravvivere alla meno peggio sfruttando qualche espediente, le proprie risorse naturali e agricole.

Alla cronaca nera, però, lo Swaziland è noto per ben altre vicende, essendo il paese con i più alti tassi di prevalenza di HIV/AIDS al mondo.

Secondo

la Banca Mondiale e la CIA[3], il 38% degli adulti del Regno sono ad oggi sieropositivi; 220.000 malati in un'area grande meno dell'Emilia Romagna. Per avere un'idea della magnitudine della piaga, basti pensare che la stessa percentuale applicata alla popolazione europea significherebbe 92.000.000 (novantadue milioni) di cittadini malati di HIV/AIDS. La percentuale di sieropositivi schizza ad un disastroso 49% se si considerano le donne tra i 25 e i 29 anni ed il 43% delle donne incinte soffre del virus dell'immunodeficienza acquisita. La proiezione più agghiacciante però è forse quella che riguarda i quindicenni di oggi: se l'attuale trend non venisse invertito, due terzi dei teenagers Swazi moriranno di AIDS[4].

Potremmo interrogarci sui fattori che hanno contribuito alla catastrofe.

Potremmo raccontare della poligamia del Re dello Swaziland ironizzando, con scarsa sensibilità, sul fatto che un Re che dispone (ad oggi) di una dozzina di mogli e 27 figli non è il migliore degli esempi per una società che di tutto ha bisogno tranne che di promiscuità[5].

Potremmo biasimare la “sindrome dello struzzo” di cui ha sofferto per anni e anni il Governo dello Swaziland il quale ha semplicemente ignorato il problema sino al 2004, anno in cui il primo ministro ha ammesso pubblicamente che il paese si trovava nel mezzo di una crisi umanitaria dovuta all'effetto combinato della siccità, del degrado in cui stavano precipitando le terre coltivabili, dell'aumento della povertà e dello spargersi dell'HIV/AIDS. Inutile dire che l'omertà del governo sia andata di pari passo con l'esplosione del virus negli ultimi 10-15 anni. Potremmo parlare del fatto che larga parte degli uomini dello Swaziland, dove il tasso di disoccupazione raggiunge il 40% e i due terzi della popolazione vive con meno di 1US$ al giorno[6], sia costretta ad emigrare in Sud Africa per cercare impiego nelle miniere. Di come questi uomini finiscano inevitabilmente per vivere nelle più malfamate baraccopoli (townships) dove crimine e malattie veneree proliferano incontrastate. Di come questi lavoratori spesso contraggano il virus per poi periodicamente tornare dalle rispettive mogli e spargerlo.

Potremmo condannare il trattamento che viene riservato alle donne e parlare della scarsa inclinazione da parte di molti uomini verso l'uso del preservativo.

Potremmo andare avanti per ore ad analizzare la cosa ma non cambierebbe nulla. E' forse più utile dare un'occhiata a qualche indicatore.

I risultati preliminari del Censimento ufficiale 2007 mostrano che la popolazione del Regno è diminuita di circa 17.500 unità rispetto ai dati del 2001[7]. Se questi risultati venissero confermati, implicherebbero che il paese è 300.000 unità al di sotto del livello che si sarebbe registrato se il tasso di crescita della popolazione si fosse mantenuto ai livelli dei primi anni Novanta.

La CIA stima che la speranza di vita media di un cittadino dello Swaziland sia oggi la più bassa al mondo: 39 anni, il 60% in meno della media mondiale[8]. Il tasso di mortalità al di sotto dei 5 anni di età è raddoppiato tra il 1991 e il 2005 ed è oggi a 160 morti ogni 1000 nascite. In generale, i tassi di mortalità hanno oltrepassato quelle che la Banca Mondiale considera soglie di emergenza. Il tasso di povertà, anche e soprattutto a causa dell'epidemia che abbassa la produttività dei lavoratori, uccide uomini e donne in età lavorativa e ha lasciato orfani 130.000 bambini (saranno 200.000 nel 2010), aumenta inesorabilmente raggiungendo anche l'80% in alcune zone rurali. I costi del sistema sanitario sono fuori controllo, gli ospedali non sono in grado di tenere il passo dell'epidemia, la piramide demografica si deforma, i giovani muoiono ed il paese va verso una struttura sociale disfunzionale per via delle famiglie amputate di membri fondamentali. Inoltre la produzione agricola si deprime, il reddito pro-capite cala e il sistema di welfare vede diminuire i futuri contribuenti. Agli economisti le considerazioni di lungo periodo.

A tutti gli effetti, quello che sta colpendo lo Swaziland è paragonabile agli strascichi di un conflitto o di una catastrofe naturale.

Tasso di Mortalità (per 1000 persone)(Variazione)

Speranza di Vita Media

(Variazione)

Ruanda

100.3 %

-44.2 %

Somalia

19.3 %

-10.9 %

Uganda

18.4 %

-15.4 %

Swaziland

96.7 %

-28.2 %

Dalla tabella[9] di cui sopra è facile notare come il deterioramento di alcuni human development indeces sia più marcato in Swaziland rispetto (addirittura) ad alcuni paesi afflitti da sanguinarie guerre civili. Solo il Ruanda ha sofferto peggioramenti comparabili.

Il 26 dicembre 2004 uno tsunami colpì le coste di numerosi paesi nel sud-est asiatico uccidendo oltre 200.000 persone[10]. Senza dubbio, la drammaticità delle immagini che circolarono dopo l'evento e il circolo mediatico che si sviluppò negli istanti e nei giorni che seguirono l'evento, contribuirono in maniera determinante alla massiccia mobilitazione da parte della comunità internazionale. Per una volta, gli onnipotenti mezzi di comunicazione di massa nell'era dell'informazione usarono il loro potere per uno scopo nobile.

Non tutti gli tsunami uccidono migliaia di persone in pochi minuti. Alcuni cataclismi impiegano un paio di decenni per farlo. Il risultato, però, è lo stesso, per quanto meno “spettacolare”.

La direzione verso cui si dirige lo Swaziland è quella della catastrofe. Uno tsunami silenzioso e lungo qualche decennio, un uragano senza pioggia né vento ma letale quanto Kathrina. Un disastro senza i riflettori delle televisioni internazionali, senza celebrities che ricostruiscono le case e senza gli sms per donare un euro.

E non è una questione di soldi, si badi bene. Le istituzioni per lo sviluppo hanno reso disponibili per la causa più risorse di quelle che lo Swaziland sa e può spendere. Quello che serve ora, a costo di risultare semplicistico, è ben altro: dal lato nostro noi possiamo contribuire con tanta informazione, tanta pressione internazionale per lottare il negazionismo delle autorità, tanta educazione, tanta prevenzione e tanto investimento in capitale umano.

C'era una volta il Regno dello Swaziland. Il silenzio farà si che i nostri figli, tra un paio di decenni, potrebbero leggere una frase del genere sui libri di storia. C'era una volta lo Swaziland, ma morirono tutti giovani e immuno-deficienti.



[2] en.wikipedia.org/wiki/Swaziland

[3] https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/rankorder/2155rank.html oppure si veda “The World Bank, World Development Indicators 2006, Washington, D.C.”

[4]

[7]

[9] Calcoli dell'autore effettuati usando i dati disponibili più recenti relativi al periodo tra il 1997 e il 2005. Tali dati sono tratti da HNP Stats (disponibile anche su World Development Indicators) . Da notare che tra la lista dei paesi presi in considerazione (Angola, Burundi, Ciad, El Salvador, Etiopia, Guatemala, Mozambico, Nicaragua, Nigeria, Peru, Filippine, Ruanda, Somalia, Sudan, Uganda, Zimbabwe e Swaziland), quelli presentati nella tabella sopra rappresentano i casi peggiori.

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