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Scritto da nel Economia e Mercati, Numero 43 - 16 Luglio 2008 | 6 commenti

Contro facili moralismi: il valore statistico della vita

Prolungare la vita oltre il suo corso naturale, o impedirne l'inizio, non sono più scelte proprie della sfera divina.

È normale che la Chiesa esprima a riguardo una opinione fondata su principi etici propri del Cristianesimo, ma qual è la posizione più opportuna che uno Stato dovrebbe adottare in merito? Difficile una risposta che generi consenso, accontentiamoci però di concordare sulla necessità che lo Stato debba agire in modo da regolare al meglio le relazioni sociali, cercando di risolvere e minimizzare i relativi problemi.

Per assolvere tale compito le decisioni statali a volte si discostano dai precetti religiosi, come nel caso dei preservativi.

Non stupiamoci della condanna ecclesiastica: come potrebbe l'autorità morale religiosa invitare i propri fedeli alla lussuria? Ciononostante la maggior parte degli Stati ha riconosciuto da tempo l'importanza del preservativo, arma più efficace (e conveniente) di mille politiche sociali contro la povertà e le malattie. Uno Stato che vietasse la vendita di preservativi non svolgerebbe il suo dovere.

Come i preservativi, anche “il valore della vita” è un argomento su cui è fondamentale che lo Stato adotti una posizione ragionevole, senza essere colto da facili moralismi.
Facciamo un piccolo test, che rivelerà il vostro grado di cinismo (e realismo) sul tema in questione.

Quanto vale secondo voi una vita in termini monetari?

a) tra i cinque e diecimila euro
 

b) dipende dalla persona di cui stiamo parlando

 

c) la vita non ha prezzo.

 

A chi ha risposto c, affermando che il valore della vita non è quantificabile in termini monetari, poniamo una seconda domanda.

Camminate in centro con dieci euro in tasca, quando un delinquente armato vi ferma minacciandovi: “o la borsa o la vita”; cosa scegliete:

 

a) gli date i dieci euro

 

b) vi rifiutate di dargli i vostri soldi.

 

Evidentemente, chi ha scelto a valuta la propria vita più di dieci euro.

Come l'ostaggio con le spalle al muro davanti al criminale, anche lo Stato davati al tema della vita non può limitarsi a disquisizione filosofiche, ma è tenuto a effettuare valutazioni economiche sul suo valore.
Casi in cui vittime innocenti subiscono danni più o meno gravi sono all'ordine del giorno. In pochi saranno coloro che, mossi da rispettabili principi etici, non pretenderanno alcun compenso. I più, invece, esigeranno dall'assicurazione un risarcimento proporzionale al danno subito. Per quanto non supplisca all'arto perso, la pensione d'invalidità è in fin dei conti un importante diritto civile.
Le vittime in questione vengono generalmente compensate in proporzione ai danni monetari e morali subiti. Quelli pecuniari corrispondono all'attualizzazione del reddito futuro che la parte lesa non potrà guadagnare a causa dell'incidente. E' la risposta b del nostro test. Il valore della vita dipende dalla persona in questione. A conti fatti meglio quindi investire il disoccupato di turno che il miliardario Bill Gates.
I limiti di questo calcolo sono chiari. Il valore della vita dipende dal salario: chi non produce, non guadagna, quindi non vale niente.
La quantificazione dei danni economici è, d'altro lato, più facile e oggettiva rispetto al calcolo dei danni morali.

Qual è il valore affettivo di un figlio perduto? Cerchiamo di non cadere nella trappola del sentimentalismo, la questione principale è che, grazie ai anni morali, anche chi subisce danni economici pari a zero potrebbe sempre ricevere un risarcimento monetario. In altri termini, il calcolo del danno morale può divenir euno strumento di politica redistributiva.

La seguente tabella chiarirà questo concetto

 
Compensazione media per casi di morte accidentale in alcuni Paesi Europei (1997)
 
Danni monetari
Danni morali
Compensazione totale
Italia
137.960
368.569
506.529
Germania
276.000
-
276.000
Francia
139.628
35.212
174.840
Belgio
137.912
23.810
161.722
Spagna
1.558
122.533
124.091
Regno Uito
116.600
6.000
122.600
 Fonte: Comitato Europeo delle assicurazioni
 

 Dalla tabella distinguiamo due tipi di governi: quelli che danno più peso ai danni economici – Germania e UK – e quelli che danno più peso ai danni morali, come Italia e Spagna. la tabella merita un paio di osservazioni.
 
1) il fatto che Germania e Inghilterra no retribuiscano danni morali non implica necessariamente che questi governi non dia alcun peso a politiche redistributive. Semplicemente, che i risarcimenti per morti accidentali non sono utilizzati dai suddetti governi come strumento redistributivo.
2) In caso di incidenti Il sistema italiano retribuisce il compenso e attribuisce ai danni morali il più alto peso in Europa. Un sistema del genere potrebbe però incentivare comportamenti opportunisti: chi è più povero potrebbe essere invogliato a subire (o a simulare) incidenti per ricevere soldi dall'assicurazione. Queste strategie che in Germania non verrebbero remunerate, in Italia potrebbero risultare alquanto fruttuose.
 

Il caso delle assicurazioni appena descritto presenta due caratteristiche precise: la vita da valutare è quella specifica della persona incidentata; inoltre, la valutazione della vita avviene a posteriori (a incidente accaduto).

La metodologia da adottare per quantificare il valore della vita cambia quando i governi devono decidere se, e in che misura, finanziare politiche di sicurezza pubblica.
L'obiettivo in questo caso non è il risarcimento ma la riduzione della probabilità di mortalità legata ad attività rischiose. Diversamente dalla caso delle assicurazioni le vite da salvaguardare non sono note ma generiche: in termini economici si parla di vita statistica.
Immaginiamo un paesino di 10.000 abitanti, in cui ogni anno si registra un unico incidente mortale, sempre nella stessa curva pericolosa. Il sindaco potrebbe eliminare il rischio di incidenti adottando opportune misure di sicurezza stradale e pertanto deve valutare la bontà dell'investimento proposto.
La decisione dipenderà da due fattori principali:
 

1) il costo del progetto. Se bastassero 200 euro ad evitare l'incidente, probabilmente lo reputeremmo un buon investimento, un po' meno se costasse invece 2 milioni di euro (con gli stessi soldi si potrebbero finanziare altri progetti).

2) la disponibilità dei cittadini a finanziare l'opera pubblica. Immaginiamo che ogni cittadino, essendo una potenziale vittima, sia disposto a pagare non più di 200 euro per evitare il rischio di un incidente raro ma fatale. A conti fatti, il sindaco potrebbe effettivamente raccogliere 2 milioni di euro (10.000 x 200). E questo sarebbe proprio il valore statistico della vita da salvaguardare.

 Da questo esempio concludiamo che nel caso delle politiche di sicurezza il valore della vita si calcola in base alla disponibilità a pagare dei singoli cittadini, e non in base ai danni economici o morali che si potrebbero subire.
Durante gli anni '80 studiosi americani hanno sviluppato diverse metodologie per misurare il valore statistico della vita, partendo dal comune principio economico secondo cui maggiore è la rischiosità di un lavoro, maggiore dev'essere la relativa retribuzione monetaria. Il professore di Harvard Kip Viscusi formulò dei sondaggi che interrogavano lavoratori di diverse categorie sull'aumento di salario necessario ad indurli a intraprendere lavori più pericolosi e usò i risultati come base per calcolare il valore statistico della vita, quantificato tra i 3 e 6 milioni di dollari (vedi articolo di Hanneke Luth su questo numero dell'arengo).
Chiaramente questo il valore della vita determinato non è oggettivo ma dipende dalle preferenze e dalle condizioni di vita degli intervistati. L'evidenza empirica ci mostra infatti che il valore statistico della vita è mediamente inferiore nei paesi più poveri e diminuisce con l'aumentare dell'età degli intervistati.
Infine un altro limite. Gonfiato a piacere, il valore statistico della vita potrebbe essere usato strumentalmente da un governo per sostenere la bontà economica di una politica di sicurezza.
Le metodologie qui descritte non sono certamente perfette; tuttavia, quando si discute della vita, ad esempio se sia opportuno limitare o meno pratiche come aborto e eutanasia, ben venga un'analisi delle conseguenze di queste scelte sulla nostra società, soprattutto quando l'unica alternativa proposta è il dogmatismo religioso.

6 Commenti

  1. complimenti stefano.
    riflessioni stra-interessanti… a dir poco; ed è la prima volta che termino uno scritto dove c'è di mezzo la parola “statistica”!
    bene bene bene!

  2. pensa un pò, anche io è la prima volta dove termino uno scritto con la parola statistica (nel titolo)…

    e er te pietro? vale di più nua vita o un'opera d'arte? dipende da quale vita, e da quale opera, no? o siam troppo cinici

  3. Ciao Stefanino,

    mi e' piaciuto il tuo articolo…tematica interessante e scottante.
    Tuttavia, ho alcuni dubbi per quanto riguarda la tua analisi sui dati dei rimborsi per casi di morte accidentale per danni economici e morali.

    1) Dici che paesi come Germanie a Inghilterra scelgono di non usare i risarcimenti per danni morali come strumenti redistributivi.
    Ad essere sincero non capisco come un risarcimento per danno morale possa essere uno strumento redistributivo, come del resto un risarcimento per danni economici.
    Sono strumenti assicurativi. Sono compensi per mancati guadagni o per traumi psicologici a fronte del pagamento di un premio. Redistributivo presuppone che il “povero” sia rimborsato, in proporzione, piu' del “ricco” e non credo proprio sia il caso.
    Il risarcimento del danno economico e', in un certo senso, piu' oggettivo da stabilire essendo il valore attuale dei futuri flussi di cassa di una persona al momento della morte/incidente, diciamo. E piu' o meno possiamo stimare quando guadagnerai tu in futuro rispetto, che so, ad un amministratore delegato o ad un operaio non specializzato. E in questo non vedo cosa ci sia di ridistributivo. Io pago un'assicurazione per coprirmi dal rischio che i miei figli crescano senza padre, per sempio, e si vedano venire meno il mio flusso di cassa).
    Il rimborso per danni morali e' invece una valutazione molto piu' soggettiva. Richiede monetizzare la sofferenza di una persona che ha perso un proprio caro o l'uso di un arto, diciamo. Se il rimborso fosse uno strumento redistributivo, significherebbe accettare implicitamente che i poveri soffrano piu' dei ricchi per morte/incidenti. Ma anche se cosi' fosse, non vorrebbe dire che i ricchi sussidino i poveri. Il premio pagato all'assicurazione da ricchi e poveri rifletterebbe semplicemente anche il valore atteso delle sofferenze future e sarebbe proporzionale alle stesse (i poveri pagherebbero in proporzione un premio piu' alto dei ricchi perche' rifletterebbe le maggiori sofferenze morali future).
    Piu' che redistributivo, forse (e dico forse) sarebbe il caso di parlare di assistenziale??

    2) Dici che rimborsi per danni morali alti favoriscono comportamenti del tipo “moral hazard”. I dati si riferiscono a “morti accidentali”: mi viene difficile immaginare che gli italiani siano piu' inclini dei tedeschi a suicidarsi facendo sembrare il tutto un incidente per fare in modo che la propria moglie abbia accesso ad un rimborso piu' alto.
    In generale, mi viene difficile pensare che una persona insceni la propria morte perche' i danni morali sono “sproporzionatamente alti”.
    Per quanto riguarda incidenti che non risultino nella morte ma magari in invalidita', non lo so. Bisognerebbe vedere i dati. Sicuramente i danni morali anche per invialidita' sono rimborsati in maniera piu' alta in Italia che in Germania. Ma comunque sia, decidere di vivere senza un braccio, per esempio, sia che tu sia in Germania o in Italia e' un gesto bello che estremo. E dubito che in una situazione cosi' disperata il tedesco dica “No, non lo faccio. Lo farei se fossi in Italia dove mi darebbero 100.00 euro in piu' per i danni morali”. O che, allo stesso modo, l'italiano dica “Ah, per fortuna che sono in Italia. Fossi in Germania non lo farei perche' mi rimborserebbero solo i danni economici”.

    Provo a dare una spiegazione alternativa. Culture diverse.
    I paesi mediterranei e calienti (Italia e Spagna) reputano molto traumatica la morte di un proprio caro o la perdita di un arto e compensano la morale di una famiglia o dell'assicurato in maniera elevata. Le fredde Inghilterra e Germania la mettono sul piano meramente economico. I francesi, a meta' strada. Piu' passionali degli inglesi e dei tedeschi ma meno degli italiani.

    Che dici?

  4. ciao Michele,
    certo su molti punti hai ragione, ho semplificato un pò la questione, ma tutto sommato credo che gli argomenti di fondo siano validi.

    come giustamente dici, l' assicurazioone è un sistema contro il rischio. pago un premio oggi che mi assicura contro il rischio di eventi avversi domani, tramite il risarcimento di danni economici nel caso in cui l'incidente avvenga..chi paga l'assicurazione verrà risarcito, chi invece è povero e non se la può permettere non dovrebbe ricevere nulla in caso di incidente. in questo ovviamente non c'è niente di redistributivo.
    aspeto che invece compare assieme ai danni morali. se io non mi assicuro e, in caso di incidente, ricevo comunque un risarcimento porporzionale, non al premio pagato, o al guadagno perduto, ma al danno morale sofferto. ricchi e poveri prendono lo stesso indipendentemente dal loro reddito e questo implica, indirettamente, un trasferimento da chi i soldi ce li ha a chi non ce li ha.
    come dici è un sistema assistenziale, che in fondo mi sembra anche redistributivo (ti assisto con soldi che provengono da qualcun altro)

    riguardo il moral hazard questo è atteggiamento chiaramente non riguarda le morti accidentali, o i danni gravi (chi vuole ammazzarsi per avere più soldi domani?)..tuttavia l'idea di fondo è che un risarcimento ad hoc, garantito comunque e indipendentemente dalle circostanze, rischia di creare comportamenti opportunistici..un problema classico delle assicurazioni..legare il risarcimento a una perdita oggettiva (e che non la superi IL DANNO EFFETTIVO INFLITTO) è sicuramente un modo per disincentivare questi comportamenti opportunistici, no?

  5. Ok. Sono con te. Se l'ipotesi era che il “povero” non e' assicurato allora mi sta bene che ci sia una componente redistributiva.

    Sul moral hazard, condivido. Nei casi di gravita' minore sicuramente le assicurazioni sono soggette a truffe.

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