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Scritto da nel Economia e Mercati, Numero 45 - 1 Settembre 2008 | 0 commenti

ALITALIA SME sarà solo un dèjà vu?

In questi giorni mi sono imbattuto, nel corso di quelle spensierate letture estive che accompagnano i pomeriggi sotto l'ombrellone, nella triste vicenda della privatizzazione della Società Elettrica Meridionale, nota alle cronache con il suo acronimo, SME. Sarà forse stata per la contemporanea lettura sui giornali delle vicende Alitalia, sarà forse stato per la sconvolgente comunanza (a 20 anni di distanza) degli attori, sarà forse stato il tema sempre spinoso della dismissione delle partecipazioni statali, ma le due vicende mi sembrano mostrare palesemente alcune analogie, che dimostrano come i mali cronici della politica italiana non hanno ancora trovato valide medicine.

E' comune colui che si fa carico dell'onere della vendita, Romano Prodi, è comune il personaggio che a vario titolo interviene nella trattativa in corso, Silvio Berlusconi, è comune l'oggetto: una società a forte partecipazione statale, sono comuni vari ed eventuali aspetti, ad esempio “l'Italianità”, tanto cara a Bettino Craxi, e ancora la volontà di vendere la società in blocco (e non “a spezzatino”) in modo da tutelare i vari interessi di tutti gli stakeholder.

E' infatti anche l'esito mi sembra lo stesso, la società non viene venduta in blocco, ma si avvia ad essere smembrata, con buone pace degli azionisti dell'attuale Alitalia, dei suoi creditori e dei suoi lavoratori. Anche nel 1985 tutti i potenziali compratori avevano chiesto di poter comprare solo i rami buoni della SME, in modo da non accollarsi le parti in perdita (tra cui SIDALM), anche in quell'occasione si era fatto avanti un investitore che concretamente si era impegnato a comprare l'intero pacchetto assumendosi determinati oneri (in quell'occasione si sarebbero tutelati 20000 lavoratori) ed anche in quell'occasione una forte volontà politica si era opposta a questa vendita. Vendita che sarebbe poi avvenuta in seguito, a 5/7 anni di distanza, con il meccanismo dello “spezzatino” e con notevoli strascichi giudiziari, vedi ad esempio le inchieste per il pagamento di tangenti al PSI e DC per la cessione Alivar. L'attuale Alitalia, stando alle ultime rivelazioni giornalistiche, si avvia ad essere ceduta con un meccanismo analogo a quello dello “spezzatino”. Verrà creata una Newco, verranno ceduti alla Newco gli asset produttivi dell'Alitalia, con il ricavato della cessione si ripagherà una parte dei debiti della vecchia Alitalia. Che si ripaghi solo una parte del debito è praticamente certo se come appurato dagli ultimi rendiconti della società, il patrimonio netto di Alitalia sarebbe stato negativo al netto della ricapitalizzazione eseguita con il prestito ponte (prestito che è stato necessario trasformare in aumento di capitale proprio per non dichiarare fallimento). Ci si avvia sostanzialmente al fallimento della società, lo Stato, azionista di maggioranza, che avrebbe potuto incassare 10 centesimi per azione dalla vendita ad Air France non incasserà nulla e forse anche qualche creditore della vecchia Alitalia dovrebbe cominciare a preoccuparsi. Inoltre bisogna considerare un altro punto, lo Stato (più precisamente il Governo) è contemporaneamente “sponsor della Newco”, con forti interessi politici e di immagine nel successo di questa operazione, ma contemporaneamente è azionista della vecchia Alitalia. Si palesa quindi un problema di corretta determinazione del prezzo a cui verranno ceduti gli asset della vecchia Alitalia alla nuova Alitalia. Gli azionisti della Newco avranno enormi vantaggi ad acquistare al minor prezzo possibile questi asset, lo Stato avrebbe interesse a venderli al maggior prezzo possibile, ma così facendo e non avendo allo stato attuale alcune alternativa di cessione, si trovererebbe nella condizione di non far andare in porto la trattativa con un notevole danno di immagine. Tale ragionamento è del tutto analogo per gli altri portatori di interessi, azionisti di minoranza, lavoratori, creditori i quali potranno vantare i loro diritti solo nei confronti della vecchia Alitalia e perderebbero ogni diritto nei confronti della nuova società. Come nel caso della Sme, anche adesso si evidenzia un grosso problema insito nella gestione corretta della cessione di beni pubblici, da una parte un interesse delegato e non diretto del cedente (lo Stato nella forma dei suoi rappresentati) dall'altra un interesse diretto e chiaro dell'acquirente, un investitore privato. Il tutto in un contesto di ulteriori vincoli, tutela degli interessi degli azionisti di minoranza, tutela degli interessi sociali dei lavoratori, tutela in generale degli interessi di tutti gli Stakeholder, ivi compresi le altre compagnie aeree concorrenti. La cosa più triste da sottolineare è che una realtà così semplice ed evidente, ovvero il rischio fortissimo che la cessione di un bene pubblico possa avvenire a condizioni non di mercato con forti guadagni per taluni soggetti privati, avvenga senza che i media, in genere, amplifichino a sufficienza questo aspetto e lo portino all'attenzione di tutti. La storia passata delle partecipazioni statali sembra non aver insegnato niente.

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