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Kapuscinki, l'Impero e la mania della guerra fredda
Una ventina di anni fa il famoso giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, visitando le Repubbliche caucasiche appena costituitesi dopo il crollo dell'Unione Sovietiche, notava: “Il Caucaso è un ricchissimo mosaico etnico costellato da un numero infinito di piccoli, spesso microscopici gruppi, clan, tribù, raramente popoli (anche se per questioni di prestigio e di rispetto si parla comunemente di “popoli”).” In queste realtà di popolazioni antichissime per culture identitarie ma politicamente frammentate fino all'esasperazione dall'insuperabile asprezza del territorio e da odi viscerali le cui cause scatenanti sprofondano nella notte dei tempi, l'interesse dello stato totalitario ha portato alla soppressione delle centinaia e migliaia di interessi pre-esistenti, ordinandoli violentemente dietro la necessità dell'unità sovietica. Venuta meno questa, sono riesposi i conflitti interni. Tanto per dirne una, centomila abkhazi vogliono staccarsi dalla Georgia e formare uno stato a parte. L'Abkhazia è uno degli angoli più belli del mondo, una seconda Costa Azzurra, una seconda Monaco. Ma siamo sicuri che la Georgia sarebbe disposta a farsi portare via un bocconcino così ghiotto come questo?” (“Imperium”, ed. Feltrinelli, pp. 106-114). E' il 1992, la storia era finita.

Con un'impressionante passione, Kapuscinski si addentra tra le montagne armene, nella polvere desertica dell'Azerbaijan, nelle verde costa del Mar Nero in territorio georgiano Racconta della precocissima cristianizzazione della regione Caucasica, della statura della cultura che fiorì tra il VII e X secolo e che ora costituisce il nucleo del nazionalismo, dei massacri seguiti alle continue invasioni da parte dei tre grandi popoli conquistatori e militari (turchi, persiani e ultimamente russi) cui questi territori sono stati condannati dalla geografia politica. Tragico destino millenario, di cui oggi siamo ritardatari, incompleti ed interessati spettatori.

Soprattutto però Kapuscinki parla del Caucaso all'interno del suo grande tema: l'Impero. La grande Russia. Anche di questa siamo incompleti, svogliati ed interessati osservatori. Kapuscinski – polacco e non certo neutro narratore – viaggia dal '52 al '94 a più riprese nella sterminato sistema di potere comunista. Descrive un Paese senza confini per la vastità del territorio, per la brutalità dei rapporti politici e sociali dentro e fuori di sé, per il sottomesso fatalismo della popolazione purgata tanto dalla miseria quanto dall'assolutezza di ogni potere che l'ha attraversata. I rapporti di dominio nei confronti dei territori confinanti non sono solo lo specchio di questa terra: sono anche la proiezione dello strapotere numerico russo che necessariamente deborda politicamente, economicamente, culturalmente nel suo arretrato vicinato. Così fermo nei suoi distinguo nazionalistici da essere facile preda dell'orgoglio espansionistico altrui.

Quella di Kapuscinski è una spietata denuncia dell'Unione Sovietica come propaggine storicamente contingente dell'immutato ed immutabile sistema politico russo. Ma ha il pregio di assumere una prospettiva “dal basso”: dalla Russia stessa, dalla sua gente, dai suoi dominati. Fornisce un ritratto che cerca di comprendere tutto, pur senza giustificarlo. Mostra popolazioni da tutto colpite tranne che dalla guerra fredda, conflitti etnici che l'intervento esterno ha primariamente contribuito ad armare, sistemi politici naturalmente oligocratici il cui fine ultimo è la propria affermazione.

L'opinione pubblica occidentale è talmente impossibilitata al comunicare con questa realtà lontana – sia quella del Caucaso e quella Russa – che forza ogni interpretazione dei conflitti e delle dinamiche politiche della regione all'interno di maglie improprie come la guerra fredda, le sfere di potenza, il nazionalismo democratico. Giungendo a fomentare inutili muro-contro-muro con la Russia e ad affidarsi ad improbabili leader locali disposti ad immolare i propri disperati nella vana speranza che saltare sul carro occidentale li liberi da una tragica locazione geografica. Non è facendone l'avamposto occidentale nell'Asia Centrale in un quadro di scontro Occidente-Russia che si garantiranno la stabilità politica e le condizioni di sviluppo per la Georgia, l'Ucraina e per le prossime dispute che verranno.

La Russia rimarrà lì per sempre, con i suoi autoritarismi, la sua arretratezza economica e la pretesa orgogliosamente magnificente dei suoi zar di contare nel mondo quanto i suoi sconfinati numeri permettono loro. Tanto vale continuare ad includerla nella comunità internazionale come e quanto le Repubbliche Caucasiche, sopportandone i paurosi ritardi e rispettandone gli orgogli. Le manie da guerra fredda sono espressione di un altro mondo: alla ferma condanna dell'invasione militare della Georgia non segua un ulteriore isolamento della Russia dall'Occidente. Né sfrutti ancora una volta il nazionalismo per dividere e credere di imperare.

Il comunismo non abbia la possibilità di infliggere nuove pene a questa parte anche da morto.

arrow2 Risposte

  1. Angelo
    179 mos fa

    Sono abbastanza daccordo con tutto quanto scrivi nell'articolo, solo che non ho capito una cosa… chi non dovrebbe isolare la Russia? Noi occidente? Noi europeoi, noi opinione pubblica?

  2. Tobia
    179 mos fa

    Secondo me valgono tutte e tre le risposte che indichi Angelo, peraltro piuttosto legate l'una all'altra.
    In senso lato è la Comunità Internazionale ad aver bisogno della Russia, nello specifico non dovrebbe isolarla chi nei fatti lo fa, cioè gli Stati Uniti.

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