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Scritto da nel Internazionale, Numero 45 - 1 Settembre 2008 | 0 commenti

Protagonisti, coprotagonisti, comparse e spettatori della guerra in Georgia

L'indipendenza del Kosovo ha di fatto aperto il vaso di Pandora da cui sono violentemente fuoriusciti i primi temibili mali caucasici[1]. La guerra georgiana ha riproposto lo stereotipo di contrapposizione da guerra fredda tra Russia e Stati Uniti, con l'Europa al centro a mediare, con conseguenze che potranno sconvolgere gli equilibri geopolitici dall'Asia centrale al Medio Oriente. Gli attori in ballo infatti non sono solo le due superpotenze (oltre ovviamente alla sciagurata Georgia) e la partita non si gioca esclusivamente in Ossezia del Sud e Abkhazia. Vista l'instabilità politica, l'eterogeneità etnica e la strategica posizione geografica del Caucaso, i paesi coinvolti nella crisi sono tanti, chi schieratosi apertamente e chi meno, e i fronti caldi sono numerosi.

Come diversivo teso a distogliere l'attenzione dalla crisi economica, l'iniziativa suicida del presidente georgiano Saakashvili, che aveva evidentemente riposto troppa fiducia negli Stati Uniti e NATO, ha dato inizio a quella che di fatto si è rivelata essere l'annessione armata di Ossezia meridionale e Abkhazia da parte del determinatissimo esercito russo, sotto la guida di Vladimir Putin non più Presidente ma comunque rimasto Zar. Le basi legali dell'indipendenza delle due regioni ribelli sono riconducibili ad un esercizio del potere ed una statualità più o meno completa risalente ai primi Anni 90:

- Ossezia meridionale: dichiarazione d'indipendenza (20 settembre 1990) non riconosciuta da alcun paese; Costituzione (1993); due referendum (19 gennaio 1992 e 12 novembre 2006)[2].

- Abkhazia: dichiarazione d'indipendenza (23 luglio 1992) non riconosciuta; Costituzione (1994); referendum (3 ottobre 1999) con rinnovata dichiarazione d'indipendenza[3].

Si riscontrano situazioni analoghe in Inguscezia, Dagestan, Cecenia e Alto Karabakh.

La forza e l'irruenza dell'intervento russo ha in effetti sorpreso tutti, tanto più se si considera

la Georgia come colonia statunitense. La spavalda occupazione e successiva annessione di Abkhazia e Ossezia del Sud, oltre al continuo temporeggiare riguardo al ritiro dell'esercito, ha da subito messo in luce quanto deboli agli occhi di Putin possano essere le minacce USA e UE. Forte del proprio peso (gas e petrolio) nei confronti dell'Occidente,

la Russia sta ribadendo la propria egemonia energetica nei confronti dell'Europa: i gasdotti europei passano dalla Georgia solo col permesso di Mosca!

Gli Stati Uniti escono da questa crisi indeboliti, intransigenti e più isolati che mai, al momento non in grado di sostenere autorevolmente la figlia adottiva Georgia. Minacciosi nei confronti della Russia, sono stati completamente ignorati se non addirittura irrisi. Degna conclusione della Dottrina Bush in politica estera.

Si aggiunge la totale inutilità della NATO.

Se ne è parlato poco, ma l'unico paese ad aver materialmente aiutato

la Georgia durante i bombardamenti è stata

la Turchia : munizioni, armi, elettricità, cibo. Il riconoscimento dell'indipendenza di Abkhazia e Ossezia da parte della Russia getta infatti benzina sul fuoco nel conflitto tra Armenia/Russia e Azerbaidjian/Turchia nell'Alto Karabakh[4], probabile prossima nuova ragione di crisi tra Occidente e Russia.

L'Unione Europea si è dimostrata ancora una volta lontana da una posizione congiunta tra i paesi membri (Est intransigente, Francia diplomatica, altri più o meno non schierati). Tutti ringraziano l'Europa e l'egregio sforzo diplomatico della Presidenza francese. Allo stato attuale delle cose l'UE ha però ben poco da festeggiare: messia e paladina della pace, ossessionata dall'idea che il Diritto possa sostituire

la Guerra e

la Violenza nelle dispute internazionali, si ritrova invischiata in questa illusione da cui è difficile uscire, debole e divisa al proprio interno.

Nonostante tutto, la storia degli ultimi anni (Kosovo in primis) ci ha ribadito che continua ad avere ragione chi vince la guerra e non chi rispetta il diritto internazionale.




[1] Si veda: De Maria D., “Dopo le elezioni: quale futuro per la Serbia?”, N.33 arengo.info

[3] ibidem

[4] Si veda: De Maria D., “Ai confini dell'Europa: il Nagorno.Karabakh”, N.22 arengo.info

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