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Scritto da nel Economia e Mercati, Numero 46 - 16 Settembre 2008 | 0 commenti

Ritorno agli “hot bot”

Frustrati dalla bolla della new economy, agghiacciati dal crollo delle Twin Towers, abbindolati dalle obbligazioni spazzatura (Cirio, Parmalat e Argentina), delusi dalle performance dei fondi comuni d'investimento sistematicamente inferiori al mercato di riferimento, percossi dal dilagante virus dei mutui subprime e sfiduciati dalla scarsa trasparenza di un sistema finanziario globale in crisi, i risparmiatori italiani sono ritornati a investire nei titoli di stato (Bot, Ctz, Cct, Btp), considerati dalle sagge nonne lo strumento meno adatto per alchimie finanziarie e, quindi, il meno peggiore in termini di rischio per i risparmi di una vita. Dagli ultimi dati della Banca d'Italia emerge che le famiglie italiane hanno aumentato del 40% l'investimento in Bot (Buoni ordinari del Tesoro) rispetto al 2006 e su un totale di 145 miliardi di euro – emessi dallo Stato Italiano per finanziare le proprie spese correnti – ne detengono circa la metà, pari a 77 miliardi. Il motivo preponderante dello spostamento di una grande fetta del proprio portafoglio verso i titoli di stato potrebbe sembrare legato agli alti rendimenti ostentati su tutti i giornali nelle ultime settimane e anche dalle stesse società di gestione del risparmio. Nell'ultima asta relativa ai Bot a sei mesi, con scadenza il 31 dicembre 2008, il rendimento lordo annuo è salito al 4,438%, dal 4,125% della precedente aggiudicazione, livello massimo dal maggio 2001. Le richieste sono state pari a 13,076 miliardi di euro, a fronte di un offerta di 9,5 miliardi di euro. Tuttavia, la motivazione legata ai rendimenti appare del tutto incompleta in quanto anche nel 2000 i rendimenti dei Bot si attestavano al 5%, ma le famiglie italiane detenevano soltanto 60 miliardi di Bot in portafoglio. La vera spiegazione, peraltro molto evidente, di una fuga dal mercato azionario e di un rifugio verso i tradizionali Bot sta nell'incertezza del sistema finanziario e nella sfiducia dei risparmiatori soprattutto nei confronti dei prodotti collocati da istituti di origine bancaria. A marzo 2008 l'indice di fiducia delle famiglie italiane, misurato dall'Isae, si è attestato a 98,2 con un crollo del 12% rispetto allo stesso periodo del 2007. Un clima di fiducia così basso si era toccato soltanto nel maggio 2004 e nel gennaio 1994. A maggio 2008 si è registrato un lieve recupero dell'indice, subito stornato nel mese successivo. È per questo motivo che oggi gli acquisti di Bot sono nettamente superiori rispetto al 2000, sebbene i rendimenti siano più bassi. Eppure, il ritorno ai Bot sembrerebbe essere molto “hot” non tanto perché avviene in un periodo di caldo torrido, quanto più per l'aria infuocata che spira sul fronte dell'impennata dei prezzi. Ipotizzando l'attuale inflazione tendenziale del 3,6% (maggio 2008, Istat) e le attuali imposte del 12,5%, il rendimento lordo al 5% di un Bot si ridurrebbe a un tasso annuale netto inferiore all'1%. Nel 2000, invece, l'aumento medio dell'indice generale dei prezzi al consumo risultava pari al 2,6% e le famiglie italiane potevano contare su un rendimento netto dei Bot pari a circa il 2%. Perché, allora, negli ultimi mesi e settimane molti risparmiatori hanno sottoscritto buoni ordinari anziché titoli indicizzati all'inflazione? Un risparmiatore che voglia cautelarsi dal temporaneo rischio di inflazione ha diverse soluzioni finanziarie, ma il vero problema è che non le conosce o viene fuorviato da cattivi consigli: colpa della trasparenza, dei diversi interessi e anche delle competenze, sta di fatto che oggi moltissimi risparmiatori conoscono ad esempio i tradizionali Buoni del tesoro poliennali (Btp), ma ignorano l'esistenza dei Btp-i, dove la “i” sta per “indicizzati all'inflazione”. I titoli obbligazionari con tale caratteristica sono detti reali, perché agganciati a indici reali (es. beni e servizi che formano il paniere usato per misurare il costo della vita) anziché finanziari (es. tassi di interesse euribor e libor). Secondo il professor Beppe Scienza, esperto di matematica finanziaria dell'Università di Torino, «ragionando sui prossimi dieci anni, perché i buoni ordinari convengano rispetto a quelli indicizzati all'inflazione, occorre che in Italia l'aumento del costo della vita si attesti nei prossimi dieci anni al 2,15% medio. Ciò di per sé è possibile, ma non sembra probabile. Ammettendo per semplificare un suo calo costante, questo implicherebbe nel 2018 un'inflazione dello 0,7% annuo, uno scenario di tipo giapponese, su cui pochi scommetterebbero». Prendere in considerazione i buoni fruttiferi indicizzati all'inflazione, soprattutto postali, ha anche un altro motivo non meno rilevante rispetto a quello di copertura dall'inflazione italiana: dal febbraio 2006 è previsto contrattualmente il diritto al riscatto in ogni momento con la certezza di ricevere integralmente il capitale investito e, passati 18 mesi, anche interessi e rivalutazioni capitalizzati. Ovviamente, nel medio termine tale soluzione renderà però meno dei corrispondenti di titoli di stato. Di certo le care nonne apprezzerebbero il sacrificio.

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