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Scritto da nel Internazionale, Numero 54 - 1 Febbraio 2009 | 1 commento

La banalità dell'occupazione: Breaking the silence

Lo vedi lo squallore, i checkpoints, le durezze che un’intera città o vicinato devono subire per il beneficio di qualche centinaio di persone. Lo vedi in modo così semplice, così come vedi gli enormi gap sociali, il benessere di fronte alla povertà più completa, vedi la spaccatura dell’odio.


Le testimonianze raccolte da Breaking the Silence non si fermano in indulgenze, né riadattano in modo letterario il suono delle parole: riportano fedelmente le espressioni di un centinaio di ragazzi e ragazze israeliani i quali, tornati dal servizio militare assolto nell’area di Hebron, in Cisgiordania tra il 2004 e il 2005, cioè subito dopo la fine della Seconda Intifada, hanno accettato di rompere il silenzio sulla realtà quotidiana delle colonie ebraiche nei Territori Occupati. Raccontano le loro esperienze, le umanità incontrate, gli ordini ricevuti ed eseguiti, i piccoli fatti quotidiani. Soprattutto svelano le infinite dimensioni della composizione sociale non solo dei coloni ma dell’intera popolazione d’Israele, quella di cui è composto l’Esercito.


I coloni avevano questo rapporto di amore-odio con noi [militari]. Ti abbracciano, ti offrono da mangiare. Poi ti urlano contro, odiano l’esercito. Una donna mi ha detto una volta: “noi odiamo l’esercito e amiamo i soldati”. Ecco la sua definizione. E comunque tu ti arrabbi veramente con loro, sei scioccato da loro. Da come permettono che i loro bambini crescano lì. Da come li crescono.


Ad Hebron si è stabilito il gruppo ebraico più ortodosso ed estremista, racconta Yehuda, il 26enne fondatore di Breaking the Silence. Conosce bene quella realtà, è stato comandante di pattuglia lì durante il servizio militare. Quando è tornato, ha convinto i suoi ex-commilitoni ad andare contro uno dei più grossi tabù in Israele – la critica all’Esercito, strumento primario della sopravvivenza dello stato ebraico, finanche della sua stessa esistenza – e ha fatto delle loro testimonianze l’obiettivo fondamentale della sua associazione: stimolare un dibattito pubblico sul prezzo morale che l’intera società Israeliana ha pagato per una realtà in cui giovani soldati affrontano quotidianamente una popolazione civile e ne controllano la vita.

Una realtà fatta di perquisizioni notturne in case private di Palestinesi, ordinate d’improvviso dagli Stati Maggiori seduti a Tel Aviv, di arresti e requisizioni arbitrarie di oggetti, di umilianti attese ai checkpoint installati con tornelli modello-stadio nel pieno centro di Hebron dove sono stanziati 800 coloni israeliani a protezione dei quali è posto l’Esercito. Con ordini ben precisi: difendere in ogni circostanza i coloni dai Palestinesi. Anche quando i primi – fanaticamente anti-arabi – abusano chiaramente della presenza militare: lasciando che ai loro bambini spazio impunito per lo sfogo di una crudeltà impartita da chissà chi.

C’è stata questa volta in cui un uomo Palestinese stava camminando per strada con suo figlio. Improvvisamente sbucano 4 bambini coloni. “Guardateli! Guardateli!”. E lanciano una pietra al bambino Palestinese. Io [soldato] urlo loro contro, il massimo che posso fare. A situazione inversa, avrei dovuto prenderli, sbatterli al muro e portarli in caserma. Queste sono le istruzioni.


Lo sconcerto evidente nelle parole dei soldati stessi nel raccontare questi episodi di soprusi insensati compiuti da civili tradisce l’enorme divario culturale che separa un ragazzo cresciuto a Tel Aviv dal gruppo coloniale. La distanza per molti è immediata, spontanea, a pelle. Per altri è frutto di una più matura coscienza politica, frustrata peraltro dall’impotenza derivante dal ruolo di soldato israeliano.

Mi ricordo di una discussione con qualche bambino [colono] sulla figura di Baruch Goldstein (rabbino guida dell’entrata dei coloni a Hebron, sulle spalle il massacro di dozzine di Palestinesi in preghiera dentro la loro moschea, ndr). Fa male, vedere bambini di 8-9 anni che lo idolatrano. Tutti lo idolatrano. Dall’altra parte, sai che la tua missione non è quella di impedire che la pensino così in futuro. Non è nelle tue capacità. Il massimo che puoi fare è impedirgli di tirare pietre ai Palestinesi giù in strada.


Ma per quanti soldati possano sentire disagio, persino disprezzo, per la realtà coloniale, la presenza di invasati nello stesso esercito, a maggior ragione in posizioni di comando, rompe ogni diga di moralità o codice etico. Rivela la brutale fattezza del concedere armi e potere arbitrario ad un gruppo qualsiasi di uomini.

Sei tu la legge. Come un re. Te ne cammini per strada con le mani in tasca, il fucile a tracolla, e solo per la tua uniforme nessuno osa rivolgerti la parola. Hai voglia di sbocconcellare delle noccioline? Entri in un negozio, ne prendi un chilo e te ne vai. Se il proprietario protesta, gli urli: “vuoi che ti devasti il negozio?”. Gli dai uno schiaffo e vai via.


Come è possibile che un uomo non approfitti di una condizione del genere? Inutile raccontare le storie di pestaggi a sangue, angherie, soprusi: sebbene questi costituiscano la gran parte dei racconti raccolti da Breaking the Silence, finiscono per sminuire l’interesse verso tutto il resto del mondo aperto dalla pubblicazione di questo materiale (comodamente consultabile da chiunque sul sito www.breakingthesilence.org.il). Non solo perché la violenza è storicamente intrinseca alla presenza di qualsiasi esercito in terra straniera, ma anche perché Breaking the Silence si addentra in profondità all’interno delle sfaccettature sociali e culturali di Israele – così insopportabilmente trascurate dalla nostra opinione pubblica.

Non si tratta di isolare gli Israeliani, difenderli per partito preso o demonizzarli, inchiodandoli alle responsabilità dei loro governi e della parte più deleteria della società: si può cominciare ad individuare gli interlocutori, scegliere – come si è fatto con i Palestinesi – con quali forze politiche parlare, con chi trattare. Non tollerando gli intolleranti. Anche perché le domande giuste sorgono spontanee anche tra gli Israeliani, non temete.

Ora sembra logico proteggere veramente i coloni, poiché tutto è così accessibile. Un uccisione è lì a portata di mano, in ogni momento. Il problema è – e questa è la vera questione – se loro [i coloni] dovrebbero prima di tutto essere lì.


Già.

1 Commento

  1. Una precisazione: ho erroneamente attribuito a Baruch Goldstein sia lo status di rabbino sia la responsabilità della guida dei coloni ad Hebron. In realtà, Goldstein fu un fisico che si prestò, dato il suo fervore nazionalistico, a servire l'Esercito nell'area di Hebron. Nel 1994 – qui l'informazione è giusta, invece – con un'azione solitaria entrò nella Moschea dei Patriarchi ad Hebron e aprì il fuoco sui musulmani in preghiera, uccidendo tra le 39 e le 52 persone (le cifre di Israeliani e Palestinesi sono discordi). L'atto fu oggetto di una delle tante risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'Onu a chiedere ad Israele di “prevenire gli atti di violenza illegali da parte dei coloni israeliani” contro civili Palestinesi (Risoluzione 904, 18 marzo 1994). Mi scuso per l'errore.

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