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Esperimenti di non violenza tra i marines

La scorsa settimana si è tenuta a Vicenza la prima Settimana Nazionale delle azioni dirette non violente, organizzata dal Tavolo della Consultazione per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sull’inizio dei lavori per la nuova base militare statunitense e per risvegliare la consapevolezza del territorio sull’esistenza di mezzi pacifici per manifestare il proprio dissenso al progetto.

Di fronte all’inarrestabile procedere dei lavori per l’edificazione della nuova base Dal Molin, in un primo momento sospesi dal TAR ma poi ripresi su preciso impegno del Governo Berlusconi, decine di volontari, non solo vicentini ma membri di associazioni non violente di Milano, Verona e Rimini, hanno inaugurato con le loro biciclette il pacifico rallentamento dei camion della ditta Carta Isnardo che sta procedendo alle demolizioni del vecchio aeroporto civile Dal Molin. Ricordando uno degli slogan che hanno accompagnato la protesta, per una settimana la costruzione della nuova base militare e quindi l’eventualità della prossima guerra sostenuta anche da questo territorio, sono procedute al passo di una bicicletta.

Certo, parliamo di un evento non particolarmente efficace nel bloccare i lavori alla base, né conseguentemente rilevante dal punto di vista mediatico – a differenza dei tanti blocchi illegali finora sfociati in scontri con le forze dell’ordine – eppure significativo della volontà di parte della società civile raccolta nel movimento di protesta “No Dal Molin” di servirsi solo di mezzi non violenti, che introducano continue azioni di disturbo e boicottaggio senza mai cadere nell’illegalità, né tantomeno nella facile dialettica dell’avversario irriducibile, troppo spesso usata per demonizzare i poliziotti di guardia all’area o gli operai che vi lavorano.

In effetti, la realtà del movimento vicentino che si oppone ormai da tre anni alla costruzione dell’ennesima base militare sul territorio italiano, non è stata scevra di simili episodi anche nel passato recente e sembra corrispondere intimamente al momento di frammentazione e lacerante incomunicabilità che sta vivendo tutta la vita politica italiana, parlamentare e non. A Vicenza, infatti, non c’è un unico coordinamento alle iniziative di protesta contro il Dal Molin, ma anime diverse si agitano e organizzano spesso nella totale indifferenza, quando non nell’aperta competizione, con le iniziative lanciate dall’uno o dall’altro comitato. Dopo tre anni di conflitti interni ed esterni, dal magma contestatario sono alla fine emersi due schieramenti, finora irriducibili – nonostante i tentativi pur fatti – ad ogni compromesso volto alla definizione di obiettivi e strategie comuni: da una parte, il Tavolo della Consultazione, che si sforza di raccogliere e coordinare in piena trasparenza i rappresentanti di numerose associazioni e organizzazioni vicentine, della “società civile organizzata” per così dire; dall’altra, il Presidio No Dal Molin, la focosa ala movimentista legata ai centri sociali veneti, spesso censurata dalle autorità e inseguita dalle denunce, ma cui spetta sicuramente il merito di continuare a dare una risonanza mediatica nazionale alla questione (grazie ad un sito internet sempre aggiornato e ad un accattivante merchandise).

Sembra che in questo caso non basti l’hobbesiano nemico esterno – chi più esterno dell’invadente e dispotica presenza americana in Italia? o delle ormai lontanissime istituzioni italiane? – a garantire la coesione interna del movimento, tanto ostinato nel portare avanti la contestazione, quanto diviso e apparentemente inconciliabile sul modo di intendere il ruolo e il modo che l’azione politica dal basso deve assumere, se essa debba essere in ultima analisi legalista e democratica, improntata ai principi dell’azione non violenta e alla pratica del consenso (Tavolo), o movimentista, meno crucciata dalle questioni legali, legata alle mille voci della piazza e alla partecipazione diretta – sempre numerosa – ma anche alla guida dei pochi ideologi del gruppo (Presidio).

La battaglia resta comunque aperta, dall’una e dall’altra parte, nonostante le difficoltà tecniche – il Presidio, che è situato su un terreno vicino all’area militare, è attualmente sotto sfratto a causa della scadenza della concessione pubblica e l’opposizione politica in giunta, favorevole alla base, preme per lo sgombero – e gli iter burocratici – una nuova vertenza legale sta per essere ripresentata al TAR dai legali del Tavolo della Consultazione, che nel frattempo sperano di ottenere prima delle prossime elezioni europee una deliberazione favorevole del Consiglio Europeo in merito alle violazioni dei trattati di Maastricht, Amsterdam e Nizza.

E d’altronde buoni motivi per combattere non mancano, non solo per gli antimilitaristi di principio che richiamano la violazione dell’art.11 della Costituzione in cui si ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, ma perché la nuova base Usa viola sotto molti aspetti gli accordi internazionali dell’unione Europea: i succitati trattati di Maastricht, Amsterdam e Nizza impongono infatti una politica estera e di sicurezza comune all’UE e il trattato di Maastricht richiede il rispetto della direttiva europea sulla valutazione d’impatto ambientale (che non è stata invece effettuata, nonostante la presenza di una delle più grandi falde acquifere d’Europa al di sotto dell’area Dal Molin). Se si unisce il fatto che il progetto definitivo della base non è stato ancora reso pubblico, contravvenendo al diritto alla libertà d’informazione sancito dalla Carta Europea dei Diritti Umani e che la base non rientra nell’ambito del piano regolatore territoriale, sembra di trovarsi ancora una volta di fronte a uno dei tanti episodi italiani di abusivismo edilizio.

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