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Scritto da nel Internazionale, Numero 60 - 1 Giugno 2009 | 0 commenti

Entità o identità? La scelta per l'Europa

Se fosse tutto così facile, la scelta per l'Europa sarebbe razionalmente incontrovertibile. Laddove le barriere economiche e culturali si sono provate foriere di conflitti e massacri, l'integrazione Europea è una costante promessa di pace. Laddove le 'chiusure' nazionali portavano ad una competizione continentale con il coltello tra i denti, l'Unione Europea persegue l'obiettivo di uno sviluppo economico più coordinato e armonico tra i Paesi europei. Laddove la dimensione dello Stato nazionale affonda di fronte alle gigantografie del mondo moderno, l'Europa si pone come un'area politica di stazza adeguata per reggere il confronto su ogni campo. Da Bruxelles sembra così chiara la prospettiva che le resistenze del basso, dai territori, suonano antiquate e persino puerili.

Grosso errore sarebbe quello di non prendere sul serio le ragioni dello scontento verso l'Europa. Altrettanto cieco è pensare che l'Unione Europea non possa essere altro che come appare oggi, dunque gettare la classica acqua sporca insieme al bambino. Il mercato è stato il motore dell'integrazione europea.

Il mercato rende l'idea di un'attività febbrile su una piazza aperta, evoca scambi, incontri, coesione, dunque benessere. Nella visione liberale dei 'padri fondatori' dell'Europa unita, concorrenza e libertà fondamentali sono state i soli mezzi capaci di scardinare le chiusure economiche, politiche e culturali ridondanti che si ergono ad ostacolo della libera azione degli individui. Sono i cittadini gli attori fondamentali dell'integrazione europea, secondo questa visione: se si crea uno spazio legale per le loro attività – qualunque esse siano, dall'impresa economica al viaggio, dallo studio alla ricerca di un lavoro migliore -, la funzionalità delle frontiere nazionali viene progressivamente meno, creando una richiesta collettiva per un'Unione sempre più stretta tra gli Stati esistenti fino alla loro dissoluzione.

Nonostante il concetto di mercato abbia assunto significati più elaborati nel tempo, arrivando a giustificare la costituzione di una comunità non più solo economica ma anche politica – l'Unione Europea, appunto -, la sua razionalità raggiunge un limite intrinseco: il mercato non ha vita e contenuti propri come tale, è solamente uno spazio. In altre parole, all'Europa delle quattro libertà non viene conferito nessun significato più penetrante, creando un'entità nella quale trova giustificazione ogni genere d'attività che non contraddica quei semplici principi fondamentali. Chi propugna la perpetuazione di un'Unione Europea principalmente basata sul mercato, lascia convivere al suo interno valori e pratiche anche in palese conflitto tra loro, in cui i cittadini europei che risultano perdenti, sotto diversi aspetti, dalle sue dinamiche faticano a riconoscersi, e conseguentemente ad approvarne la legittimità.

In contrapposizione a questo modello, visioni alternative di Europa sono sorte per definire i contenuti politici dell'integrazione, la sua stessa ragione d'esistenza: l'Unione Europea come identità appare una giustificazione più forte e sostanziale del perché le chiusure nazionali siano da superare. Per semplicità, possiamo individuare due principali espressioni politiche, contrapposte all'Europa come entità di mercato: l'Europa federale e l'Europa dei popoli.

I federalisti vedono nella creazione di un super-stato europeo la realizzazione di una forma democratica superiore nel mondo contemporaneo, capace allo stesso tempo di sancire la pace perpetua tra le nazioni attraverso un patto politico indissolubile e di strappare dalle sole èlites la condotta degli affari comuni, attraverso istituzioni Europee direttamente eleggibili, dotate di legittimazione propria. All'utopia federalista – di stampo liberale – si è affiancato fino a sovrapporvicisi negli ultimi decenni il modello dell'Europa sociale – di origine social-democratica: giustizia e benessere per i cittadini europei verranno garantiti solo con la creazione di una comunità Europea di solidarietà pienamente integrata, dove diritti sociali uniformi tra tutti i cittadini e politiche redistributive consistenti bilancino la sola integrazione economica e le spinte alla competizione selvaggia tra campioni nazionali.

L'Europa dei popoli solo nella sua versione più deviante, anche se al momento prevalente – quella nazional-popolare – giunge a rifiutare l'idea stessa di integrazione europea, in nome del diritto alla sovranità di culture ed etnie specifiche, territorialmente definite. La polemica sul riferimento alle 'radici cristiane' nella Costituzione Europea ha messo in risalto la visione di un'identità europea espressione delle tradizioni valoriali caratteristiche dei suoi popoli, in primo luogo quelle religiose. Una prospettiva imperiale che si adatta a miti e generali ambizioni dell'estrema destra, come vennero ad esempio elaborate dalla Giovane Europa di Jean Thiriart: la potenza esterna di un Reich europeo unifica d'autorità gli indeboliti Stati nazionali e pone con rinnovata forza il proprio ordine tanto all'interno quanto all'esterno dei propri confini.

Tralasciando l'ideal-tipicità di questi modelli, rimane il fatto che l'idea di Europa può dare luogo ad utopie ben più pregnanti che il mercato. L'Europa come identità è tuttavia profondamente conflittuale, soprattutto dopo l'allargamento: forse per questo il mercato rimane quale unico punto di convergenza, proprio in virtù della sua essenziale indifferenza rispetto alle questioni della giustizia sociale (identità della Sinistra) e dei valori (identità della Destra). Sebbene sia difficile vederlo dall'Italia, dove la campagna elettorale si è concentrata su temi molto più adatti alla maturità dei suoi cittadini, i partiti Europei per cui si voterà il 6-7 giugno ricalcano queste linee di conflitto.

Se a Repubblica e Noemi non dispiace, la scelta per l'Europa non è un accidente: prevalessero le forze giuste, sarebbe un buon motivo per tornare sinceramente ottimisti.

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