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Scritto da nel Internazionale, Numero 63 - 1 Ottobre 2009 | 0 commenti

La Rivoluzione cinese nella Guerra Fredda: Stalin e Mao, il fratellino minore non desiderato

Nonostante sia stato definito breve dallo storico Eric J. Hobsbawm, il secolo XX presenta una sorprendente serie di svolte storiche e di avvenimenti mai racchiusi prima in un tale arco di tempo.

Nel giro di ottant’anni il mondo ha mutato il proprio volto.

Le potenze europee, dopo aver mostrato il loro lato più oscuro con la salita dei fascismi e gli imperialismi, sono state relegate a un ruolo di secondaria importanza, mentre per la prima volta un paese d’oltre oceano poteva considerarsi il più potente al mondo – gli Stati Uniti – e dall’altra parte la gigante Russia, sempre stata in un limbo identitario tra Europa e Asia, si presentava come Unione Sovietica al mondo intero, portatrice di un nuovo modello di società e di economia in contrapposizione a quello americano.

Poco dopo aver unito le proprie forze per sconfiggere le armate nere, Stati Uniti e Unione Sovietica hanno iniziato a contendersi il primato mondiale come fossero unici giocatori di un Risiko di portata globale.

Uno scontro giocato nella dialettica tra canoni classici della politica – Realpolitik – ideologia e tecnologia. Una partita dall’esito incerto e imprevedibile.

In realtà, seppur dal punto di vista militare e territoriale lo scontro poteva considerarsi alla pari, questo non era assolutamente tale. Non solo per le divergenze economiche tra i due principali rivali e la diversa situazione col quale erano usciti dalla guerra, ma perché, a differenza degli Stati Uniti, l’Unione Sovietica dovette giocare fin da subito su due fronti: uno esterno ed uno interno al mondo comunista. E quest’ultimo in particolare si rivelò un tasto delicato per Stalin, come per i suoi successori, prima all’interno del campo socialista in Europa – Berlino e Yugoslavia – per poi estendersi in terre asiatiche.

Di fatto, il 1° Ottobre 1949 Mao Zedong alla guida dell’esercito rivoluzionario riesce a confinare i nazionalisti del Kuomintang sull’isola di Formosa (oggi Taiwan) e ad instaurare la Repubblica Popolare Cinese creando non pochi problemi allo Zio Jo che aveva fatto di tutto fin dagli anni Venti per smorzare la carica rivoluzionaria di Mao.

Seppur a capo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, lo Zio Jo, come soleva chiamarlo Franklin D. Roosvelt, era, infatti, molto lontano dall’ideale immaginario del rivoluzionario. Non era un pioniere, ma un conservatore realista ossessionato da nemici interni ed esterni, spesso inventati, poco interessato all’espansione del comunismo di per sé, come al contrario lo era per la preservazione dell’Unione – il cosiddetto Socialismo in un solo paese – e della sua leadership, il che lo portava ad azioni molto poco rivoluzionarie nonché contraddittorie tra loro per poi mistificarle attraverso una spicciola retorica ideologica.

Un esempio su tutti è il diverso atteggiamento da lui adottato nei confronti dei casi spagnolo e, per l’appunto, cinese.

A costo di non mettere in dubbio la sua leadership all’interno del mondo comunista, nei giorni della guerra civile in penisola iberica lo Zio Jo impose la rottura del fronte antifascista che comprendeva anche gli “eretici” trotskisti e i cosiddetti incontrollabili, ovvero gli anarchici, in quanto, ovviamente, l’ideologia non permetteva tale alleanza.

I fascisti vinsero la guerra.

Più o meno nello stesso periodo, ma a qualche chilometro di distanza, lo stesso Zio Jo spronava i restii rivoluzionari cinesi ad allearsi con i nazionalisti del Kuomintang per evitare – ovviamente non era la spiegazione ufficiale – che l’espansione comunista allarmasse i potenziali rivali sovietici aggravando le già difficili relazioni diplomatiche.

I nazionalisti presero il potere e misero al bando i comunisti.

Povero Zio Jo, probabilmente l’avvento di una Cina comunista gli si presentò agli occhi come la realizzazione di uno dei suoi incubi più reconditi.

L’avvento di un terzo attore di quel calibro, seppur la Cina fosse “dalla sua parte” e in condizioni ancor misere, sconvolgeva tutti i suoi piani. Fin dalla fine della guerra mondiale, infatti, Stalin aveva fatto di tutto per non provocare i rivali statunitensi, ancora forti del primato atomico, quand’ecco che la rivoluzione cinese diffuse l’impressione che il comunismo fosse minaccioso e in espansione e che dietro a tutto ci fosse lo Zio Jo. Ciò allertò non poco il mondo democratico e liberale ed i termini della guerra fredda si accesero ancor più.


Ma i problemi non si limitavano solo al piano internazionale, dal punto di vista interno al blocco comuni
sta, infatti, la Cina si presentava come l’unico paese che per estensione e popolosità poteva compararsi alla Russia e, di conseguenza, l’unica a poter minacciare – potenzialmente – l’indiscussa leadership del baffuto leader sovietico. Da quel momento, infatti, Stalin ed i suoi successori furono costretti a tenere in conto la presenza di un alleato spesso incomodo, pronto a mostrarsi più rivoluzionario e comunista di loro ad ogni occasione gli si presentasse.


E l’occasione non tardò ad arrivare, già i primi del 1950 Kim Il Sung, a capo della comunista Corea del Nord, ritenendo il momento storico carico di spirito rivoluzionario – vista la svolta cinese del 1949 – e quindi opportuno per colpire il capitalismo, pianifica l’invasione dell’occidentale, ma non propriamente democratica, Sud Corea, cui governo si riteneva responsabile di massacri e torture a sospetti comunisti. Per ottenere il supporto necessario, Kim Il Sung non esita a giocare tra Mao e Stalin.

Come detto, Stalin non aveva alcuna intenzione di espandere il Comunismo con il rischio di irritare i rivali americani, ma non poteva neppure mostrarsi debole agli occhi dei “compagni” di tutto il mondo. Vista quindi la ferma decisione di Mao di appoggiare l’invasione a costo di mettere in pericolo l’esistenza stessa della giovane Repubblica Popolare – espressione di una fermezza ideologica che Stalin manco si sognava –, lo Zio Jo non poté che ingoiare l’amaro boccone e approvare l’operazione nella convinzione/speranza che gli yankee non sarebbero intervenuti, e comunque, in quel caso, non avrebbe esitato ad ordinare la ritirata.

A riprova della spesso scarsa lungimiranza del baffo, gli americani non tardarono ad intervenire ed il suo progetto di ritirata fallì al cospetto della risolutezza cinese di voler soccorrere i “compagni” in difficoltà. Stalin si rimangiò l’ordine di ritirata, ma da quel momento il maggior apporto alla parte comunista del conflitto venne dato dalla Repubblica Popolare Cinese che ebbe il coraggio di confrontarsi con gli americani.


La guerra si concluse con un nulla di fatto. I confini tornarono ad essere quelli precedenti al conflitto. La leadership dello Zio Jo rimase indiscussa, ma da lì a poco finì la sua carriera dittatoriale. Fatto più rilevante fu il radicale aumento dell’appeal cinese presso paesi neo-comunisti, o comunque neo-indipendenti, che dette al paese nuova forza permettendogli di opporsi in più occasioni ai successivi leader Krushev e Brezhnev in un’escalation di frizioni che culminarono alla fine degli anni Settanta quando i due paesi più grandi al mondo giunsero a posizionare i propri eserciti lungo i rispettivi confini.

A sessant’anni dal 1° Ottobre 1949 la situazione mondiale è ulteriormente cambiata. L’Unione Sovietica del fratellone maggiore Jo è scomparsa, mentre la caparbia Cina del piccolo Mao è lanciata verso la conquista del primato mondiale.

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