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Scritto da nel Economia e Mercati, Numero 64 - 1 Novembre 2009 | 1 commento

La crisi nel baltico: economia e geopolitica sotto la minaccia dei gasdotti

Edward Lucas, giornalista britannico esperto di Europa centrale e orientale, ha recentemente descritto in un articolo per il Foreign Policy,1la situazione disastrosa in cui oggi si trovano i paesi baltici, fino a poco tempo fa considerati veri e propri “fiori all'occhiello del mondo ex-comunista”. I ristoranti deserti di Tallinn, Riga e Vilnius, i cantieri fermi, i bassi prezzi negli hotel di lusso e le difficoltà politiche sono alcuni degli esempi tangibili, riportati da Lucas, delle problematiche con cui oggi si confrontano Estonia, Lettonia e Lituania.
In quanto economie piccole e aperte, strettamente legate alle performance dei paesi vicini, hanno indubbiamente risentito in misura maggiore degli effetti della recessione globale. Con la recessione infatti la domanda di prodotti baltici, soprattutto generi alimentari, mobili, turismo, sta crollando sia sui mercati europei che in Russia. Nel primo semestre del 2009 il pil è calato del 15% su base annua in Estonia, del 18% in Lettonia e del 12% in Lituania.
Una situazione analoga si era verificata nel 1998 quando una forte recessione economica aveva travolto la Russia, all'epoca ancora rilevante partner commerciale dei tre paesi, ed i primi segnali di ripresa si sono registrati in concomitanza con la ripresa dell'economia russa all'inizio del 1999. E' importante ricordare però che proprio dalla fine degli anni novanta è cominciato il crescente allontanamento, anche da un punto di vista commerciale, dalla Russia. Come testimoniano i dati del Fondo Monetario Internazionale, sono progressivamente aumentati i rapporti commerciali con paesi dell'Unione Europea, specialmente con Germania, Regno Unito, Polonia, Svezia e Finlandia. Basti pensare che nel periodo 2000-2007 si è assistito ad un calo delle esportazioni verso la Russia pari all'8%, e ad un parallelo aumento di quelle verso la UE del 10%. Allo stesso modo sono diminuite le importazioni dalla Russia del 4.2% e sono aumentate quelle dalla UE di circa il 6%.
Tra i settori che hanno risentito maggiormente della crisi russa di fine anni novanta spicca fra tutti quello bancario. Le banche baltiche che avevano investito a breve termine sul mercato russo sono state fortemente penalizzate. Non è un caso che dal 2000 in poi il settore sia stato progressivamente gestito da banche straniere fino ad arrivare nel 2007 ad una percentuale di banche detenute da gruppi stranieri pari al 97.1% in Estonia (in cui è particolarmente forte la presenza di due gruppi bancari svedesi Hansabank e SEB), al 56.0% in Lettonia ed al 91.7% in Lituania.
La fiducia degli investitori stranieri è cresciuta ulteriormente in seguito all'adesione all'Unione Europea e alla NATO nel 2004, portando ad una rapida crescita delle tre economie. A differenza della Russia, la cui crescita economica è distorta e basata prevalentemente sul petrolio, la prosperità dei tre paesi baltici si basa sul settore manifatturiero, sui servizi e sull'alta tecnologia (un esempio fra tutti, è stato un gruppo di ragazzi estoni ad inventare nel 2002 il programma Skype). Per anni il modello di crescita baltica – ed in particolare dell'Estonia – fatto di tassazione non progressiva, governo snello e innovazione è stato studiato in tutto il mondo.
Oggi ci si chiede se i paesi baltici riusciranno a riprendersi grazie a quella flessibilità e determinazione dimostrate in passato. Ma rispetto alla fine degli anni novanta la situazione globale è notevolmente cambiata. La loro crisi economica coincide con l'ascesa politica di una Russia sempre più nazionalista ed aggressiva che riporta alla luce una questione geo-politica con radici ben radicate nel tempo.
Estonia, Lettonia e Lituania sono forse i satelliti sovietici della cui perdita il Cremlino risente maggiormente. In generale la Russia, sia con Putin che con Medvedev, non ha mai nascosto la sua volontà di avere ancora oggi una sorta di diritto di riguardo nei confronti del suo ex impero, in modo da potere fermare ciò che non gradisce. Le fiorenti economie e le vivaci società aperte baltiche di fine anni novanta erano in netto contrasto con il capitalismo autoritario oltre confine. L'entrata nella UE e, soprattutto, nella NATO nel 2004 è stata vista dai tre paesi baltici come un riparo e da una parte del blocco occidentale come una vittoria ex post nei confronti della Russia stessa. Certamente ha rappresentato la formalizzazione di quell'impegno a ripulire e modernizzare le macerie dell'ordinamento totalitario che già nei fatti si stava verificando.
In realtà però non ha comportato l'auspicata fine delle interferenze russe nella vita politica ed economica dei tre stati. Per quanto riguarda la NATO, con l'adesione si è evitato di fare riferimento alla questione più spinosa: quella della difesa delle nuove frontiere dell'Alleanza Atlantica con la Russia. Non sono stati predisposti piani di emergenza per proteggere gli stati baltici. Oggi la NATO è presente in Estonia, Lettonia e Lituania con una squadriglia di aerei da combattimento forniti a rotazione dagli altri stati membri, che si rivelerebbero tuttavia inadeguati nel caso di attacco russo che, dopo il conflitto del 2008 in Georgia, è uno scenario da non sottovalutare.
Per quanto riguarda la UE, i rapporti politici ed economici dei singoli stati con la Russia lasciano poco spazio all'ipotesi di formulare una strategia comune ben definita a difesa dei tre stati baltici. Il rapporto Power Audit of EU-Russian Relations2, pubblicato nel 2007 dall'European Council of Foreign Relations, ha classificato i paesi UE in base alle loro relazioni con la Russia, dai “cavalli di Troia” ai “guerrieri della nuova guerra fredda”, mostrando i diversi livelli di fiducia e dipendenza commerciale dall'ex colosso sovietico e quindi la disponibilità ad avere una relazione più o meno ostile con il Cremlino.


“Cavalli di Troia”
Cipro, Grecia
“Partner strategici”
Francia, Germania, Italia, Spagna
“Pragmatici amichevoli”
Austria, Belgio, Bulgaria, Finlandia, Ungheria, Lussemburgo, Malta, Portogallo, Slovacchia, Slovenia
“Pragmatici gelidi”
Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Irlanda, Lettonia, Paesi Bassi, Romania, Svezia, Regno Unito
“Guerrieri della nuova guerra fredda”
Lituania, Polonia


L'arma più efficace della Russia sono gli incentivi e le pressioni economiche, in particolare nell'offerta di energia. L'esempio più impressionante è l'uso dei gasdotti ereditati dall'Unione Sovietica. La Russia usa nei confronti dei tre ex paesi satellite l'arma energetica con sorprendente frequenza e abilità, conscia del fatto che qui – a differenza degli altri paesi occidentali – non ci sono altre fonti indipendenti di approvvigionamento.
Le strette energetiche a cui sono sottoposte Estonia, Lettonia e Lituania vengono giustificate in base a motivazioni tecniche, oppure vengono chiamati in causa azioni di sabotaggio o disastri naturali. Un caso fra tutti è stato quello della raffineria di Mazeikiai in Lituania che, insieme al terminale petrolifero della città di Ventspils in Lettonia, sono i principali target di rilevamento per i giganti energetici della Russia. Nel 2006, in seguito alla vendita di Mazeikiai ad una compagnia energetica polacca, la PKN Orlen, la Russia ha tagliato i rifornimenti all'oleodotto che alimentava la raffineria dicendo che aveva bisogno di riparazioni. Un'offerta lituana di esaminare il problema e contribuire ai costi di riparazione è stata bruscamente rifiutata. La Lituania oggi sta importando il petrolio dal suo terminale costiero di Butingò. Allo stesso modo nel 2007, in seguito alla decisione del governo estone di spostare un monumento ai caduti sovietici nella seconda guerra mondiale dal centro di Tallinn a un cimitero militare, il Cremlino ha tagliato le forniture di petrolio.
Indubbiamente finché i paesi baltici non avranno consolidato le loro economie e loro istituzioni politiche, completando il processo di integrazione nel mondo occidentale, non saranno al sicuro. La situazione nel Baltico mette in evidenza però altre criticità, legate principalmente all'esistenza di un mercato energetico unico europeo.
Quello dell'energia è probabilmente il principale settore in cui si scontrano il sistema liberale, di mercato della UE e l'approccio dirigista e monopolista del Cremlino. Il “dialogo sull'energia” avviato tra UE e Russia nel 2000 ha portato a ben pochi risultati ed a pagare le spese maggiori sono quei paesi che, per diverse ragioni, dipendono totalmente dalle politiche di gestione delle risorse prime russe.

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1 Commento

  1. I paesi baltici non hanno recentemente risentito in maniera molto grave di un errore da parte dell'FMI nel calcolare il debito estero di tali paesi? Tale errore avrebbe comportato un elevato aumento del rischio dei paesi baltici con conseguenti danni per l'economia?
    Se così fosse, i pericoli per l'economia baltica non sarebbero solo quelli relativi al mondo russo, ma anche quelli provenienti dal “mondo libero”.

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