Pages Menu
RssFacebook
Categories Menu

Scritto da nel Economia e Mercati, Numero 68 - 1 Aprile 2010 | 0 commenti

Il prezzo della parità

Qualche giorno fa la mia nipotina ha chiesto a mia madre: “Perché non vai in pensione?”. Probabilmente la domanda è sorta ha causa dell'associazione che la piccola ha fatto tra i capelli grigi di mia madre e l'idea di pensionato che ha in mente. In effetti, a mia madre, dipendente pubblico dal 1975, il miraggio della pensione è apparso una prima volta quando le mancava poco al raggiungimento degli agoniati 19, 6 mesi e 1 giorno di servizio, prima della riforma Amato. Una seconda volta l'immagine ammaliatrice di lei dedita ai suoi hobbies si è dissipata qualche mese fa, dopo l'annuncio della pronuncia della Corte Europea.

Un veloce excursus storico sulla legislazione previdenziale italiana, mette in risalto come gli anni '90 abbiano segnato uno spartiacque. L'impossibilità di mantenere un sistema contributivo a ripartizione a causa dell'andamento demografico che ha intaccato la collaborazione intergenerazionale1, ha determinato da un lato l'introduzione di forme di previdenza complementare ed integrativa e dall'altra l'innalzamento dell'età pensionabile. La riforma Amato2 nei primi anni '90 trasla la soglia per la pensione di anzianità di 5 anni per lavoratori e lavoratrici, lasciando inalterato il divario di trattamento tra i sessi. Qualche anno più tardi, la legge n. 335 del 1995 (Riforma Dini) sancisce il passaggio definitivo al sistema contributivo. Ultimo intervento per quel decennio, la Riforma Prodi (1997) inasprisce ulteriormente i requisiti d'età.

Recentemente la Corte Europea ha condannato3 l'Italia per discriminazione di genere proprio in materia di pensionamento. Per una volta ad essere discriminato non è stato il gentil sesso. La disomogeneità di trattamento sfavoriva gli uomini, costretti ad accedere alla pensione di vecchiaia a 65 anni, 5 in più rispetto alla soglia per le donne. Non essendo fattibile un abbassamento a 60 per tutti, la parificazione è avvenuta elevando gradualmente l'età di pensionamento femminile. Circa 110 mila donne tra i 58 e i 60 anni (tra cui mia madre) sono direttamente interessate da questa riforma, 89.710 lavoratrici tra i 60 e i 64 dovranno rimanere al lavoro fino a 65 anni per il mancato raggiungimento dei requisiti contributivi4.

La discussione sul tema è animata. Da un lato, sembra naturale la parificazione dell'età pensionabile se consideriamo alcuni semplici dati demografici. Le donne vivono, in media, più a lungo degli uomini. Inoltre, se nel 1950 (periodo della determinazione della soglia di età pensionabile femminile a 55 anni) la speranza di vita alla nascita di una donna era di 67, oggi è di 84, sei anni più di un uomo. Mantenendo il precedente requisito di anzianità, una donna oggi peserebbe sulle casse previdenziali per 24 anni, mentre un uomo solo 13. La parificazione dei requisiti di anzianità riduce questo divario.

Lo stesso aumento del numero delle lavoratrici nel secondo dopoguerra ha gravato sulle casse della previdenza pubblica. Se negli anni '50 il pagamento delle “pensioni di giovinezza” sembrava possibile dato l'esiguo numero di lavoratrici nella pubblica amministrazione, oggi il volume di queste baby-pensioni risulterebbe troppo gravoso da sostenere.

In Italia, secondo dati ISTAT il 53% dei pensionati è di sesso femminile. In media la maggior parte delle donne in pensione si colloca su una fascia di reddito al di sotto dei 750€ mensili, mentre per gli uomini la mediana si colloca intorno ai 1.250€. Tra coloro che ricevo dai 3.000€ in su, solo il 18% è di sesso femminile. Il risparmio cumulato grazie allo spostamento della soglia di 5 anni raggiunge, secondo la stima fatta da Petucco e Rainato pubblicata su Lavoce.info (2009), la somma di un miliardo di euro.

Un altro elemento a favore del prolungamento della vita lavorative femminile è l'aumento di possibilità di carriera dato. Dopo aver assolto il loro ruolo di madre sfruttando la neo-introdotta flessibilità nel mercato del lavoro, le donne possono concentrarsi sulla carriera in età più matura, quando il loro contributo alle attività domestiche si riduce e l'esperienza accumulata può tradursi in un vantaggio competitivo.

Rimangono però molte le perplessità. Se è vero che da qualche parte era necessario cominciare, d'altro canto è vero anche che le lavoratrici coinvolte dalle varie riforme, erano state assunte con la promessa di poter andar in pensione dopo 19 di servizio. Questa situazione rende frustante il permanere nel mercato del lavoro perché imposto dall'alto e non frutto della scelta individuale. Al momento dell' assunzione, le scelte di pianificazione familiare erano basate sulla prospettiva di lavorare per una ventina d'anni.

La parificazione della soglie d'età non risolve il problema della disparità di reddito da pensione. La discontinuità contributiva e le storie contributive più corte legate alla crescita dei figli comportano la maturazione di importi pensionistici ridotti e, di conseguenza, la necessità del raggiungimento della soglia di anzianità per il recepimento della pensione. Rimane, quindi, un divario di genere cospicuo in termini di reddito anche tra i pensionati.

Va inoltre considerato il fatto che una donna svolge simultaneamente due tipi di lavoro: quello retribuito e quello domestico. Il calcolo dell'anzianità si basa ovviamente sugli anni lavorati al di fuori delle mura domestiche. Una semplice simulazione ci dà l'idea della disparità di tempo dedicato al lavoro (familiare e come dipendente) tra uomini e donne.

Si considerino moglie e marito che raggiunta l'età del 655 anni vogliano calcolare la quantità di ora dedicate al lavoro (somma delle ore lavorate a casa e in ufficio). Con un esercizio di astrazione, si presupponga che entrambi abbiano iniziato a lavorare come dipendente pubblico all'età di 30 anni. I dati ISTAT indicano che a quell'età, una donna italiana ha in media due figli, uno di sei e uno di due anni. All'età di 65 avranno entrambi lavorato per un ammontare di 59.220 ore6 (pari a 35 anni). Il computo delle ore di lavoro domestico è meno automatico. Il tempo dedicato alla cura dei figli e della casa decresce con la crescita e l'uscita dal nucleo familiare della prole. Rimane in ogni caso un ammontare di tempo che la donna dedica al lavoro domestico anche quando rimane sola con il marito. Il totale delle ore lavorate da una donna per la famiglia è di 52.166, che equivalgono a circa 31 anni7 di lavoro retribuito. Il contributo domestico del marito è stato calcolato, secondo le stime di Sabbadini8 2008, come percentuale rispetto al lavoro della moglie. Da questa simulazione, semplicistica nei suoi assunti, risulta che se calcolate come ore retribuite, le ore di lavoro dedicate alla famiglia del marito equivalgono a poco più di 7 anni. Considerando quindi l'ammontare totale delle ore di lavoro in ufficio e a casa e trasformandole in anni di lavoro emerge come, in 35 anni di attività, una donna lavori ben 23 anni in più del marito.

In conclusione, la parità di trattamento per l'età pensionabile è una naturale conseguenza dell'allungamento della speranza di vita e potrebbe contribuire ad aumentare il numero delle donne in carriera. La parificazione di trattamento tra i sessi non considera, però, alcune persistenti disparità presenti nel mercato del lavoro italiano. Le donne che, oltre al lavoro, si sono occupate dei figli dovrebbero potersi veder compensato il loro ruolo con sgravi nel raggiungimento della soglia pensionistica. Questo potrebbe migliorare la situazione soprattutto di quelle madri che riescono a maturare il solo diritto alla pensione di vecchiaia. Per poter finalmente proclamare la parità di genere, almeno a livello lavorativo, è necessario inoltre innalzare fino al 50% il contributo maschile nelle attività domestiche. Obiettivo questo difficilmente raggiungibile, anche con l'intervento della Corte Europea.

Donna

Anni di lavoro

Settimane lavorative

Ore lavorate

Descrizione anni di lavoro

Totali

Suddivisione

Settimanali

Totale

Lavoro

35

35

1645

36

59220

59220

retribuzione valida ai fini pensionistici

Famiglia

35

6

312

46

14352

52166

fino a quando il primo figlio ha 18 e il secondo 14

6

312

32

9984

fino a quando il primo figlio ha 12 e il secondo 9

6

312

23

7176

fino a quando il secondo figlio esce dal nucleo familiare

7

378

23

8694

fino a quando il primo figlio ha 24 e il secondo 18 e il primo figlio esce dal nucleo familiare

10

520

23

11960

Solo marito

tot.in unità misura di lavoro

65.8

3094.1

36

111386

Uomo

Anni di lavoro

Settimane lavorative

Ore lavorate

Descrizione anni di lavoro

Totali

Suddivisione

Settimanali

Totale

Lavoro

35

35

1645

36

59220

59220

retribuzione valida ai fini pensionistici

35

6

312

8.4

2612.5

12205.7

Famiglia

6

312

5.8

1817.4

2

104

4.2

435.4

4

208

6.6

1373.0

cambio dello share di partecipazione dell'uomo alle attività domestiche

7

364

6.6

2402.8

10

540

6.6

3564.6

tot.in unità misura di lavoro

42.2

1984.0

71425.7

Bibliografia


Cirilioli, D. (2009), Pensioni in rosa senza galanterie, In un'analisi dell'Inpdap l'impatto delle novità per i lavoratori del pubblico impiego, http://www.microsoft.com/italy/pmi/lavoro/speciali/pensionirosa/default.mspx (visitato il 22. 03.2010)

Dragosei, L. (2998), Come vanno in pensione le donne europee, www.centroeuropearicerche.it (visitato il 22. 03.2010)

Petucco e Rainato (2009), Uguali di fronte alla pensione, 17.03.2009, www.lavoce.info (visitato il 22. 03.2010)

Sabbadini, L.L. (2008), L'occupazione femminile in Italia, www.correnterosa.org/joomla/images/stories/pps/sabbadini.pps, (visitato il 22. 03.2010)

www.istat.it

1 In un sistema retributivo a ripartizione gli adulti in attività, grazie al contributo previdenziale versato, mantengono coloro che percepiscono una pensione. A loro volta, nel momento di ritirarsi dal lavoro, si affideranno ai contributi che in quel periodo saranno versati dalle generazioni future per il pagamento della pensione.

2 D.Lgsl. 30-12-1992 n.503

3 La sentenza della Corte Ue C-46/2007 ha condannato l'Italia per discriminazione, perché non offre garanzie di parità di trattamento tra uomini e donne sul pensionamento dei dipendenti pubblici iscritti all'Inpdap (la sentenza non riguarda, invece, il settore privato gestito dall'Inps). L'articolo 22-ter del dl n. 78/2009 (convertito dalla legge n. 102/2009) prevede nell'arco di dieci anni, dal 2010 al 2018, l'innalzamento del requisito di età di un anno ogni biennio: dal prossimo 1° gennaio 2010, con il requisito fissato a 61 anni di età, fino al 1° gennaio 2018, il requisito d'età si assesterà a 65 anni.

4 La riforma obbligherà 89.710 a rimanere al lavoro fino al raggiungimento dell'età o dell'anzianità utile per il pensionamento. L'analisi Inpdap prende in considerazione gli anni dal 1996 al 2008. Su un totale di 478.272 considerate, il 18% è riferibili a lavoratrici con un'età compresa tra i 60 e i 64 anni e con un'anzianità inferiore a 35 anni. Fonte: Indap


5 Per rendere più concreta questa simulazione e poter utilizzare riferimenti statistici riguardanti la struttura familiare, si presupponga di essere nell'anno 2015. Moglie e marito sarebbero quindi della stessa coorte (1950). Il primo figlio nasce all'età di 24 anni, mentre il secondo all'età di 28.

6 Le ore di lavoro sono state calcolate moltiplicando 35 di servizio*47 settimane annue (al netto delle ferie)*36 ore settimanali.

7 Per calcolare l'equivalenza, sono state suddivise le ore per 36 ore settimane e le settimane per 47 (numero di settimane lavorative annue per un dipendente.

8 Fino al 1994 il contributo dell'uomo nei lavori domestici è stato stimato del 15.4%, mentre è aumentato negli ultimi anni fino al 22.3%

Scrivi un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>