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Scritto da nel Numero 73 - 1 Ottobre 2010, Scienza | 0 commenti

Fra ottobrate e libecciate

Autunno come fine di una bella stagione o come inizio di un nuovo ciclo? Certo che indagando solo il nostro stato psicofisico di questi giorni, fra l'inebetito e il depresso, vien da sposare la prima ipotesi. Del resto come non avvilirsi di fronte al repentino processo di sbiancamento del viso che colpisce chiunque non abbia la “fortuna” di lavorare all'aperto, anche quegli stoici che resistono alla maniacale abitudine di lavarsi di continuo? Come tollerare il risvegliarsi delle gastriti anziché l'aggressione delle prime sindromi influenzali, che peraltro incidendo sul Pil nazionale, in funzione di uno degli ultimi diritti dei lavoratori rimasti, quello alla malattia, rafforzano anche il declino dell'economia? Come scacciare dalla mente i freschi ricordi di libere “sguazzate” nell'acqua, più o meno cristallina, dei mari mediterranei, mentre si organizzano complicati percorsi alternativi per scansare gli ingorghi del traffico cittadino?

Se però ci approcciamo in altro modo potremmo soffermarci sull'etimologia della parola autunno e verificare che essa deriva dal latino “auctumnus”, a sua volta derivante da “auctus” che è il participio del verbo “augere” che significava aumentare, accrescere e dunque anche arricchire. L'autunno infatti, per la gente dei campi, è ad esempio stagione di vendemmia e di raccolta delle olive e dunque un momento in cui poter vendere i frutti della semina e del lavoro fatti durante la calda estate e per reinvestire tali capitali.

Inquadrando il tema da tale angolazione forse potremmo scuoterci dall'ineluttabilità del torpore e della malinconia, sindrome che pare colpire ormai ogni ambito della società, in primis quello della politica, dove si rimane mestamente in attesa che si concluda una stanca stagione di risse e inerzie, senza porsi però l'obiettivo di un rinnovamento e una rifioritura, anzi quasi con l'angoscia dell'incombere di un tetro inverno.

Meteorologicamente parlando, il bicchiere mezzo vuoto dell'autunno, fatto di brume, grigiori, ingiallimenti della natura e preclusioni visive e mentali, potrebbe essere rimpiazzato dal bicchiere mezzo pieno fatto di tinte vivaci, di rimescolamenti dell'aria, di “ottobrate” assolate.

L'autunno, specie nel suo insorgere, è capace di regalare almeno due fenomeni che, quando non eccessivi, debbono senz'altro essere ascritti al campo delle positività: le piogge ed il vento. La sua intrinseca dinamicità permette infatti piogge benefattrici che, oltre a elargire messi di funghi, ridanno linfa ai terreni inariditi dalla calura estiva, preparandoli alla nuova semina; e parimenti favorisce l'irrompere di venti impetuosi, di norma dai quadranti occidentali, che ricambiano la circolazione dell'aria e ripuliscono gli orizzonti. Quindi anche nella versione malmostosa non va demonizzato; figurarsi se esso si presenta con la livrea buona, come spesso accade, ossia con le classiche “ottobrate”, che, sebbene romane per antonomasia, sono estensibili all'intera nazione. D'altro canto, con buona pace delle camice verdi, Roma ha da sempre propagato vizi e virtù.

Le ottobrate si sostanziano in un periodo, più o meno lungo, di luminose ed assolate giornate, caratterizzate da valori della temperatura assai miti. Un tepore diffuso che ci riporta all'estate e che viene determinato da spanciamenti verso est dell'anticiclone azzorriano o verso nord dell'anticiclone sub sahariano; in questo secondo caso nelle regioni meridionali si registrano situazioni anche estreme con temperature che tornano a varcare la soglia dei 30°. In generale si assiste ad un richiamo di calde correnti meridionali che trascurano un po' solo le regioni di Nordovest, più esposte alle “ripassate” delle perturbazioni atlantiche e generalmente soggette ad un maggiore tasso di umidità in tale stagione.

In alcuni casi le correnti meridionali hanno natura “prefrontale”, ossia divengono via via più tese piegando maggiormente da ovest e scorrono ad anticipare l'ingresso nel bacino del Mediterraneo di un fronte perturbato proveniente dalle isole britanniche e dalla Francia. Proprio in tali situazioni si alternano ottobrate e libecciate. Quest'ultime sono difatti veementi correnti d'aria che investono lo Stivale da sud-ovest e che sono ben conosciute dalle popolazioni tirreniche, le quali in alcuni casi subiscono danni anche ingenti sulle coste esposte: saltano come birilli le ormai impacchettate infrastrutture balneari della Versilia, della Maremma, dei litorali laziali e campani; si interrompono i collegamenti marittimi con le isole minori e a volte persino con la Sardegna; se i venti persistono anche all'arrivo della perturbazione, rendono i rovesci piovosi delle potenziali bombe d'acqua.

Inoltre il libeccio essendo, oltre che impetuoso, anche assai caldo, quanto meno nel sud Italia, distrugge raccolti e piante di fine estate e dunque non è un vento particolarmente apprezzato da coloro che campano in base ai capricci della natura.

Il termine libeccio deriva forse da Libia, nome con cui veniva identificata l'Africa sull'isola di Zante, la quale è il luogo geografico eletto punto di riferimento della denominazione dei venti. In definitiva esso, nell'ambito di un generale riscaldamento delle terre raggiunte, può mostrare un volto mutevole che va da una fase in cui spira leggero, a livello di brezza, inserito in un contesto anticiclonico ed allora si somma e contribuisce alle ottobrate, ad una fase in cui comincia a spingere sull'acceleratore a precedere l'avanzata del maltempo da ovest, ad una fase in cui è protagonista di quest'ultimo, caricandosi di umidità e piogge che scaraventa poi con forza sulle coste del Tirreno.

Ottobrate e libecciate, ovvero stabilità e serenità da un lato e rapide rivoluzioni d'aria dall'altro, un mix che se traslato all'evoluzione della società fa pensare a tempi migliori allorquando il trend era quello di una crescita sociale e culturale prima ancora che economica. Ad oggi purtroppo prevale invece un tenace quadro di confusione collettiva e si respira nell'aria il tanfo della muffa; in tal senso si registra una situazione più simile a quella dell'autunno classico, leopardiano, ove nebbie e umidità la fanno da padrone. Non è mai troppo tardi però per svegliarsi dal torpore e per scrollarsi di dosso la veste spensierata dell'estate. E del resto la storia di questo secolo insegna che l'autunno non è mai stato un periodo di ripiegamenti ma di grandi slanci ideali (rivoluzione russa e autunno caldo), aldilà degli esiti finali. Considerazione quest'ultima di natura squisitamente statistica volutamente in linea con una neutralità “mentaniana” (bum!!!!).

Un cenno all'evoluzione meteo per dire che proprio le ottobrate potrebbero essere le protagoniste della prima metà del mese di ottobre; dopo la sferzata fredda con aria scesa dal Baltico che ci ha costretto in questo fine settembre a tirar fuori giacche e copertine dall'armadio e dopo un po' di piogge, anche abbondanti nel Nordovest ed in Toscana a cavallo del weekend, sebbene i modelli fatichino a destreggiarsi nel braccio di ferro fra avanzate perturbate atlantiche e rimonta anticiclonica, ritengo di poter affermare che, specie al centro-sud (dove si riuscirà anche a tornare al mare), potremo goderci bellissime giornate di sole che, specie nelle ore diurne, magari anche fra lo scorrere di innocue nubi, ci faranno spogliare. Quindi portate le vostre donne ed i vostri uomini all'aria aperta.

Da metà mese in poi chissà…magari arriveranno le grandi piogge strutturate, quelle a componente sciroccale, magari salterà la maggioranza di governo, magari andrà in vetta alla classifica il Palermo di Pastore. Chissà… Sarei “maco” se lo sapessi. Accontentatevi del bicchiere mezzo pieno.

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