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Scritto da nel Arte e Spettacolo, Numero 74 - 1 Novembre 2010 | 2 commenti

L'humus cantautoriale degli anni Zero





Mio padre, che all'inizio degli anni Settanta era appena ventenne, aveva, davanti al juke-box del bar, la possibilità di scegliere se donare la sua moneta a Iva Zanicchi, a Francesco Guccini o ai Led Zeppelin.

Nel 2000, quando vent'anni li avevo io, nei rarissimi juke-box che si potevano ancora trovare in giro, non potevo scegliere se dare la mia moneta ad Alex Britti, a Bugo o ai Blonde Redhead… forse la potevo dare a Max Gazzè, non di certo ai Blonde Redhead, meno che mai a Bugo.

Il fatto stesso di non aver scelta, dava a tutti noi ascoltatori, al principio degli anni Zero, la misura del monopolio che le major (mal governate in Italia dalla Caselli e dalla Maionchi) avevano imposto sulla distribuzione dei prodotti discografici nazionali, più o meno a partire dal 1995.

Questa data, che a detta di moltiindica la fine dell'età migliore della scena alternativa italiana, segna approssimativamente anche la fine di un modo di fare produzione discografica: si smette di rischiare, si smette di investire sulle nuove idee, e si smette perciò di puntare su prodotti musicali che non “assomigliano” ad altri prodotti musicali già avviati. Ed è questa viltà diffusa a creare le premesse per il proliferare delle etichette indipendenti, fino ad allora appannaggio quasi esclusivo delle frange integraliste del Rock, dal Punk al Mod, dall'Hard-core al Metal.

Naturalmente dal 2000 ad oggi sono cambiate alcune cose per chi fa musica, una per tutte la visibilità offerta da siti di condivisione quali Myspace e, in un secondo momento, YouTube, nonché dai numerosi network sociali.

Ma ciò che caratterizza maggiormente questa temperie musicale è l'estendersi del concetto del “do it yourself”, fattelo da solo (DIY), dall'autoproduzione all'autopromozione.

La possibilità di incidere i propri brani a casa propria, utilizzando programmi per la registrazione e l'editing musicale (sono sufficienti un pc, una scheda audio e un microfono) ha inoltre fatto sì che lo stesso concetto del DIY si estendesse anche al polistrumentismo: a partire da Bugo sono infatti innumerevoli i cantautori indipendenti che all'interno dei loro dischi suonano tutti (o quasi tutti) gli strumenti, anche quando gli stessi artisti passano ad etichette discografiche di maggiore importanza.

E non è da trascurare il proibizionismo dei decibel, che costringe sempre più i locali dove si può fare ancora musica dal vivo (peraltro notevolmente ridotti) ad adottare misure drastiche, vale a dire vietare l'uso della batteria, un trend che a lungo andare stimola la formazione di nuovi organici, ma incoraggia soprattutto l'emergenza di progetti cantautoriali, allestimenti di set acustici e/o elettronici.

Il quadro che ho sommariamente tracciato circa la situazione musicale italiana, vuole così introdurre il problema del nuovo cantautorato, relegato dai media e dal mercato discografico ufficiale ai margini della cultura popolare, della quale malgrado tutto ancora si nutre; la quale vede invece troneggiare dei fenomeni da baraccone, pieni di talento ma privi di idee (o almeno di idee proprie).

È sconsigliabile domandarsi chi è il nuovo De André o il nuovo Piero Ciampi. È invece auspicabile capire chi, nel fitto sottobosco dei nuovi cantautori, sa distinguersi per le tematiche che affronta, per come le affronta, per i rischi che corre. E allora si, che emerge lo spessore di Pier Paolo Capovilla (“Il Teatro degli Orrori”), probabilmente l'unico personaggio italiano che, rinnovando in chiave noise rock la lezione di Carmelo Bene, sia ancora capace di fare della critica sociale, riuscendo con ciò a richiamare ai suoi concerti fiumane di persone che ancora trent'anni fa sarebbero andate ad un comizio, e che oggi lasciano vuote le sedi di partito. Altrettanto impegnato ed aggiornato sulle contingenze politiche, senza per ciò risultare didascalico, spicca Alessio Lega, degno perpetratore della tradizione cantautorale anarchica.

Chi ancora non si fosse reso conto dell'enorme portata sociale di certo Hip Hop, farebbe bene a prestare un po di attenzione ai testi di Dargen D'Amico, perpetratore anch'egli, e a suo modo, di un'altra importante tradizione che, a torto, non viene ancora considerata cantautorato.

Come è ovvio, laddove i vantaggi del soft-ware per la produzione musicale sono alla portata di tutti, non manca poi una frangia importante di sperimentatori, dal taglio soprattutto minimale e per certi risvolti demenziale, come Gioacchino Turù, che costruisce grottesche parodie di brani midi simili a musiche di vecchi videogiochi alla Bubble-Bubble su cui ripercorre episodi personali, con tanto di catarsi finali; Mirku, fautore di tappeti elettronici di supporto a tesi zoo-centriche; o come Dino Fumaretto, che gioca sulla scarsa empatia creata dall'accostamento di strumenti quali il pianoforte e l'armonica fuori scala.

Di stampo più pop, caratterizzati da arrangiamenti raffinati, troviamo il già consolidato Paolo Benvegnù, Pino Marino e Roberto Angelini; quest'ultimo, oltre ad essere un valido polistrumentista, è anche autore delle animazioni in plastilina dei suoi video.

E non demordono i cantautori di stampo più tradizionale, i menestrelli genovesi come Max Manfredi, capace di rileggere la quotidianità in chiave romanza, Augusto Forin e Federico Sirianni.

Una parentesi a parte meritano gli inossidabili esponenti della scena milanese, da Cesare Basile a Marco Parente, passando per Cristina Donà; quest'ultima vanta già una possibile discendenza in Simona Gretchen.

Sempre Milano offre una curiosa koinè di cantori da appartamento, primo fra tutti quella sorta di Morgan Castoldi sotto Prozac che è Dente.

La proposta, a mio avviso, più interessante offertaci da un simile humus culturale si chiama “Iosonouncane”. Costui è un cantautore cagliaritano che, fresco di primo album, ha rielaborato l'eredità di contenuto lasciatagli dai maggiori cantautori degli anni Settanta (De André, Ciampi e Battiato …tanto per non sbagliare) sulla forma-canzone di Battisti e del primo De Gregori, il tutto patinato da una corrosiva ostinazione psichedelica; Iosonouncane, oltre ad accompagnarsi con la folk, tesse infatti una fitta tramatura sonora, dove le batterie, prossime alla saturazione, accentano la meccanica dell'alienazione. A partire da questo problema si sviluppano le storie e le riflessioni di chi vive realtà sociali e lavorative paradossali, nelle quali la frustrazione e la brutale consapevolezza di essere interscambiabili viene ammorbidita dall'illusione del male minore.

Ma è interessante soprattutto la costruzione del testo, dove la ricerca del dettaglio la fa da padrone, e gli stessi dettagli, ingranditi fino all'iper-realismo, incarnano, esattamente come nel cinema di Elio Petri, il crudele parassitismo della classe dirigente: “brindano gli amministratori delegati con le bocche coperte di peli, i canini paleo-industriali, le lingue finto-inglese”.

D'altronde è lo stesso Iosonouncane a sostenere, in una sua canzone, che “la verità sta nei dettagli”. E proprio come nel cinema di Petri, sono i dettagli che contengono il seme della protesta; sono i dettagli che, isolati da tutte le convenzioni entro le quali siamo soliti incorniciarli, ci offrono molteplici livelli di lettura, salvandoci dalla superficialità delle letture univoche, offrendo alla nostra fantasia un'altra possibilità: tutto ciò che è didascalico appiattisce la mente, anzitutto tutto perché non la rispetta. Iosonouncane sa che le canzoni, in qualsiasi caso, non influenzano i gusti; e partendo da ciò, si impegna anche affinché non influenzino i livelli di lettura: vi lascia liberi di protestare come volete.

In conclusione i cantautori di oggi, impegnati o meno, salvo in rare occasioni (rare in quanto prive di retorica partigiana o antiberlusconiana), non svolgono più un ruolo di “desta-masse”, non sono più i Vate della contestazione; d'altronde la dispersione del mercato glielo impedirebbe.

I nuovi cantautori non si rivolgono alla folla tutta intera, ma ad ogni singola persona, una per una, o tutt'al più ad una quarantina scarsa di persone alla volta: quelle che si possono contare nei pochi intimi locali che ancora danno respiro a chi canta se stesso.

Sono isole felici dove potere dare un senso poetico al propri umori.

Isole felici soprattutto perché sono ancora tra le poche cose che ci andiamo a cercare; a volte ci trovano loro. Mai ci vengono addosso, come fanno invece la stragrande maggioranza delle radio nazionali, talmente uguali con i loro palinsesti commerciali e i loro dee-jay dalla risata facile, da risultare drammaticamente intercambiabili.

“Quattro e mezza di mattina

per la radio sono troppo stanco

il dee-jay non mi parlerà.

Sembra aver tutto così chiaro quello scemo

sembra sempre una sola la realtà

in cui non ho diritto di non essere felice

non sono meno vivo della mediocrità che mi propini”

(M. Agnelli)

2 Commenti

  1. bene

  2. bel tema interessante, con anche molte novità..si potrebbero aggiungere dei link per ascoltare direttamente le canzoni di molti di questi cantanti a me sconosciuti…anzi la tematica si potrebbe anche approfondire in più articoli

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