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Scritto da nel Letteratura e Filosofia, Numero 74 - 1 Novembre 2010 | 0 commenti

Pasolini contro la rivoluzione

Quando pensiamo alla rivoluzione del '68, ricordi di azioni mai vissute, che riviviamo nei ricordi, nelle parole, nelle cicatrici che ha lasciato, non possiamo fare a meno di vederla con gli occhi degli studenti. Quegli occhi rappresentano lo sconvolgimento dello status quo, la volontà di cambiamento, lo stravolgimento del sistema, o con quelli delle istituzioni che rappresentavano la tradizione, l'ancient regime. I due racconti sono antitetici, figli delle diverse posizioni che assume la storia nelle parole di chi la racconta.

Molto interessante diventa il resoconto artistico che fa un artista come Pier Paolo Pasolini: con tratti surreali e quasi allegorici dipinge quegli anni con il suo personalissimo punto di vista, che se non possiamo considerare obiettivamente attendibile ci può dare comunque nuove e diverse chiavi di lettura.

Pasolini rivalutò in corso d'opera le sue idee sul '68, alternando euforia e disincanto: in un primo tempo aveva accettato la ribellione dei giovani contro le autorità, vista come un atto simbolico di superamento di un mondo squallidamente borghese per tendere ad ideali nuovi. Pasolini capì successivamente la sterilità del movimento, che avrebbe decretato la sua morte: un modello, per essere superato, deve essere sostituito da un altro modello, mentre quella negazione a prescindere di tutta la tradizione e dei modelli del passato avrebbe portato ad un autismo etico e concettuale, inutile ai fini del cambiamento. Interessante è infatti il fatto che nessun movimento culturale sia nato dalla rivoluzione del '68, che non edificò solide fondamenta culturali su quello che aveva distrutto.


In Petrolio, l'opera più surreale, misteriosa e pregna di significato di Pasolini, troviamo un'analisi sociale riguardo i caratteri dei giovani rivoluzionari del tempo che scandiscono la loro evoluzione. Il nome del capitolo è paradigmatico: “Come dovevano essere i giovani uomini nel '69″.


Il protagonista, Carlo, appartiene alla generazione precedente, quella borghesia del dopoguerra che si avviava a conquistare la nuova forma di potere, costituita appunto da un connubio tra politica e industrie. Mentre sta nei pressi della stazione Termini, accade qualcosa di strano, una vera e propria visione: un'apparizione di giovani, stipati sopra i camion tra decine di bandiere rosse, allegri nel loro laborioso ottimismo e pieni della forza vitale caratteristica della loro età. Pasolini sottolinea ulteriormente il concetto: “La loro novità nell'essere giovani uomini riscopriva l'essere giovani uomini come una novità”.

In questa nuova umanità, quasi profetizzata, essere giovane diventa un valore di per sè, simbolo di cambiamento, e le generazioni precedenti sono fuori da questa trasformazione e si sentono smarrite. La forza politica di questi ragazzi è simboleggiata dalla forza del loro corpo, della loro forma: la trasformazione passa dall'apparizione di un nuovo modello di vita che si incarna nella corporeità dei giovani italiani del '69, ribelli e rivoluzionari, che sfilano vestiti in un modo del tutto nuovo e con la novità stampata sul loro volto.

Nella seconda parte di Petrolio, cambia estremamente la mentalità di questa generazione: quei giovani, comparsi prima come una forza vitale, in pochi mesi hanno trovato qualcuno che è riuscito a prenderli sotto la propria tutela e a manovrarli politicamente.
Pasolini allude a quei gruppi extraparlamentari che avevano portato gli anni '70 a diventare un decennio di sangue, che avrebbero racchiuso in sé lo spirito più eversivo della rivoluzione, senza capire che quei giovani stavano distruggendo un potere a favore di un altro potere.

E tutto il resto? Tutti quei giovani che tendevano ad una rivoluzione pacifica, culturale, democratica? Pasolini ne parla in un famoso articolo chiamato “Contro i capelli lunghi”.
Nel '68 avere i capelli lunghi doveva rappresentare un comportamento rivoluzionario, un vero e proprio simbolo di protesta contro la borghesia, le istituzioni, i professori.
“Ciò che sostituiva il tradizionale linguaggio verbale, rendendolo superfluo – e trovando del resto immediata collocazione nell'ampio dominio dei «segni», nell'ambito cioè della semiologia – era il linguaggio dei loro capelli.”

Finita però la rivoluzione, “essere capellone” perse il suo messaggio rivoluzionario e rimase una banalissima moda, e finì non solo per togliere slancio alle idee di trasformazione che si avevano per il futuro, ma per esprimere l'ennesima volontà di autoannullamento, di reimmersione in un conformismo che cambia sempre faccia, ma che non muore mai.


I capelloni, nauseati dalla civiltà consumistica, finorono con diventare parte integrante di essa.


“Concludo amaramente. Le maschere ripugnanti che i giovani si mettono sulla faccia, rendendosi laidi come le vecchie puttane di una ingiusta iconografia, ricreano oggettivamente sulle loro fisionomie ciò che essi solo verbalmente hanno condannato per sempre. Sono saltate fuori le vecchie facce da preti, da giudici, da ufficiali, da anarchici fasulli, da impiegati buffoni, da Azzeccagarbugli, da Don Ferrante, da mercenari, da imbroglioni, da benpensanti teppisti.”


E questa sarebbe rivoluzione?

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