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Scritto da nel Letteratura e Filosofia, Numero 74 - 1 Novembre 2010 | 0 commenti

Vincoli umani e vita activa: quanto è ancora possibile?



Vincoli umani e vita activa: quanto è ancora possibile?

La condizione umana delineata da Hannah Arendt parte dall'assunto che l'esistenza è un essere-nel-mondo, di derivazione heideggeriana, che rende la vicenda umana un complesso intreccio di relazioni.

In Vita Activa la Arendt risale, dalle radici della vita politica nella storia greca e romana, il lungo cammino della vicenda umana in quanto capacità, volontà e dovere all'agire. L'azione, diversamente dal lavoro, è la facoltà di fabbricare dell'uomo, ciò che lo rende homo faber e che predispone la sua violenza sul mondo naturale: l'azione è ciò che rimuove il materiale dalla sua posizione naturale e lo reifica, lo rende cosa e consente all'uomo di esercitare su esso il lavoro.

L'esperienza della vita in un mondo cosale, ha la sua apoteosi nel momento in cui le macchine e il progresso sono asserviti all'uomo, ma il dubbio feroce che si insinua nella riflessione della Arendt (che è poi una certezza, dopo i totalitarismi) è che l'automatismo dei meccanismi abbia iniziato a dominare e distruggere il mondo, le cose, l'uomo.

Il messaggio che la società, ma anche la vita di tutti i giorni, veicola è che la vita contemplativa sia ormai “ancella” della vita activa: il peso delle idee non è abbastanza per una bilancia che contrappone a questo il successo, la frenesia della fare, l'estenuante catena della produzione.

La forza del pensiero, dopo le grandi ideologie, ha perso il suo peso nella storia e questo è dato dalla disarmante approssimazione con cui ci si avvicina ai grandi temi della vita. Nel momento in cui l'uomo ha fabbricato, imposto e posto le mani su ogni cosa ha poco senso interrogarsi sulle motivazioni: la cosalità del mondo è un prodotto umano, creato così com'è poiché l'uomo necessita di cose con cui entrare in relazione ed essere-nel-mondo.

La relazione che l'uomo ha posto in essere con gli altri elementi con cui condivide il mondo è una relazione dispotica e dominante, che poco ha a che vedere con la vita politica che, a partire dalla filosofia politica greca, è stata carattere essenziale della vita umana; drammaticamente diversa dalla bellissima definizione della Arendt di politica in quanto discorso.

Quanto è ancora possibile discutere su grandi temi, arginando interessi e personalismi nel mondo globalizzato e adagiato nel benessere? Quanto conta il vincolo speciale dell'amicizia, che per la Arendt è alla base della convivenza sociale, in un mondo del tutto reificato e perciò completamente sottoposto ad una violenza perpetua?

L'angosciante interrogativo si fa insistente oggi sulle pagine dei giornali e nelle piazze d'Europa e del mondo, in cui si cerca e si intravede un'umanità un po' perduta, un po' smarrita, ma che cerca di riprendersi con i denti ciò che teme di veder svanire per sempre.

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