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Scritto da nel Economia e Mercati, Numero 75 - 1 Dicembre 2010 | 0 commenti

Il federalismo energetico all'italiana





1 – L'etica fa male alla politica

In Italia etica e morale continuano a rappresentare la metrica principale attraverso cui valutare l'operato politico. Cosa quanto mai curiosa, visto che le categorie del “buono” e del “giusto” sono per natura soggettive e mutevoli nello spazio e nel tempo.

Di questi tempi questa tesi potrà sembrare paradossale ed erronea. L'etica non sembra infatti appartenere al DNA dei politici che ci rappresentano in parlamento. Eppure, che ci crediate o meno, il nostro paese si conferma uno Stato paternalista; il dibattito politico continua infatti a scontrarsi, arenandosi, su posizioni ideologiche ancorate a valori di destra o di sinistra, e le decisioni vengono prese spesso e volentieri in funzione di cosa sia concepito come giusto o sbagliato, e non in base a cosa sia più o meno efficace per risolvere un dato problema. Anche quando ragionevolezza vorrebbe che determinate proposte politiche venissero valutate in funzione dei loro effetti, dei costi di attuazione e dei benefici attesi, il processo decisionale rimane invece imprigionato nella contrapposizione di vuote ideologie di facciata.

Così, ad esempio, le rinnovabili risultano cosa “buona” per una fazione, mentre il nucleare rappresenta la soluzione migliore per quella opposta e, grazie all'irremovibilità delle proprie posizioni ideologiche, nessuna decisione condivisa potrà mai fiorire dal dibattito politico. Non è però chiaro in base a quale principio etico le rinnovabili dovrebbero essere “buone”, mentre il nucleare “cattivo”. Poco importerà ricordare agli italiani che nel nostro Paese proprio le rinnovabili hanno fatto più danni del nucleare. Ammontano infatti a duemila le vittime le vittime provocate da uno dei più grandi bacini idroelettrici d'Italia (Strage del Vajont, 9 Ottobre 1963). Ovviamente, sarebbe ridicolo giudicare l'idroelettrico un male, sebbene, nella gola del Vajont le logiche privatistiche che hanno voluto la diga più alta d'Europa in una zona geologicamente inadatta, hanno fatto sì che questa fonte rinnovabile provocasse più danni che benefici.

Molto spesso non esiste quindi il bene e il male in sè, vuote categorie entro cui si rifugiano politici incapaci. Esiste invece un modo buono e un modo cattivo di realizzare le cose.

Un fare politica più pragmatico, riformatore e aperto al nuovo, non correrà quindi a etichettare ogni proposta politica correndo i sentimenti dei media, ma la discuterà cercando di individuare le questioni critiche da superarsi per garantire una sua realizzazione efficace.

2 – Il federalismo energetico

Come per le rinnovabili, anche per il federalismo assistiamo in Italia a una inutile polarizzazione ideologica; chi si appella alla libertà; chi invoca la storia, l'unità e la solidarietà. In questa effimera contrapposizione delle parti, non è facile capire di che federalismo si sta parlando, né come esso verrebbe attuato. E così ci dimentichiamo che in alcuni ambiti un passo concreto verso il federalismo regionale è già stato compiuto. Nel 1997 la Legge Bassanini ha ridefinito funzioni e ruoli in campo energetico, avviando un processo di decentramento decisionale che culminerà con la modifica dell'articolo 117 del titolo V della Costituzione. Da allora l'energia è materia di legislazione concorrente tra Stato e Regioni. Spetta agli enti locali – municipali e regionali – regolare lo sviluppo territoriale attraverso la definizione di piani energetici regionali e il rilascio delle autorizzazioni necessarie a realizzare progetti industriali. Mentre allo Stato rimane il compito di elaborare la politica energetica nazionale. Lo Stato deve cioè definire gli obiettivi energetici, mentre alle Regioni è lasciata la libertà di decidere come raggiungerli. Questo decentramento, di per sé, non può definirsi giusto o sbagliato. Sicuramente presenta vantaggi: gli enti locali hanno un contatto diretto con le comunità e possono avviare con maggiore efficacia un dialogo finalizzato al coinvolgimento decisionale e, quindi, a quel consenso sociale imprescindibile per l'attuazione di importanti investimenti. Gli enti locali conoscono meglio il proprio territorio e le relative risorse, e quindi sanno valutare meglio quale tecnologia vale al pena promuovere. Tuttavia esistono anche dei rischi: la frammentazione dei processi decisionali può allungare i tempi della burocrazia e rendere più difficile il coordinamento in una filiera maledettamente complicata come quella energetica. Se ogni Regione dovesse adottare un proprio processo autorizzativo l'imprenditore che volesse investire in tre diverse regioni vedrebbe triplicarsi i costi informativi. La regolazione diventerebbe più incerta e costosa. La moltiplicazione delle responsabilità richiede quindi maggiore coordinamento e un alto livello di coerenza interna tra le decisioni prese a diversi livelli amministrativi.

Valutare quali sono stati i primi effetti del federalismo energetico è quindi l'operazione più logica per capirne i punti di forza e debolezza; dove si è sbagliato; cosa si può fare per migliorarlo e, in ultima istanza, per capire se questa soluzione abbia effettivamente portato a un miglioramento o un peggioramento.

3 – Gli effetti del federalismo energetico

È compito dello Stato avrebbe definire un piano energetico nazionale che chiarisca priorità, obiettivi, investimenti necessari e misure incentivanti; è compito delle Regioni compilare un Piano energetico regionale coerente con quello Nazionale, che definisca le linee guida per gli operatori territoriali. Ad oggi il Piano energetico nazionale non esiste, e in molte regioni un piano regionale non si è mai visto. Il sistema elettrico, campo strategico per lo sviluppo del Paese, non può quindi contare su un adeguato coordinamento territoriale; al contrario, è vittima della frammentazione dei processi decisionali. Alcuni numeri possono aiutare a capire. Oggi in Italia è presente una potenza installata di 101,4 GW. Secondo Terna (gestore nazionale della rete), gli impianti elettrici italiani potrebbero produrre in condizione medie circa 400 TWh; un ammontare elettrico che aumenterebbe notevolmente considerando anche le capacità di importazione assicurateci dalla rete. A fronte della domanda elettrica di 320 TWh nel 2009, il nostro parco centrali è quindi oggi più che adeguato. Troppo adeguato: per coprire i futuri consumi elettrici, al 2020 stimati intorno ai 400, TWh sarebbe sufficiente ricorrere alla potenza installata nel 2009. A fronte di questo eccesso di capacità, si dovrebbero quindi giustificare solo quegli investimenti tesi a sostituire gli impianti in dismissione. Al contrario, stiamo assistendo a una esplosione delle autorizzazioni. Nuovi impianti a carbone entreranno in funzione, le domande per la connessione alla rete elettrica dei nuovi impianti alimentati da fonti rinnovabili (in fase realizzativa) hanno raggiunto quota 50 GW, e se si considerano anche gli impianti in fase di autorizzazione si può stimare in via a prudenziale una cifra prossima ai 120 GW (quindi un raddoppio del parco centrali). L'ulteriore aumento della potenza installata accrescerà l'eccesso di capacità produttiva ed il sottoutilizzo degli impianti che, funzionando a regime ridotto, potrebbero incorrere nel rischio di default finanziario. Non solo, la corsa agli incentivi per le rinnovabili (di per sé meno efficienti e quindi più costose) comporterà un costo stimato tra il 6 e 8 miliardi di euro, tutti riversati in bolletta e pagati dai consumatori. Perché spendere così tanto se il nostro sistema elettrico (che nel 2009 è già ricorso per il 26% a rinnovabili) non ha bisogno di nuova potenza?

Il mancato coordinamento delle fasi autorizzative e decisionali ha comportato un aumento degli oneri di sistema, aggravando al situazione di inadeguatezza della rete elettrica, incapace di inseguire e allacciare alla rete i migliaia di impianti che in diverse regioni sorgono come funghi.

Nel modo in cui è stato attuato, il federalismo ha compromesso la pianificazione e il coordinamento decisionale, elementi imprescindibili per il corretto funzionamento del sistema elettrico. Il vantaggio che alcuni Regioni e privati avranno dall'aumento esponenziale degli investimenti nel territorio, comporterà infatti un aumento vertiginoso dei costi a carico della società. Per accrescere l'efficacia delle politiche energetiche in un contesto decentrato sarà quindi opportuno accrescere la certezza legislativa attraverso una politica stabile e coerente tra i diversi livelli amministrativi. È inoltre opportuno attuare una riforma finalizzata alla semplificazione amministrativa, ottenibile attraverso la formulazione di linee guida chiare e mirate ad uniformare gli standard e le procedure tra le diverse regioni; sarà necessaria la centralizzazione del processo autorizzativo in capo ad un unico ente, coordinandolo con l'iter di allacciamento alla rete e potenziamento della stessa.Soprattutto, è necessario assicurare una coerenza tra gli obiettivi energetici ed ambientali e le decisioni autorizzative degli enti locali.

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