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Scritto da nel Internazionale, Numero 85 - 1 Dicembre 2011 | 0 commenti

C'era una volta la Rivoluzione Arancione

Nella cella 242 del carcere Lukianovskij di Kiev, sotto l'occhio vigile di una telecamera, vive imprigionata dal 5 agosto scorso Yulia Tymoshenko, ex primo ministro ucraino e icona della Rivoluzione Arancione, moto popolare che nel 2004 fece sognare e illudere il paese ex sovietico. Accuse costruite ad arte per eliminare la scomoda e popolare Yulia “La Tigre”, con una pena di 5 anni di detenzione oltre a una serie di processi in corso.

La Rivoluzione Arancione fu un pacifico rigurgito d'orgoglio all'indomani delle Presidenziali del novembre 2004: il candidato Viktor Juscenko, avvelenato con della diossina che gli sfigurò il volto durante la campagna elettorale, contestò aspramente i risultati elettorali, che davano vincitore Viktor Janukoviyc, causa brogli. In seguito alle proteste, col benestare della Corte Suprema, le elezioni vennero ripetute sancendo la vittoria di Juscenko e premiando il movimento popolare. Fu una mobilitazione contro la corruzione della classe politica e del potere in generale, contro la fragilità di un sistema avvilito da continui scandali, contro il crescente gap tra ricchi sempre più ricchi, corrotti e corruttori, e poveri sempre più poveri.
La Rivoluzione fu un tentativo teso a tagliare il cordone ombelicale con l'eredità sovietica e avvicinarsi all'Europa, un tentativo carico di speranze e buoni auspici, poi rivelatosi saturo di contraddizioni, mancate promesse, scandali e paralisi politica. Nel settembre 2005 il movimento s'incrinò irrimediabilmente con le dimissioni della allora primo ministro Tymoshenko, in contrasto col suo stesso governo e con il Presidente Juscenko. Si aprì una fase di incertezza politica e di paradossale paralisi istituzionale, con la coabitazione tra il Presidente Juscenko e il rivale Janukoviyc, primo ministro dal 2006, fino alla vittoria alle Presidenziali di quest'ultimo e la fine della rivoluzione.

La Rivoluzione Arancione rientra nel più ampio fenomeno delle Rivoluzioni colorate, movimenti sviluppatisi negli Anni Duemila nelle aree ex sovietiche, accumunati da: leader filo-occidentali, denunce di brogli alle elezioni (a torto o a ragione), pratiche pacifiche, disubbidienza civile e, soprattutto, da una èminence grise occidentale che vede in Gorge Soros e la sua Open Society Institute, il puppet master. Si caratterizzano anche per aver conseguito insuccessi tortuosi, cali di consensi e fallimenti totali o parziali: la Rivoluzione delle Rose in Georgia nel 2005 che ha portato dapprima a un'apertura all'Occidente (soprattutto economia di mercato e investimenti esteri) e poi una deriva autoritaria, lo stesso per la Rivoluzione dei Tulipani kirghisa (2005) e quelle Gialle in Mongolia (2005 e 2008), per non parlare dell'inutile Rivoluzione dei blue jeans in Bielorussia (2005-2006) e Verde in Azerbaijan (2005).
Il caso ucraino si aggiunge all'elenco come esempio di occasioni mancate.

La pettinatura perfetta e maniacale con la lunga treccia bionda a cingere il capo, è un ricordo lontano per la Tymoshenko: costretta a condividere la cella con criminali comuni, vittima di presunte angherie, afflitta da misteriosi dolori a ossa e muscoli e colpita da inspiegabili lividi e segni lungo tutto il corpo, si appella alla comunità internazionale per salvare sé stessa e l'Ucraina da un nuovo regime illiberale, dalla degradata civiltà giuridica e dalle violazioni dei diritti umani.
L'Ucraina vivacchia distratta, con lo sguardo rivolto verso gli Europei 2012 di calcio, con investimenti in infrastrutture sportive e l'attesa per il boom del turismo. Lo scandalo del processo politico – e le presunte aspre condizioni di detenzione della ex premier – viene trascurato dalla grande stampa, nonostante la Tymoshenko sia tuttora molto popolare nel paese.

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