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Scritto da nel Media e Cultura, Numero 84 - 1 Novembre 2011 | 0 commenti

Steve Jobs e il valore intrinseco del discorso di Stanford

Sul fatto che sia scomparso un autentico genio, non ci sono dubbi. Il modo di commemorarlo, acquistare un telefonino o qualsivoglia diavoleria elettronica in un Apple Store – come hanno fatto migliaia di fan appena appreso della sua scomparsa – fa riflettere su quanto Steve Jobs fosse realmente fuori dagli schemi. Nella sua linea di pensiero, che si può estrapolare dall’ormai celeberrimo discorso all’università di Stanford, vi sono degli aspetti veramente interessanti, istintivi, forse legati alla tradizione buddhista alla quale lui era legato; ma sono in fin dei conti connessi al traguardo concreto da raggiungere, la realizzazione del sogno americano ossia la scalata delle classi sociali, il profitto. Il «think different» di Jobs, molto più che uno slogan pubblicitario ma un vero e proprio mantra al fine di avere successo nel business, è quindi sì rivolto al modo comune di pensare; ma è funzionale rispetto allo scopo che è prevalere sulla concorrenza nel mondo del commercio.

Con un’operazione di astrazione concettuale, si potrebbero estrarre alcune nozioni espresse da Jobs a
Stanford nel 2005 e descriverle nel loro valore intrinseco, non prima di averle idealmente alienate dal contesto di cui strumentalmente fanno parte: non si può infatti dimenticare che fanno riferimento al modo di affermarsi nel mondo del lavoro nell’epoca del capitalismo selvaggio.

Il concetto più puro espresso dal guru di Cupertino riguarda l’invito ad ascoltare e seguire il proprio cuore,
quindi l’istinto piuttosto che la mente razionale. Una massima trascendentale, di cui nella società moderna non si riesce a comprendere il valore assoluto, che invece ha un’importanza fondamentale. Infatti seguire la voce che ognuno di noi sente, ma ignora poiché stordito dalle opinioni altrui, permette di non lasciarsi trasportare dall’inerzia e vivere come ciascuno di noi realmente vuole, e non come desiderano le persone che ci stanno attorno. E magari scoprire qualcosa di nuovo dentro di noi.

Il secondo spunto concerne il saper trarre beneficio dalle sconfitte, inammissibili per il rampante manager del
ventunesimo secolo. Al contrario, come sostiene Jobs, solo dalle sconfitte si può realmente imparare. Fare tesoro dell’esperienza, quindi, positiva o negativa che sia, è un elemento fondamentale per poter migliorare, anche nelle banali azioni della vita quotidiana.

Una breve riflessione occorre infine riservarla alla leggerezza con cui Jobs affronta il tema della morte. Ecco,
la società in cui viviamo tende a «demonizzare» la morte oppure ad ometterla, come se fosse un qualcosa che non riguardi ognuno di noi in uno sconosciuto (a noi) attimo della nostra vita: quindi, potenzialmente, è parte di tutto il tempo in cui noi viviamo su questo pianeta. Invece è prezioso ricordare come la morte faccia parte della vita stessa, ed è l’unico vero elemento comune a tutti gli esseri umani. E’ una situazione di «trapasso»: prenderla in considerazione può far sì che si badi maggiormente all’aspetto spirituale della nostra esistenza, che non può non essere connesso alla Natura.

E’ curioso constatare come questi brevi cenni di riflessione possano scaturire dalle parole di un uomo
che con le sue invenzioni ha alimentato, come nessuno prima di lui, l’isterica follia consumistica che ha contagiato tanti (troppi) più o meno appassionati di prodotti altamente tecnologici. Ha predicato bene Jobs, ma il frutto del suo lavoro per i suoi fanatici seguaci è fonte primaria di distrazione dai concetti da lui espressi con tanta passione.

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