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Scritto da nel Numero 84 - 1 Novembre 2011, Scienza | 0 commenti

Trovalo se ci riesci

“Via più veloce della luce!“ esclamava Superman spiccando il volo, e solo lui poteva permetterselo, almeno così sembrava.
Invece eccolo qua: il neutrino, la particella più sfuggente e misteriosa del cosmo, oggetto del desiderio di fisici e astronomi, che sfreccia nello spazio emulando l' eroe dei fumetti.
La sua esistenza fu ipotizzata negli anni 30 del secolo scorso dal fisico austriaco Wolfgang Pauli, ma per scovarlo sperimentalmente si dovette aspettare il 1956.
Molto diffusi nell' universo, ce ne sono in media circa 400 per metro cubo, i neutrini sono quasi inafferrabili per la loro caratteristica di interagire pochissimo con la materia, che attraversano con estrema facilità.
Per quanto difficili da studiare i neutrini qualche segreto lo hanno rivelato. Al momento ne sono stati individuati di tre tipi: elettronici, muonici e i tachionici.
Ogni secondo il nostro corpo è trapassato, senza alcuna conseguenza, da miliardi di queste particelle, provenienti dal Sole che, come tutte le stelle, è una grande fonte di neutrini.
Quelli studiati nell' esperimento Opera sono di origine artificiale, essendo stati prodotti nell' acceleratore di particelle del Cern di Ginevra.
Se i controlli in corso a livello internazionale confermeranno le misure registrate nei laboratori del Gran Sasso , uno degli assunti fondamentali della fisica, che la velocità della luce sia la massima raggiungibile, dovrà essere rivisto.
Questo non significa che la teoria della relatività debba essere riscritta ed Einstein rivoltarsi nella tomba. Nella sua costruzione teorica il grande scienziato aveva previsto una velocità limite che non può essere superata, fino ad oggi si è considerata tale quella della luce, ma non è detto che debba essere sempre così.
Al di là delle dispute accademiche suscitate dagli esiti dell' esperimento, rimane il fatto che le ricerche sui neutrini hanno spesso parlato italiano, a cominciare dal loro nome che venne coniato da Enrico Fermi.
Due pionieri nello studio di queste particelle furono Ettore Majorana e Bruno Pontecorvo.
Il primo, scomparso senza lasciar traccia, nel 1932 aveva ipotizzato che i neutrini, attraversando un materiale molto denso, fossero in grado di oltrepassare la velocità della luce. Le particelle rilevate nel corso dell' esperimento Opera sembrano rispettare questa condizione, avendo percorso nel sottosuolo gli oltre 700 chilometri che separano il Cern dai laboratori del Gran Sasso, fra l' altro senza bisogno di fantomatici tunnel, improvvisamente comparsi nella fantasia di qualcuno più impegnato a farsi propaganda che a documentarsi seriamente.
A Bruno Pontecorvo, scomparso nel 1993, si devono alcune straordinarie intuizioni sulla natura dei neutrini, confermate sperimentalmente, dopo decenni, in numerosi centri di ricerca. Il fisico italiano fu il primo a ipotizzare l' esistenza di diverse famiglie di neutrini e intuire il fenomeno dell' oscillazione, in base al quale, nel vuoto, queste particelle possono trasformarsi e passare da un tipo all' altro.

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