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Scritto da nel Internazionale, Numero 86 - 1 Febbraio 2012 | 0 commenti

Cronache dalla Libia post Gheddafi

“Sarebbero migliaia i detenuti illegali che nelle carceri libiche subiscono torture e maltrattamenti di ogni genere, la quasi totalità dei quali accusati di essere ex fedelissimi di Muammar Gheddafi”. La denuncia arriva dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite e da qui parte l'analisi sulla Libia post Gheddafi.

Parafrasando Cavour “Fatta la Libia bisogna fare i libici”: sarà il prossimo giugno un mese importante per il futuro del paese nord africano perché ci saranno le elezioni per la formazione dell'Assemblea costituente chiamata al difficile compito di dar vita ad una vera repubblica democratica. Quali gli scenari? Le elezioni, su cui non saranno imposte le quote rose, come inizialmente s'ipotizzava, si svolgeranno in un quadro molto variegato perché la Libia è composta da arabi, barberi e tuareg oltre ad altri piccoli gruppi tribali che vivono nel nomadismo; quindi il compito principale dell'Assemblea sarà quello di creare quello spirito di unità nazionale che prima della guerra civile era simboleggiata dalla dittatura del raìs.
La Libia, di confessione islamica a cui si aggiunge una sparuta minoranza cristiana, dovrà dimostrare di essere uno stato laico e non teocratico, in cui la legge del diritto sia il faro della rinascita.

L'Italia ovviamente guarda con attenzione a ciò che succede a Tripoli: la produzione dell'Eni nella Libia post-Gheddafi si sta riavvicinando ai livelli precedenti alla guerra civile. La notizia arriva dall'amministratore delegato Paolo Scaroni in una recente intervista su La Repubblica: “Siamo intorno a 260 mila barili al giorno, sui livelli quindi prebellici, quando ci si attestava intorno ai 270 mila” con l'obiettivo di toccare quota 300mila. “Con i libici va tutto bene”, afferma Scaroni “sono 50 anni che lavoriamo in Africa e non è mai successo che un contratto non sia stato rispettato”.
Nel corso della sua prima visita ufficiale a Tripoli da Presidente del Consiglio, il 21 gennaio scorso, Mario Monti ha affermato che l'Italia vuole “essere in Libia” e vuole continuare “a farlo sempre di più”. La novità nel rapporto tra Italia e Libia è la rivisitazione del trattato di amicizia che sarà caratterizzato dalla “Tripoli declaration”: l'Italia, almeno nelle intenzioni, avrà un ruolo di primo piano nella ricostruzione del paese e nel rilancio della sua rete infrastrutturale.

Mettere insieme le diverse anime che animano il Paese è la vera sfida del dopo Gheddafi: il petrolio, se equamente suddiviso, potrebbe essere il vero collante, motore di sviluppo di un paese in cui metà della popolazione, circa tre milioni, ha meno di 30 anni. Il futuro della Libia è tutto da scrivere, può precipitare rovinosamente in un baratro di guerre intestine o, dopo un 2011 caratterizzato dalla primavera araba, esempio della nascita di una democrazia reale.

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