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Scritto da nel Economia e Mercati, Numero 89 - 1 Maggio 2012 | 0 commenti

Disoccupazione giovanile e ritardo nei pagamenti

La disoccupazione è una delle più gravi conseguenze, ma al tempo stesso causa, della crisi che sta colpendo il sistema capitalista occidentale. Periodi di contrazione ed espansione della domanda di beni, che influenza a sua volta il mercato del lavoro, sono stati largamente previsti dagli economisti nel corso degli ultimi centocinquanta anni: il capitalismo è per definizione soggetto a cicli di riduzione della crescita economica, che tuttavia dovrebbero generare i semi per una puntuale ripresa ancora più vigorosa.

Da qualche tempo sempre più analisti stanno mettendo in discussione la teoria della crescita infinita, insinuando che questa crisi economica è senz’altro anche sistemica, che quindi non verrà superata «meccanicamente» da misure di stampo keynesiano oppure di matrice liberista. Dal basso la percezione della veridicità di questa affermazione ha le inequivocabili sembianze della privazione del lavoro.

Ora, qui non occorre riportare i numeri scoraggianti della crisi del mercato del lavoro in Italia: le esperienze di licenziamenti, aspettative, ridimensionamenti contrattuali o cassa integrazione che ciascuno di noi ha – direttamente sulla sua pelle o per conoscenza di specifici casi che riguardano componenti della sua cerchia sociale –  sono sufficienti a fornire la reale dimensione del problema. All’affannosa ricerca del lavoro, specie da parte dei giovani, si è aggiunta la drastica riduzione dei consumi e quindi il ridimensionamento o la chiusura delle aziende.

A margine non bisogna dimenticare che la delocalizzazione delle imprese è prolifica fonte di licenziamenti a lungo termine. Del resto, posto il sistema economico vigente, è una tendenza che bisogna accettare ed è piuttosto complicato invertire: scopo dell’impresa è realizzare profitto, che è maggiore dove il costo del lavoro è proporzionalmente più basso e le tutele del lavoratore minime o, peggio, inesistenti. Inoltre è notevolmente in calo la domanda interna in diversi settori, dall’edilizia alle automobili, fattore che di per sé genera automaticamente una diminuzione del tasso di occupazione.

Senza entrare nei meandri di quale possa essere una riforma del mercato del lavoro, italiana ed europea, che sbrogli l’attuale intricata matassa (che inevitabilmente nel Bel Paese è legata alla realizzazione di una serie di riforme strutturali) si può individuare un fenomeno molto preoccupante, divenuto tipico di questo periodo: il ritardo nei pagamenti della prestazione lavorativa, sia nel privato sia nel pubblico.

Questa piaga caratterizza purtroppo non solo l’opera «non dichiarata», il lavoro nero, che non può avere tutela neppure da questo punto di vista, ma tutto il mondo del lavoro. Sono infatti aumentate vertiginosamente le cause legali da parte di aziende o lavoratori autonomi o dipendenti (coi contratti più disparati) per ottenere la legittima retribuzione per la prestazione; imputati sono i privati come gli Enti pubblici, soprattutto quelli locali. Quindi si va dall’impresa artigiana che deve fare mille peripezie per procacciarsi i soldi dovuti dai privati, all’azienda che attende invano il pagamento di servizi o opere eseguite per un comune, all’impresa ancora più grande che vede disattesi gli impegni pecuniari sottoscritti dagli Enti locali per servizi di utilità generale. Il risultato è la pura e semplice mancanza di liquidità che si ripercuote inevitabilmente su tutto il mercato del lavoro, generando il circolo vizioso che comporta calo degli investimenti, aumento della disoccupazione e diminuzione dei consumi.

I rimedi purtroppo sono correlati ad una radicale riorganizzazione del sistema economico vigente o, quanto meno, ad una sua parziale rivisitazione. Certamente in Italia il primo passo da compiere è una riforma che permetta un’ingente «regolarizzazione» del mondo del lavoro. Insomma una lotta senza quartiere al lavoro nero e all’evasione fiscale. Ma non si può sperare di vincere questa battaglia senza aiutare coloro i quali sono costretti a lavorare in nero perché non si trovano nelle condizioni economiche idonee ad affrontare il regime fiscale che li attanaglierebbe: non è solamente il libero professionista o l’imprenditore con il suv e lo yacht ad evadere le tasse, ma anche il piccolo contribuente costretto a rimediare qualche lavoretto in nero per sbarcare il lunario, correndo il rischio, oggi altissimo (specialmente al sud), di non riscuotere la parcella dovuta per l’attività svolta.

Quindi, a monte occorrerebbe riesaminare con attenzione i contratti tra pubblico e privato, con una speciale attenzione per le troppe aziende municipalizzate, che al sud sono spesso sinonimo di spreco e inefficienza. A questo potrebbe pensarci Enrico Bondi, appena nominato Commissario straordinario per la «spending review» dal Presidente del Consiglio Mario Monti. Per quel che riguarda le piccole e medie imprese, il governo centrale dovrebbe assolutamente elaborare degli incentivi, differenti da quelli implementati in passato, che aiutino le aziende a «mettersi in regola» in tutto e per tutto, in maniera tale da poter essere maggiormente tutelate anche nelle vesti di creditori. Così anche i singoli dipendenti potrebbero godere di maggiore protezione sociale.

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