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Scritto da nel Numero 91 - 1 Luglio 2012, Viaggi | 0 commenti

Dall'Isola di Pasqua

Una Jeep rossa si ferma dall'altro lato della strada, a pochi metri da me.

Sono arrivata sull'Isola da circa quattro ore, quando ancora il sole dormiva. Giusto il tempo necessario per lasciare le mie cose al camping e per scoprire che i due caramel macchiati bevuti allo Strarbucks nell'interminabile attesa all'aeroporto di Lima mi impediscono di schiacciare un pisolino. Cosicché, con andatura da zombie, mi trascino al distributore di benzina, dove mi hanno consigliato di cambiare i miei dollari, perché a Pasqua la mia Visa non è bene accetta.

Dalla macchina scende un uomo, da poco passata la quarantina,con i capelli, che una volta dovevano essere stati biondo cenere e che ora virano al grigio, legati in una lunga coda di cavallo che arriva a metà della schiena.
Mi guarda e il suo viso si allarga in un sorriso mentre mi fa cenno di avvicinarmi.
“Io e il mio amico stiamo facendo un tour dell'Isola, ti va di venire?”
In mano tiene un paio di banconote e la prima domanda che mi sale alla labbra è “Quanto mi costa?”.
“Niente, niente! Tranquilla!”.

C'è qualcosa in quest'omone di un metro e novanta che mi ispira fiducia. Saranno gli occhi che non lasciano i miei un secondo, sarà l'aria da hippy, sarà la mano grande come una pala, ruvida e calda che stringe la mia con delicatezza mentre mi dice “Piacere, io sono Kekko, dai, sali a bordo”, sarà che a volte certe cose si sentono nel profondo, ma eccomi rannicchiata sul sedile posteriore, dietro a Jorge, a metà tra l'incredulo e il deliziato.
“Compro un paio di birre e poi andiamo, grazie per la fiducia” mi dice, mentre si avvia verso il minimarket.
“Grazie a te” penso, mentre mi introduco al suo amico, anche lui sui quaranta, di Santiago del Chile.
E' arrivato mercoledì e conosce Kekko da sempre. “Puoi fidarti”, mi rassicura, ma io già sento che ho preso la decisione giiusta.
“Passiamo a prendere la mia signora e poi andiamo” dice Kekko di ritorno con due pacchi di Escudo.

E così comincia una delle settimane più belle dell'intero viaggio.

In circa dieci minuti arriviamo a casa sua, una piccola villetta scarcagnata e accogliente dove mi presenta a suo figlio, un ragazzo di vent'anni, incredibilmente simile a Daniel di Karate Kid e alla sua compagna, Paola.
Mi guardano con una perplessità che viene solo aumentata dal racconto di come sono finita lì, ma che non scalfisce per niente l'accoglienza amichevole che mi riservano.
E così, stipati tra un termos che contiene viveri e bevande e le lunghe gambe del Crimson (avere un padre hippy che ama i gruppi Londinesi degli anni '70 ti può segnare per sempre) eccoci a percorrere le strade piene di buche della costa.

Era tutta una vita che aspettavo di vedere questo posto, da che da bambina lessi il libro Rapa Nui, ma mai avrei potuto immaginare di farlo in compagnia di una famiglia così ospitale e divertente.

Mi portano a visitare grotte scavate nella roccia vulcanica, a vedere i 7 moai dedicati ai primi esploratori, ad assaggiare piccoli frutti gialli, dal dolce ripieno rosato e a scoprire piscine naturali riparate dove bagnarsi senza essere disturbati dalle onde dell'oceano, mentre beviamo cerveza e la carne si cucina sopra una pila di rocce, scaldate da un fuoco di legna secca.
Non ho cuore di confessarmi vegetariana e la succosa e tenera carne che mangiamo senza né piatti né posate, mi pare la cosa più deliziosa che abbia mai assaggiato.
La giornata scorre rapidamente ed eccomi invitata a cena come fossi una vecchia amica.
“Domani facciamo un tour a cavallo, se vuoi venire ti passiamo a prendere al campeggio”.
E nonostante la mia scarsa simpatia per questi giganteschi quadrupedi, che qui passeggiano liberi ovunque, e la mia limitata disponibilità finanziaria, mi vedo ad accettare l'offerta.

Ma la mattina seguente piove e il tour è annullato. Così, con la triste impressione che non avrei più rivisto la famiglia Kuhn, aspetto che il cielo si schiarisca un minimo ed esco a passeggiare.

Il tempo a Rapa Nui (letteralmente “Isola Grande”) è capriccioso come una star del cinema. Cambia di umore nello spazio di dieci minuti, mentre il vento soffia senza mai tirare il fiato.

Oggi voglio vedere il moai vicino al porticciolo e tornare al vulcano, dove ieri sera sono andata con Crimson e Jorge ad ammirare le stelle e a scoprire dove porta il sentiero che avevamo iniziato a percorrere prima di essere circondati da vacche e tori e decidere che forse era meglio ritornare alla macchina.
Così seguo la strada verso Orongo, affiancata da una coppia di pastori tedeschi che si rincorre e amoreggia durante tutta la camminata, tenendomi buona compagnia, per scoprire alla cima che è la stessa avevamo iniziato ieri partendo dalla fine.

Un gruppo di ragazze cilene, salite al vulcano in auto passando dalla strada principale, mi chiede da dove sono arrivata e spiego loro che sono circa
due ore e mezza di trekking e viste mozzafiato.


Dopo aver apprezzato il lago all'interno del cratere, indispensabile fonte di acqua dolce per l'Isola ed essermi riempita gli occhi con la maestosità dell'oceano, giro i tacchi e mi dirigo verso casa. Adesso mi segue solo il maschio della coppia di cani, che però presto incontra un nuovo amico col quale contendersi il bastone che gli lancio e che di tanto in tanto si ferma per aspettarmi.
Non mi ero resa conto di quanto la città fosse terribilmente lontana.
Ma non ho alternative se non continuare a scendere.

Quando ormai sono sulla strada dietro all'aeroporto mi si affianca una macchina bianca con dentro le ragazze incontrate sulla vetta, che mi offrono un passaggio verso il centro, che accetto con immensa gratitudine. Chiedo loro di lasciarmi in quella che mi sembra una strada familiare, ma nel momento in cui svolto l'angolo, mi rendo conto che non sono dove pensavo.

Ed è così, con espressione assorta e piantina in mano, che mi trovano Jorge e Crimson, venuti a cercarmi tutto il giorno in compagnia di Patricio, detto Pato, il vicino di casa.
Altro invito a cena e altro appuntamento per il giorno seguente, questa volta con l'auto del Pato, per continuare il tour.

Sono ancora incredula di fronte a tanta generosità.
Paola e Kekko sono al lavoro, in uno degli innumerevoli hotel che impiegano la quasi totalità della popolazione e dove Jorge lascia un paio di curriculum: si è innamorato del luogo e pensa di trasferirsi.

Altra giornata indimenticabile.

Non è possibile descrivere la profonda emozione di trovarsi di fronte a questi monolitici mezzi busti che guardano tutti, con espressione assorta, il centro delll'isola. Perché è lì che pare concentrarsi l'energia vitale.
Costruiti dai clan locali con scopi non sempre chiari, talvolta a guardia di sepolcri, talvolta a mostrare la forza della famiglia, talvolta come protettori di attività quali pesca e agricoltura, hanno l'assoluta maestosità e poesia che ci si aspetta abbiano, se non di più.

Questa isola è un posto magico, indiscutibilmente. C'è perfino una strada lungo la quale, a motore spento, l'auto scivola in salita, silenziosa.

Mercoledì arriva e con esso anche la despedita di Jorge che abbraccio con affetto e che mi regala un braccialetto di corda che portava al polso, dicendomi che mi sto portando via una parte importante della sua vita.
La sera la passiamo nel bar accanto alla casa di Kekko, dove Paola aiuta il barista e dove conosco un paio di colleghi del lavoro di Pato.
Domani è in programma il Topatangi.
Così Patricio mi passa a prendere per portarmi a mangiare il miglior ceviche della storia e per vedere lo spettacolo di cinque ballerini seminudi che ballano in maniera ipnotica sulle note del zouk. Inutile dire che sono trascinata da questo ritmo, che è udibile in ogni casa abbia le finestre aperte e in ogni auto passi per la strada e presto sono a ballare con stampato in faccia un ebete sorriso di beatitudine.

Il Venerdì piove. Ma devo ammettere non mi dispiace passare una giornata a riposarmi e chiacchierare con gli altri clienti del campeggio, leggendo un libro dimenticato da qualcuno e andando, per la prima volta da che sono qui, a letto presto.
Sabato sera una collega di Pato compie gli anni e mi invitano alla festa, dove scopro che anche qui esistono le canzoni classiche che, seppur differenti da quelle italiane, spingono la gente a formare trenini conga e a saltellare come pazzi in giro per la pista.
Domani si riparte.

Con il cuore pesante siedo a pranzo con la mia famiglia di qui che mi saluta e mi augura buona fortuna. Ci scambiamo abbracci e contatti. E Kekko mi stringe forte, infilandomi al polso un braccialetto e ricordandomi la mia promessa di salire sulla torre di Pisa e gridare il suo nome. Perché mai verrà in Italia, ma almeno il suo nome sì. Ricordo a Crimson che casa mia sarà sua in qualunque momento lo desideri, mentre le lacrime mi riempiono gli occhi.
Al collo mi mettono due collane di conchiglie, usanza locale per salutare chi va, che tintinnano al vento che mai ha cessato di scompigliarmi i capelli, mentre salgo sull'aereo.

Non posso immaginare una settimana più magica di questa.
Mahururu Rapa Nui, te juro que voy a volver!

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