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Gli uomini cileni
Gli uomini Cileni si possono classificare in due categorie: quelli che puoi saltare con poca fatica e quelli che fai prima così che a girar loro intorno. Sono certa ci siano le debite eccezioni, ma fino ad ora non ne ho incontrata neanche una.
Ma ciò che li contraddistingue e che sarebbe la qualità ideale se fossero calciatori (ma qui non siamo più in Argentina) è il pressing serrato.
E non importa se porto la fede al dito, non importa se mio marito è a Santiago che mi aspetta, nella mia stanza, o tre secondi a fumarsi una sigaretta: se non è a portata d'occhio ci si può giocare il tutto e per tutto.
Così attacca la tiritera del “posso portarti a cena/nella mia stanza/nell'angolino?”, ripetuto come un mantra con la speranza abbia effetti ipnotici ed induca la vittima a cedere per catatonia.
Siparietti interessanti mi hanno vista prendere a braccetto ignari stranieri (qui molto facili da individuare) e sussurrare “please, just trust me and pretend that you know me” con un sorriso tirato per liberarmi dei più insistenti. Devo però dar loro atto che nessuno si permette mai di passare ai fatti (come invece accade per esempio in Italia) e generalmente, dopo che hanno constatato che effettivamente non c'è storia, abbandonano il campo senza protestare.
Così, nel giro di una settimana, ho avuto un marito Giapponese, un Francese, un Olandese e un Newyorkese e sto vivendo una fantastica luna di miele con il proprietrario di ogni giacca appoggiata sullo schienale della seggiola più vicina alla mia.
Anche se devo dire è un'ottima scusa per attaccare bottone con altra gente e normalmente le reali compagne dei poveretti sono piuttosto comprensive… la solidarietà femminile sembra però scomparire negli occhi delle Chilene.
Purtroppo per ora questo paese non mi ha trasmesso una “buena onda” ma come ho promesso a Mike (il marito Newyorkese con cui sono ora a Pucon) sono disponibile a dargli un'altra possibilità.
Lasciata Usuhaia ho cominciato la lunga marcia verso nord che mi ha vista su un autobus per un giorno intero direzione Puerto Natales,
e successivamente imbarcata per quattro giorni su un traghetto verso una delle cittadine più squallide abbia mai visitato, Puerto Montt.
La crociera è stata un'ottima occasione per reincontrare viaggiatori già conosciuti e nuovi compagni di strada, ma nel pezzo di percorso oceanico durato 12 interminabili ore, l'unico pensiero che riuscivo a formulare era: perché non ho ereditato lo stomaco di ferro della nonna Olga?

La differenza più evidente tra Chile ed Argentina è che qui c'è molta più povertà.
Il numero dei senzatetto, dei randagi e delle case diroccate è esponenzialmente maggiore, ma devo ricordarmi che infondo ancora non ho visitato molto di nessuno dei due paesi.

Il percorso quasi obbligato tra località troppo turistiche comincia ad andarmi stretto, ma tra una settimana circa, Alex mi aspetta a Mendoza: si torna a casa! Per quanto lui preferisca passare dal Chile, per raggiungere la Bolivia, spero di convincerlo a restare in Argentina a meno che Santiago non mi sorprenda grazie anche ai consigli ricevuti da Paloma, una ragazza che ospitai ormai quasi due anni fa e che mi aiuterà a distanza a scoprire la sua città natale.

La stagione delle piogge sembra essere iniziata ed ho dimenticato come sia fatto il sole, anche se la temperatura ora è quasi piacevole.
Inutile dire che spesso il panorama sarebbe facilmente equiparabile a quelle cartoline delle maggiori città che, su fondo nero, ne riportano il nome con l'aggiunta della scritta “di notte”. L'unica differenza è che qui dovrebbero essere tutte bianche e con scritto “di giorno”.

Ma la buona compagnia per fortuna non manca e tra una gag e l'altra anche le otto ore di bus per raggiungere questa graziosa località alle pendici del vulcano sono volate. Ed ora mi ritrovo a cercare con il mio amico Statunitese, il rubinetto che chiuda questa gigantesca doccia.
Seduti nel pullman si rifletteva sull'immagine che di noi hanno gli amici a casa, che probabilmente ci vede impiegati in chissà quali mirabolanti ed esotiche imprese anziché come effettivamente finiamo per essere: ore e ore incastrati su sedili più o meno comodi dove abbiamo calcolato aver passato quasi un terzo delle nostre giornate, per raggiungere mete nelle quali si sosta spesso per breve tempo… e ci si chiedeva se svelare loro l'arcano oppure no. Personalmente credo sia equo condividere anche questa parte dell'avventura, seppur meno poetica, per non perdere la connessione con la realtà e per rendere anche quella di chi non viaggia potenzialmente più interessante: non è il cosa si fa, ma il come lo si fa che dà sapore alla vita.

Entonces: buen provecho a todos!

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