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Scritto da nel Numero 93 - 1 Ottobre 2012, Tempo e spazio liberi | 0 commenti

Da Santiago a Mendoza

I motivi per tomar un minibus anziché un gigantesco mostro a due piani, per viaggiare da Santiago del Cile a Mendoza in Argentina sono molteplici.

In primo luogo è più economico: 15000 pesos anziché 17700. Ben 2700 soldi del Monopoli risparmiati, che equivalgono orientativamente a poco più di 4 euro. So che molti di voi scuoteranno la testa al pensiero che con meno di 5 euro avrei potuto usufruire di comodi sedili reclinabili, della visione di un film e probabilmente di un dolcetto in mattinata come colazione, ma così mi sarei persa il brivido di viaggiare ancorata come meglio potevo in una scatoletta di lamiera lanciata a velocità incredibili per i tornanti andini.

Non avrei assistito all'esilarante appello iniziale nel quale si buscaba disperatamente una certa Maria, ritardataria, che si sperava fosse hermosa e che si è rivelata essere una cinquantenne ben piantata, o Isabela, ragazza muta, che cercava di palesarsi con gesti sempre più vistosi (mi è arrivata una gomitata in testa) al richiamo insistente del suo nome, senza grande successo. Mi sarei persa l'estenuante contrattazione al confine tra l'ufficiale di guardia e una coppia cilena accusata di trafficare vestiti e lo sguardo esasperato del doganiere di padre Bolognese (cognome Rizzoli) che incrocia il mio, sonnolento, e mormora “todas la veces es lo mismo”. Non avrei partecipato alla ricerca del televisore a schermo piatto, desapparecido per venticinque minuti e misteriosamente passato indenne ai controlli (il klaus opera in maniera occulta), ma soprattutto mi sarebbe mancato il continuo scivolare dal mio asiento causa forza centrifuga, centripeta, inerzia, mancanza di attrito, gravità, vodoo, macumba e diosolosacos'altra diavoleria che permetteva al pulmino di restare in strada e a noi di restare in vita.
Senza menzionare l'immensa gioia di arrivare indenne, due ore prima del previsto, al terminale degli autobus, che ovviamente, essendo le tre e mezza della mattina, non offriva null'altro che scomode panche e negozi chiusi.

Ma il non aver altro che un carrettino presieduto da una prorompente Argentina e da un vecchietto grinzoso rende la focaccia dura e sbriciolosa e il caffè con leche extradolce un ristoro paragonabile al nettare e all'ambrosia. Fortunatamente grazie alla puntata di El Calafate, avevo ancora un po' di valuta corrente e la ragazza mi ha pazientemente aspettata mentre estraevo nell'ordine un euro, due sterline, un pesos chileno e una quantità ridicola di monetine prima di trovare quella locale.

E così, grazie alle cognizioni provenienti da numerosi altri bivacchi in altre stazioni, mi accoccolo nella posizione 32 dello yoga della panca (che va di pari passo allo yoga del bagno pubblico). Per chi non lo sapesse (mi riferisco soprattutto ai maschietti) entrambe le discipline traggono ispirazione dal tetris e dal free climbing e richiedono creatività, flessibilità e qualche arto in più (dunque c'è anche l'influenza Indù della dea Kalì) per riuscire ad alleviare le urgenze corporali del dormire e del beh, vabbè, a questo ci si arriva…

Attendere un orario ragionevole per presentarmi a casa della mia ospite risulta essere dunque un misto di entrambe e appena il sole si leva mi avvio zaino in spalla e puzza a seguito.

Incontrare nonna Laude è ad oggi l'esperienza più sorprendente di tutto il viaggio. Questa giovane signora di ottant'anni è una delle donne più straordinarie mai conosciute. Emigrata in Argentina più di sessant'anni fa e sposatasi presto, decise di fare un figlio giusto per provare al mondo che era donna. E poi visto che “le è piaciuto tanto” ha deciso di scodellarne altri cinque. Regina della casa, perché mai si è sentita relegata nel ruolo di casalinga, ammette candidamente di detestare tener dietro alle faccende domestiche e m'infila in mano le chiavi dicendomi: fai come se fossi a casa tua. E così in un baleno eccomi adottata come nipote.

Il nostro modo di vivere l'ospitalità è analogo, fatto di pochi fichi e del relax di non dover tener dietro all'ospite, potendo così goderne nei momenti in cui ci si incontra, per scambiare chiacchiere e punti di vista.
E così vengo a sapere episodi di una vita dura, ma felice, sostenuta da una Fede incrollabile anche nei momenti più difficili come il lutto per la figlia, mancata prematuramente a causa di un infarto o per la vedovanza (che mi ha ricordato Via col Vento e Rossella i cui piedi vivaci saltellavano sotto al vestito nero, rifiutandosi di morire solo perché era successo al marito) .
Una vita di risparmi e di sacrifici, ma anche di affetti e legami intercontinentali. Una vita vissuta con la curiosità e la voglia di essere al passo col proprio marito (super professore, perché a me gli uomini piacciono solo se sono più interessanti di me), coi propri colleghi (mega laureati, perché sarà anche vero che io non ho un titolo di studio, ma i miei discorsi sono sempre i più applauditi perché sono i più spontanei) e con la tecnologia (perché se Desalvo dice che è facile usare il computer, allora devo riuscirci io pure).
Una vita che fino a poco tempo fa considerava come conclusa. Sì, perché a una certa età si ha pure voglia dell'aldilà.
Ma ecco che accade l'improbabile e con un sorriso di ragazza mi confessa di essersi fidanzata recentemente e di essere innamoratissima di un uomo che la fa stare bene, col quale scambia una fittissima corrispondenza e che spera di vedere presto… voglia di Messico dunque… e brava la nonna Laude, parte vitale di una relazione semi clandestina alla tenera età di 4/5 di secolo..

Que mujer! E' tutto quello che riesco a sbofonchiare ad Alex, tentando di renderlo partecipe all'eccezionalità del caso, ma mi accorgo che a 21 anni, certe cose, non si possono cogliere. A 21 anni non si pensa a come si desidera invecchiare, ma a quasi
31 posso dire con assoluta certezza che la mia risposta è COSI'!

E dopo l'esplorazione della precordigliera e con la promessa di ripartire da Mendoza, nel caso decida di tornare in Argentina, lascio un'altra parte di famiglia alla volta di Salta la linda, che mi trova nuovamente in un ostello, leggermente spaesata dopo una settimana di accoglienza casalinga a scrivervi e a leggervi e a pensarvi a tomar un mate con me, seduti attorno ai microscopici e sovraffollati tavolini del patio principale.

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