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Scritto da nel Internazionale, Numero 114 - 1 Novembre 2014 | 0 commenti

Serbia – Albania: quando il calcio andò in guerra

Serbia – Albania: quando il calcio andò in guerra

Serbia – Albania dello scorso 15 ottobre ci riporta al 1990, alla vigilia della guerra, quando ormai l’ex Jugoslavia era sull’orlo di una guerra civile. Era il 13 maggio del 1990 e allo stadio Maksmimir di Zagabria va di scena Dinamo – Stella Rossa. Fuori e sugli spalti dello stadio successe di tutto, dentro il rettangolo di gioco la partita nemmeno cominciò. I poliziotti serbi caricano i tifosi di casa, è la miccia che fa esplodere degli scontri, invasione di campo e caccia all’uomo. Nella Dinamo Zagabria militava un giovane Zvone Boban, indimenticabile numero dieci del Milan e della nazionale croata, che rifilò un calcio ad un poliziotto che stava manganellando un tifoso. Boban divenne presto un eroe. Gli scontri avvennero tra i gruppi croati dei Bad Blue Boys e quelli serbi dei Deljie, gli ultras della Stella Rossa, guidati da un Zeljko Raznatovic, meglio noto come la “Tigre Arkan”, a cui Curva Nord della Lazioe dedico uno striscione per omaggiare l’allora difensore serbo Sinisa Mihajlovic.

Ventiquattro anni dopo gli scenari geopolitici appaiono completamente cambiati, ma l’odio che cova sotto la cenere non appare sopito. A Belgrado va di scena Serbia – Albania, il Kosovo è il terreno di scontro tra i due Paese. Allo stadio viene vietato l’ingresso ai tifosi ospiti, in tribuna le autorità ed uno stadio stracolmo pronto a spingere la squadra di casa in un match storico. Al 40’ del primo tempo la partita viene sospesa perché in campo in campo vola un drone con la bandiera della “Grande Albania”, il giocatore serbo Mitrovic prende la bandiera e scoppia il putiferio. Alcuni giocatori albanesi si avvicinano a Mitrovic alcuni tifosi entrano in campo ed uno di essi tira uno sgabello contro un giocatore albanese. Il capitano dell’Albania, Cana, blocca il tifoso e lo picchia, come Boban nel 1990, Lorik Cana è diventato un eroe in patria. In campo entra anche l’ormai famoso Ivan Bogdanov, il serbo che terrorizzò Marassi, la partita viene sospesa e i giocatori albanesi escono dal campo e cercano di guadagnare in tutta fretta gli spogliatoi, con la polizia locale che a stento mantiene l’ordine pubblico. Nel dopo partita, l’allenatore italiano che guida l’Albania, Gianni De Biasi, dirà: “I miei giocatori picchiati dalla polizia”.  Secondo l’analista politico Dusan Janjic, “l’intensità dell’odio che provano giovani albanesi e giovani serbi è allucinante e quanto accaduto durante la partita è un grave scandalo politico e internazionale”.

L’oggetto del contendere è il Kosovo, amministrato dall’Onu, formalmente fa parte della Serbia, ma la maggioranza della popolazione è albanese, e nel 2008 ha proclamato unilateralmente la propria indipendenza, riconosciuta da 96 Paesi membri dell’Onu e chiaramente non dalla Serbia. L’incontro previsto a Belgrado lo scorso 22 ottobre fra il premier albanese Edi Rama e il premier serbo Alexander Vucic è stato rinviato dopo gli scontri, i due dovrebbero vedersi il prossimo 10 novembre. Gli interessi economici, politici e militari nel Kosovo influenzano in maniera viscerale serbo-albanesi. “Questi interessi derivano anche dal ruolo stesso che il Kosovo ha nelle comunicazioni – sottoline Janjic – determinato dalla sua posizione geografica oltrechè dalla convergenza e conflittualità dei vari interessi di numerosi stati e popoli nel corso della storia. “In questo contesto, gli albanesi colpiscono l’attenzione per la densità della loro popolazione nel territorio del Kossovo, parte del sud della Serbia e del Montenegro e l’ovest della Macedonia che confina con l’Albania. E’ il cuore geo-strategico dei Balcani, localizzato nel territorio della ex-Jugoslavia e caratterizzato dalla sua viabilità, da incroci di traffico, e da strade geo-strategicamente percorribili.”

Dopo la guerra serbo croata e la guerra civile bosniaca oggi nei Balcani il Kosovo potrebbe rappresentare il nuovo teatro di guerra tra serbi e albanesi.

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