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Scritto da nel Numero 126 - 1 Febbraio 2016, Viaggi | 2 commenti

Lupi e pastori in Lessinia, storia di una coesistenza possibile

Lupi e pastori in Lessinia, storia di una coesistenza possibile

Tre giorni sulle tracce del carnivoro sull’altopiano veronese.

Lessinia occidentale 5e30 del mattino: fa freddo a 1550 metri di altezza, anche se siamo a fine agosto. Non piove da giorni, ma l’erba dei pascoli é fradicia per l’umidità della notte. Fa un buio pesto, manca ancora un’ora all’alba. Camminiamo in silenzio nell’oscurità, tagliando in diagonale un erto pendio che domina la valle sottostante, le luci delle contrade sotto di noi.

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1 Alba sulla Sega di Ala, sullo sfondo, il monte Baldo.

I miei compagni si sono già piazzati sul prato, dopo aver steso dei teli sull’erba, per proteggersi dall’umidità. Inizio a scendere verso di loro, ma metto lo scarpone su qualcosa di scivoloso e in un attimo sono per terra. E’ stato un grosso escremento di vacca a mandarmi al tappeto. Ho il sedere e la schiena dipinti di marrone. “Ora che puzzi di boassa (termine locale per le feci bovine ndr) sei perfettamente mimetizzato, e loro non possono sentire il tuo odore!” ride il campione di sci da fondo Fulvio Valbusa, tra le altre cose un oro e un argento olimpico, agente della forestale. Siamo a “caccia” di lupi, armati di binocolo e cannocchiale.

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Figura 2 Fulvio Valbusa, Roberto Frezza

Nei giorni precedenti il branco ha predato una manza, non lontano dal nostro luogo di appostamento. Siamo ai limiti del territorio lupino e la nostra guida confida di avvistare Slavc, Giulietta e i loro figli nati l’anno scorso mentre tornano dalla caccia, diretti verso il cuore del loro areale. Ci appostiamo, il cielo diventa leggermente più chiaro, in lontananza sentiamo le grida dei pastori che richiamano le loro bestie. Son grida omeriche.  I rapaci notturni lanciano i loro ultimi richiami. Sta arrivando il giorno, sotto di noi una volpe compie un grande balzo tuffandosi a testa in giù in un buco, ne riemerge con un arvicola in bocca. Una famiglia di caprioli fa capolino su una cresta: il maschio, la femmina e il loro piccolo si stagliano contro il sole nascente. E’ un attimo: le marmotte lanciano il loro acuto grido di allarme, il maschio del capriolo abbaia, e la famigliola si lancia al galoppo giù per il pendio, rifugiandosi in un boschetto di abeti. Forse è la volta buona che avvistiamo il branco a caccia. Ma è un falso allarme, è solo un’altra volpe che, smascherata dalle marmotte, si sdraia sul pendio, dubbiosa sul da farsi. Restiamo fino alle 8,  in tempo per osservare una coppia di aquile reali in volo col loro nato di quest’anno e un branco di camosci al pascolo, ma dei lupi nessuna traccia. Nessuna delusione, abbiamo visto tantissimo.

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Figura 3 Giovanni Teodori, Fulvio Valbusa

Bovini, pastori e lupi, un incontro che in Lessinia non si verificava da 150 anni, un incontro foriero di seri  problemi di convivenza. L’allevamento di bovini da carne e da latte è più ancora del turismo una delle principali fonti di reddito della zona. In Lessinia, durante la bella stagione e fino all’autunno inoltrato, neve permettendo, pascola la metà del bestiame bovino di tutto il Veneto, circa 6.000-7000 capi. Secoli fa, al tempo degli antichi coloni tedeschi, i cimbri,  le mandrie erano di dimensioni assai più ridotte, e trovavano rifugio notturno da lupi e orsi all’interno delle stalle ricavate nelle malghe, costruzioni gotiche col tetto spiovente in lastroni di pietra calcarea locale, architetture originali che danno al paesaggio lessinico una peculiarità unica.

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4 Stalla di Campo Retratto, XVII secolo

Con la scomparsa completa dei predatori avvenuta nella seconda metà dell’800 e lo sviluppo di una pastorizia moderna nel secolo successivo, accanto all’aumento dei capi si verificò una condizione di totale sicurezza per le bestie al pascolo, che cominciarono a restare all’aperto anche di notte, come tuttora avviene. Di cani da pastore se ne vedevano e se ne vedono ben pochi, lo stretto necessario per guidare il bestiame nei suoi spostamenti, ma non certo per tenere testa ai predatori. Su questa situazione si è innestato il ritorno nel 2012 di una coppia di lupi, ma non di due lupi qualsiasi. Si è trattato infatti di un evento significativo per il mondo degli studiosi e degli appassionati: il ricongiungimento genetico tra due popolazioni separate da secoli: il lupo appenninico e il lupo dinarico-balcanico, più grande e robusto. Siamo nella primavera del 2011: un capo progetto del dipartimento di biologia della università di Lubiana, Huber Potocnik, mette un radio collare a un lupo di un anno, appartenente al branco di Slavnik, e lo battezza Slavc. Il giovane maschio rimane nel suo gruppo fino all’inverno e a dicembre 2011 va in dispersione alla ricerca di un nuovo territorio dove fondare un suo branco, iniziando un rischioso viaggio di 2000 chilometri attraverso le montagne  e i cavalcavia di Slovenia Austria e Italia, che a marzo 2012 si concluderà in Lessinia, dove nel frattempo è arrivata una lupa appenninica proveniente si presume dal Piemonte, che la guardia forestale, allertata nel frattempo dagli sloveni della presenza del maschio, chiamerà Giulietta, in onore della città di Verona.

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5 L’Itinerario di Slavc

I due lupi iniziano a fare coppia fissa. La sorpresa è grande, potenzialmente si tratta del primo nucleo riproduttivo nelle Alpi Orientali dopo 150 anni. I due animali non si riproducono il primo anno, ma nella primavera successiva iniziano a sfornare cuccioli: 2 nel 2013, 7 nel 2014 e ancora 7 nel 2015. Tra morti naturali e dispersioni ad oggi abbiamo la coppia con 4 sub-adulti e i 7 cuccioli di quest’anno. Ovviamente con l’aumento dei lupi aumentano le predazioni e i problemi politici e pratici.  Da queste parti ci si ricorda ancora dell’exploit del sindaco di Verona e presidente di Federcaccia Veneto Flavio Tosi, denunciato dalla Forestale per aver autorizzato l’abbattimento di una specie protetta attraverso una ordinanza che permetteva ai cittadini delle contrade limitrofe al Parco Regionale della Lessinia di sparare agli animali: “Verona ha anche un territorio montano con le frazioni di Trezzolano, Cancello e Moruri. Non sono tranquillo per i bambini che la mattina  o la sera attendono l’arrivo dello scuolabus. Nessuno mi garantisce che il lupo non apprezzi anche questo tipo di prede… Autorizzo l’abbattimento degli esemplari che si avvicinano ai centri abitati. Se poi qualcuno impugnerà l’ordinanza, sarà battaglia per valutare quale diritto sia prevalente: quello degli animali o dei cittadini”.

Gli esperti spiegano che non c’è  alcun pericolo per i bambini che aspettano lo scuolabus. Queste ed altre querelle prendono sostentamento da un problema reale, il malcontento dei pastori, che, abituati a comportarsi nello stesso modo da 150 anni, si confrontano con un problema del tutto nuovo, quello delle predazioni sulle loro bestie, col danno economico che ne risulta (se non risarcito efficacemente) e con lo stress per animali e uomini.  Non è una situazione facile per gente che vive allo stesso modo da generazioni, e che è piuttosto restia a cambiare abitudini.

Noi ci siamo trattenuti per tre giorni in Lessinia, e in ciascuno di questi giorni abbiamo girato per l’altopiano, ripetendo gli stessi gesti: sveglia alle 4.30 del mattino, appostamento fino alle 8 nella speranza di vedere il branco e a seguire un lungo girovagare in jeep per una montagna costellata di bovini, che tra l’altro ci son sembrati in splendida forma.  Abbiamo parlato con i pastori, godendo della ospitalità dei malgari e della straordinaria bellezza del paesaggio.

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6 Monte Carega

Il compito della guardia forestale, di Fulvio Valbusa, del guardiaparco Paolo Parricelli e del progetto LifeWolfAlps è quello tra le altre cose di mitigare sul campo i conflitti e i malumori derivanti dalla ricolonizzazione delle Alpi da parte del predatore, cercando di evitare il peggio.

La Forestale e i guardiaparco lavorano sul campo, monitorano il branco mediante l’utilizzo di video-fototrappole, parlano con gli allevatori e si occupano degli indennizzi.

“Non è stato semplice per me all’inizio confrontarmi con gli allevatori esasperati. Ho dovuto sviluppare una capacità di empatia verso il prossimo di cui io, montanaro impulsivo, non ero naturalmente dotato”. – dice Valbusa.- “Questa è per me una avventura umana straordinaria, sono nato e cresciuto qui, ho un amore viscerale per questo territorio e mi adopero perché tutto vada a buon fine”.

Valbusa rimbalza per la Lessinia come la pallina di un flipper, fermandosi in continuazione per ascoltare le voci di tutti,svolgendo un coscienzioso lavoro di mediazione. E’ la sua credibilità a permetterglielo. Valbusa è un figlio della Lessinia.

Il primo giorno, di ritorno da uno dei nostri appostamenti, incontriamo il pastore Ivano: lamenta la scomparsa di un vitello bianco di razza pregiata, di appena una settimana di vita. Ci racconta nel suo dialetto dei muggiti disperati della madre. “Appena lo trovi chiamami”-gli dice l’ex fondista.

Il giorno dopo squilla il cellulare, è Ivano, ha trovato la carcassa seguendo la madre del vitello, tornata a presidiare il cadavere. Raggiunti dal veterinario della provincia che deve constatare le cause del decesso per avviare l’iter del risarcimento, raggiungiamo in jeep il luogo dell’accaduto insieme al pastore.

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7 Vitello predato

Per il veterinario ci son pochi dubbi: si tratta di lupi, probabilmente uno solo; trattasi forse di una femmina nata nel 2014, che vive da alcuni mesi in solitudine, ai margini del territorio del branco, in attesa di disperdersi verso nuovi lidi. I lupi come già detto, autoregolano le dimensioni del branco con le dispersioni degli individui più giovani e temperamentali. Da questo branco in salute sta partendo la ricolonizzazione del Triveneto.

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8 Il guardiaparco Paolo Parricelli con il pastore Ivano

“La maggior parte delle predazioni avviene di notte, basterebbe quindi costruire dei recinti elettrificati con dentro cani da pastore maremmani dove ricoverare il bestiame la sera per diminuire l’incidenza del fenomeno; il tutto con il contributo della regione”, mi racconta il guardiaparco Paolo Parricelli. Torniamo tutti insieme al rifugio, si firmano i documenti per il risarcimento e Ivano, sorridente, offre uno spritz a tutti, entro una settimana verrà risarcito con 800 euro. Oltretutto lo smaltimento della carcassa non sarà a suo carico. In altre regioni italiane le istituzioni non sono così sollecite nel rifondere i danni e gli animi si stanno esacerbando.

Quando i lupi arrivarono in questo territorio, si delinearono subito fazioni in contrasto tra loro: da una parte gli entusiasti, dall’altra i preoccupati e i catastrofisti. Oltre ai pastori e alla Coldiretti, ad essere contro questo ritorno c’era chi temeva ripercussioni per il turismo; un turismo che non ha ancora dispiegato a pieno le potenzialità offerte da un territorio unico. La Lessinia è un enorme altipiano, una mano distesa sulla pianura veneta, i cui solchi interdigitali sono delle valli boscose che discendono verso la pianura, e il cui dorso è un altipiano che arriva ai 1800 metri, ideale per l’escursionismo, ma soprattutto mecca dello sci da fondo e della mountain bike. Non a caso lo sci e il ciclismo hanno portato nove medaglie olimpiche e un Giro di Italia da queste parti, grazie a Bubo e Sabina Valbusa, Paola Pezzo e Damiano Cunego.

Molti dicevano: “Ora nessuno verrà più da noi per paura dei lupi, e il turismo diminuirà ulteriormente, dopo anni non proprio eccezionali, anche per colpa della crisi”.

Parlando con rifugisti, ristoratori e albergatori, mi son reso conto che è accaduto esattamente il contrario, come sostiene Antonella Leso, dell’albergo ristorante Leso di Valdiporro: “Abbiamo avuto un luglio e un agosto turisticamente ottimi, prima avevamo un turismo di anziani, ora siamo pieni di giovani con bimbi al seguito, la gente sta riscoprendo queste montagne. Siamo al 28 agosto e non ho una stanza libera”.  Torniamo verso l’afa della pianura di domenica,  la pista della Translessinia è segnata da una ininterrotta processione di bambini, ragazzi, famiglie e anziani, tutt’altro che preoccupati di venir mangiati dal lupo. Questo incremento di presenze magari non sarà solo merito del lupo, ma anche dallo sviluppo nei locali di una nuova mentalità di accoglienza, mutuata dal vicino Trentino, a cui secondo me la Lessinia ha ben poco da invidiare. Da conoscitore del posto (ho passato molto tempo sull’altipiano da bambino e da adolescente) noto importanti cambiamenti: ogni malga è contrassegnata da un cartello esplicativo, le trincee e i forti della prima guerra mondiale sono stati restaurati, l’offerta gastronomica è nettamente migliorata. Finalmente la Lessinia si sta aprendo al mondo.

Tornando ai lupi, l’equilibrio di questa situazione è sempre precario. La presenza di un nutrito branco ha stimolato l’entusiasmo di appassionati e fotografi naturalisti, alcuni dei quali troppo focosi e inesperti, che avvicinandosi troppo alla madre e ai cuccioli, gli hanno arrecato disturbo.

A pranzo, di fronte a un piatto di gnocchi di malga, Valbusa mi mostra alcuni video con sonoro effettuati dalle foto trappole. Ce n’è uno che mi colpisce in particolare:  siamo nel  vecchio rendez vous (un luogo appartato e protetto dove il branco lascia i cuccioli quando è a caccia), una radura nel fitto del bosco punteggiata da alcuni grossi abeti; a un certo punto entra un lupetto, poi un altro e un altro ancora, fino a finire tutti e sette nel campo visivo dell’apparecchio. Corrono, si azzuffano rotolandosi, giocano a nascondino. Una scena fiabesca che strapperebbe un sorriso persino al più incallito detrattore della presenza di questo  animale in Lessinia. Mi sveglio dal sogno e realizzo che non siamo a Yellowstone, ma a 40 km da Verona.

Riparto verso Roma pieno di ottimismo: i lupi e i pastori ce la faranno entrambi, e la Lessinia, da bella che era, diventerà bellissima.

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9 Cucciolo del 2015

2 Commenti

  1. Gentile Giovanni Teodori, mi è stato segnalato il suo scritto e vorrei farle presente che la frase che “la guardia forestale, allertata nel frattempo dagli sloveni della presenza del maschio, chiamerà Giulietta, in onore della città di Verona”, non corrisponde al vero e vorrei venisse tolta dal testo. Infatti il nome Giulietta è uscito dalla mia fantasia, che è di giornalista e non di forestale, nel momento in cui si è saputo che Slavc si accompagnava a un altro misterioso canide di cui si era presunta la presenza e si avevano avute tracce nei giorni immediatamente precedenti e seguenti il Natale 2011. Nessuno poteva dire se l’esemplare fosse maschio o femmina finché non si fossero raccolte tracce biologiche per determinare il Dna. Ma il fatto che i due esemplari camminassero insieme sulla neve a me era sembrato quasi una prova che dovesse trattarsi di maschio e femmina e visto che di Slavc sapevamo per certo il sesso, dell’altro esemplare avevamo 50 probabilità su 100 che fosse femmina. E’ stato un azzardo lanciato sul giornale L’Arena ben prima che i Forestali potessero raccogliere le tracce biologiche per determinare il sesso di Giulietta. Per questo da qualcuno mi sono preso anche parole e mail un po’ piccate perché non dovevo anticipare quello che poi la scienza avrebbe potuto smentire. E anche perché non avrei dovuto umanizzare un animale che doveva restare selvatico. Poi i fatti mi hanno dato ragione, ma mi dà un po’ fastidio vedermi scippato del primato del nome. Certo non conta nulla e non mi fa più ricco, ma siccome ho preso parole per averlo azzardato, ora vorrei almeno i riconoscimento per aver visto giusto. A me non interessa che compaia il mio nome come padre di Giulietta, ma che quantomeno si dica, ad esempio che “per primo il giornale locale L’Arena di Verona battezzò la lupa con il nome di Giulietta”. I miei amici forestali non se ne avranno certo a male anche perché hanno infiniti altri meriti che gli si dovrebbe riconoscere senza attribuirne loro di falsi.

  2. Complimenti! La sua idea di chiamare la lupa Giulietta ha avuto così tanto successo che la Forestale se ne è appropriata! Grazie per avermi letto e seguito!

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