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Scritto da nel Numero 129 - 1 Maggio 2016, Politica | 0 commenti

Referendum, una sintomatica astensione

Referendum, una sintomatica astensione

Il referendum sulla scadenza delle concessioni per l’estrazione di idrocarburi in mare entro le 12 miglia dalla costa è naufragato travolto da un’astensione tanto prevedibile quanto pericolosa. Ora non è il caso di tornare nuovamente sulle argomentazioni del referendum: a questo punto sarà solamente il tempo a chiarire chi ha ragione, ad esempio, sul destino delle piattaforme inutilizzate o sottoutilizzate e, in generale, sulla programmazione della politica energetica in Italia (magari con un ripensamento del governo sulla consistenza delle royalties).

Il dato dell’astensione, il 68,8 per cento degli aventi diritto al voto ha disertato le urne per scelta o abitudine, deve preoccupare. Perché non sono tutti sostenitori renziani, come il presidente del Consiglio ha lasciato intendere nella frettolosa conferenza stampa convocata subito dopo la chiusura delle urne. Evidentemente voluta dal Primo ministro il prima possibile per inventarsi una vittoria e fregiarsene davanti al popolo.

Fra i non votanti non ci sono solamente coloro che i quali hanno cavalcato l’astensione per calcolo politico o di merito. La maggioranza di essi è semplicemente disinteressata. Non solo all’argomento in questione, peraltro non di semplice impatto. Ma a qualsivoglia dinamica politica e amministrativa che riguarda la società e loro stessi.

Chi nelle settimane precedenti al referendum ha fatto attivamente campagna d’informazione, attraverso ad esempio il volantinaggio nei mercati e nelle piazze, a contatto diretto con la gente ha percepito un tasso di sfiducia verso tutto e tutti drammatico. Uno stato di abbandono totale, ben condito con un imperante individualismo sfrenato, alla faccia dei valori cristiani.

Ciascuna unità del popolo si sta spogliando della propria responsabilità addossando tutte le colpe alla politica, intesa in un modo confuso e fuorviante. Ciascuno, ritenendosi impotente, è spesso aggressivo, nei panni di vittima. Occorre stare molto attenti: c’è la percezione di desideri di autoritarismo che si pensava del tutto superati. E dei quali l’astensione così strutturata può essere un sintomo.

In questo contesto fatto essenzialmente di disinteresse ed ignoranza (nel vero senso della parola), è parso inopportuno che un presidente del Consiglio, quindi non un oppositore, abbia cavalcato l’astensione, etichettandola come suo successo e rivalsa nei confronti dei “ribelli” del suo partito.

Perciò paiono condivisibili, a giudizio di chi scrive, le riflessioni del politologo Piero Ignazi su “L’Espresso” (n.17/2016): «Le lotte per la conquista del diritto di voto per tutti, uomini e donne di ogni ceto e fede, ha reso la partecipazione elettorale un valore universalmente rispettato. Il voto esprime, al massimo grado, la cittadinanza politica, l’esser parte di una comunità dove tutti hanno lo stesso, identico, potere di decidere. Mettere in discussione questa potestà implica sminuire la dimensione della cittadinanza; significa introdurre l’idea che il voto sia una opzione di scarso rilievo. Per questo, chi governa un paese dovrebbe astenersi dal suggerire la strada dell’astensione».

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