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Scritto da nel Internazionale, Numero 141 - 1 Giugno 2017 | 0 commenti

PSOE, la rivincita di Sanchez

PSOE, la rivincita di Sanchez

 

Aquí está la izquierda” questo lo slogan portante che ha accompagnato la vittoriosa campagna congressuale di Pedro Sanchez, neo segretario del PSOE e futuro sfidante di Mariano Rajoy alle prossime elezioni spagnole. Nella corsa a tre si sfidavano Pedro Sánchez, segretario del partito dal 2014 al 2016 e candidato della base del partito, la sua acerimma rivale, Susana Díaz, presidente dell’Andalusia (sostenuta da ex capi di governo come Felipe Gonzalez e Zapatero) e Patxi López, ex presidente del Congreso de los Diputados (ovvero la Camera dei Deputati), nonchè primo governatore socialista del paese basco.

Il neo segretario ha vinto brillantemente (a lui poco più del 50% dei consensi e un affluenza record con oltre 150 mila militanti recatisi fisicamente ai seggi) sconfiggendo i pronostici della viglia che davano in testa la rivale Susana Diaz (contrarissima ad ogni collaborazione con la sinistra) che oltre ad essere molto apprezzata anche dagli elettori del partito Popolare, ha goduto del pieno appoggio dei baroni del partito.  E’ facile pensare che un’eventuale affermazione di quest’ultima avrebbe consentito a Podemos di presentarsi agli elettori come l’unica forza realmente di sinistra, facendo dormire sogni tranquilli al premier Mariano Rajoy attualmente al governo grazie all’astensione dei 90 deputati eletti in quota Psoe. Sanchez, 45 anni, fu costretto a dimettersi dalla carica di segretario dai “notabili” del PSOE (capitanati da Susana Diaz) dopo la doppia debacle  elettorale alle elezioni politiche del 2015 e del 2016 con il Partito inchiodato al 22% oltre a pesanti sconfitte subite alle amministrative in Catalonia e Galizia. Alle dimissioni dalla carica di segretario erano seguite anche quelle dal Parlamento, in aperto contrasto con la linea della maggioranza del suo Partito che aveva optato per l’astensione all’investitura di Mariano Rajoy a premier, tutt’ora al potere con un esecutivo di minoranza. Le posizioni di Pedro Sanchez, contrario alle larghe intese col Ppe, sono considerate quelle più a sinistra all’interno del partito. Il nuovo segretario ha raccolto le istanze della base socialista contraria ad ogni intesa coi popolari e  favorevole ad una possibile alleanza con Podemos sulla base della recente esperienza portoghese. A dire il vero nel 2016 lo stesso Sanchez aveva tentato un accordo con la sinistra la quale aveva posto alcuni veti riguardo alla presenza dei centristi di Ciudadanos all’interno dell’esecutivo, gruppo numericamente indispensabile a formare un governo.  I compiti che spettano al vincitore delle primarie non sono dei più facili. La maggioranza dei suoi deputati ha appoggiato convintamente Susana Diaz, così come i relativi apparati regionali. Riuscirà Sanchez a riprenderne il controllo? Inoltre, all’ordine del giorno in Parlamento c’è una “moción de censura” (ovvero mozione di sfiducia) presentata da Podemos contro il governo a guida Rajoy. Come si comporterà il gruppo socialista? In caso di sfiducia infatti tornerà attuale lo spettro di nuove elezioni. Sarebbe la terza volta in tre anni. Poi c’è la questione del rapporto con gli elettori. Un elettorato, quello socialista, deluso da diversi anni che ultimamente è virato su Podemos o sull’astensione. Agli inizi del nuovo millennio i socialisti governavano in quasi tutti i paesi dell’area UE. Contrariamente, ad oggi, sono saldamente al governo in appena due paesi, Portogallo (in coabitazione con la sinistra) e in quel di Malta. Mala tempora currunt dicevano i latini.

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