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Normalità e partitocrazia 2.0

E’ con raggiante e vibrante soddisfazione che un vecchio partitocratico repubblicano come me ha assistito all’avvio della legislatura.

E’ così normale che un parlamento rappresentativo elegga i suoi Presidenti con un vasto accordo, che ai partiti vincitori spetti di condurre le trattative e che essi le svolgano cercando di rispettare selettivamente ciò che dalla campagna elettorale è possibile riportare al tavolo: è la politica, dove i rapporti di forza emersi dalle urne sono il fondamento di ciò che potrà essere parte del programma della legislatura.

Che c’è di strano? Forse che non lo sapevate?

E’ evidente che era solo polemica politica quella di contestare il PD di Bersani, con le forche caudine degli streaming di cui oggi non si parla più, quella di trovare sempre l’occasione di scontro e polemica sopra le righe, di polemizzare senza ritegno istituzionale sulle scelte politiche degli avversari: era solo una gestione cinica dei rapporti di forza. Che, davvero non l’avevate capito?

E’ ovvio che adesso si farà quel che si può e che una riduzione percentuale minima di qualche prerogativa dei parlamentari o costringere la scorta a riempire un autobus di linea saranno presentati come la panacea di ogni male, la differenza sostanziale tra il “nuovo pulito” e il “vecchio marcito”: è comunicazione politica, parte decisiva dei rapporti di forza politici 2.0

E’ chiaro che lo scopo del gioco repubblicano è stare al Governo cercando di ottenere qualcosa che fuori cercando di mantenere una fantomatica purezza: si sta fuori dal Governo se si è in disaccordo sulle opzioni strategiche (Europa, welfare, lavoro, sviluppo, infrastrutture), ma è chiaro che se il 5s dovesse diventare un movimento macronista europeista liberale non potrebbe il PD ignorarlo, così come se la Lega lasciasse la Le Pen per diventare parte dei popolari europei. Scenari futuribili che adesso, essendo tracciati da partiti rappresentativi di più di due terzi degli elettori (cinque stelle + centro destra), fedeli sostenitori della dimensione proporzionalista (come testimoniato il 4 dicembre al referendum costituzionale), acquisiscono quella robustezza che la fragile Seconda repubblica non aveva saputo trasformare in realtà, intrappolata com’era in un bipolarismo rabbioso.

Di Maio e Salvini si sono sfogati in campagna elettorale e adesso sembrano andare d’accordo, si complimentano per gli accordi rispettati sulle poltrone di Camera e Senato, si apprestano a condurci verso quella grande intesa che da 30 anni si chiede per le grandi riforme.

Aspettiamo che ci spieghino perché è giusto cambiare legge elettorale, anche se la gente non la mangia, riformare la Costituzione, anche se è la più bella del mondo, e per fare questo occorrono Commissioni bicamerali, che tanto adesso i politici sono finalmente onesti!, rispettare i parametri europei, integrarsi nelle loro famiglie politiche, che flat tax e reddito di cittadinanza sono troppo costose e presentano anche qualche profilo di iniquità (la prima non è progressiva, la seconda disincentiva il lavoro).

Ci aspettiamo che finalmente l’opinione pubblica riceva una bella lezione di realismo politico con linguaggi 2.0 che vecchi partitocratici come me neanche possono lontanamente immaginare. Che ci credete davvero?

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