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Scritto da nel Letteratura e Filosofia, Numero 3 - 1 Ottobre 2006 | 0 commenti

La lingua come narrazione storica

Chi crede che lo studio della lingua sia argomento ostico, refrattario alla metodologia deduttiva che guida le moderne scienze empiriche, atto esclusivamente a uomini che trascorrono il proprio tempo ricurvi nelle buie e polverose sale di biblioteche umide, non si rende conto di fatto, di essere egli stesso un “linguista”. La lingua quale realtà fluida, dinamica, infinitamente mutevole, la lingua quale strumento di comunicazione, la lingua quale struttura innata nella coscienza del parlante, non è semplicemente esperienza quotidiana, ma propriamente oggetto di cui siamo tutti inconsapevoli artefici.

La lingua che si fa storia e la storia che si riflette nella lingua, è argomento dibattuto da innumerevoli studiosi al fine di rivendicarne l'autentica “storicità”, che si spinge ben oltre la sterile fissazione diacronica di un dato sistema linguistico in un preciso lasso temporale.

Partendo dalla teoria secondo la quale la struttura linguistica influenza una determinata civiltà al pari delle strutture giuridiche, sociali e religiose, si è giunto sino ad affermare che è la stessa lingua che condiziona la nostra percezione del reale, l'immagine che abbiamo del mondo[1].

Indipendentemente dalle ipotesi, più o meno estremiste, di illustri specialisti, rimane pur sempre innegabile l'affascinante interazione fra linguaggio e società. Se è vero difatti che la struttura sociale plasma la lingua, è altrettanto vero che il sistema linguistico finisce col prendere le sembianze di una fotografia che ritrae una data società in un preciso momento storico.

Si prenda quale esempio, fra gli innumerevoli possibili, l'evoluzione della lingua latina, madre delle lingue neoromanze fra cui l'italiano, dal ceppo linguistico indoeuropeo: ipotesi comune tra i linguisti è che le lingue indoeuropee tendano ad una progressiva semplificazione rispetto al ceppo di origine, ma è pur vero che tale semplificazione avviene in ognuna in modo differente, ovvero nel rispetto della cultura e della percezione del reale di una data comunità. Se la struttura linguistica latina è assai più “semplice” , confrontata ad altre di medesima derivazione come il greco[2], ciò dipende in gran parte dalla particolare concezione che i romani avevano del reale, secondo le parole di Fritz Schulz “[...] l'unitarietà come opposto della molteplicità e dell'amore di varietà; la semplicità come opposto della complicatezza; la riduzione a pochi motivi che parlano chiaro”. Quando a questo si aggiunge la tipica visione temporale, ovvero il tempo come tempo dell'uomo, delle sue gesta, riflesso del contingente e non certo più dell'eterno e della divinità, risulta facile capire il perché di una lingua che si pone come obiettivo la asistematicità, la dinamicità, la mutevolezza. In questo senso la lingua è la storia di un popolo, essa ne racchiude i segreti, le immagini, i ricordi, ne svela le credenze, il modo di concepire e rappresentare il reale.

Noam Avram Chomski, il più gran linguista di tutti i tempi, dimostrò attraverso la teoria della Grammatica Generativa l'esistenza nella coscienza del parlante di regole innate che permettono ad ognuno di riconoscere, naturalmente, frasi grammaticalmente corrette da quelle sgrammaticate nella propria lingua madre. Nessuno al contrario fra i banchi di scuola si è mai scomodato di insegnarci che la lingua non è solo analisi logica, o forse non lo è affatto; la lingua è qualcosa di estremamente variabile, scorrevole, variopinto, innato, a volte una semplice impercettibile sfumatura che si insidia fra le pieghe di una struttura che pensavamo immutabile e tutto fa cambiare. La lingua è una forma malleabile che si lascia plasmare dalle nostre esigenze, il nostro moderno, ricorrente bisogno di economicità, e l'inglese ne è un esempio.

La lingua, almeno così ci piace immaginarla, è un enorme e affascinante libro di storia che uomini e donne prima di noi hanno scritto per poi indirizzarci, affinché potessimo continuare il racconto proprio da dove loro lo avevano interrotto, partecipando così alla creazione di quella mirabile opera d'arte di cui siamo tutti comunemente artefici.


[1] Ipotesi Sapir- Whorf. Cfr. E.SAPIR The Status of Linguistic as a Science, in D.G.MANDELBAUM, Selected Writings of E.Sapir, Berkeley-Los Angeles, 1949.

[2] Cfr. A.TRAINA Riflessioni sulla Storia della Lingua Latina in F.STOLZ, A.DEBRUNNER, W.P.SCHMID Storia della lingua latina, Bologna, 1968.

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