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Scritto da nel Numero 3 - 1 Ottobre 2006, Politica | 0 commenti

Politeismo nostalgico

“Non ho mai visto, sentito, né letto che il clero sia amato in nessuno dei paesi dove il cristianesimo è la religione ufficiale. Nulla può rendere i sacerdoti tanto popolari quanto un po' di persecuzioni.” Scorrendo questa provocazione di Jonathan Swift, vecchia ormai di quattro secoli, è interessante notare il convincente rimando all'attualità politica e religiosa.

Nonostante una personale e convinta professione d'ateismo, è da qualche tempo che non riesco a non provare una certa simpatia nei confronti di alcuni denigrati teologi, che invocano, basandosi sulle leggi universali del logos, la reciprocità come conditio sine qua non per dar vita ad un dialogo fecondo con le diverse religioni.

La concezione aprioristica e cosmopolita dell'amore per un unico Dio, avvallata da Giovanni Paolo II, incarnava un paradigma universalistico in una prospettiva essenzialmente teoretica, ma cozzava inevitabilmente con la concretezza del reale laddove monoteismi divergenti poggiavano le basi esistenziali delle loro dottrine.

L'universalismo e la tolleranza, al contrario di quanto comunemente si pensa, erano valori inscritti in modo indelebile nel politeismo dell'antichità, infatti, in un pantheon già sovraffollato, si poteva intagliare un trono anche per le divinità dei nemici sconfitti: l'avevano capito i macedoni di Alessandro Magno, come la Roma dei primi secoli.

Ma quando il dio diviene unico, e i suoi precetti assumono la forza di un comandamento ineludibile che può implicare per il singolo credente salvezza o dannazione, lo spazio per il diverso inevitabilmente si assottiglia, e la voce dei sacerdoti invoca un unico inquilino per un unico pantheon.

Il monoteismo, in quanto portatore di una verità unica e indivisibile, è sostanzialmente refrattario alle sollecitazioni o fusioni con quanto è divergente dai propri precetti: basta scorrere la storia del cristianesimo, dell'ebraismo e dell'islamismo per scorgere numerose testimonianze di questo principio.

Il vituperato scritto di Benedetto XVI, ripercorrendo un tema classico della teologia cristiana, quello del rapporto fede-ragione, riscontrava nel logos di derivazione greca (che si potrebbe con una certa approssimazione definire pre-religioso), una possibile intersezione tra ciò che religiosamente risulta molto distante. Se si perde di vista questo spazio etico immanente, e quindi umanamente delimitabile con l'ausilio della sola ragione, è del tutto normale che tra i diverse monoteismi prevalgano gli aspetti di autonomia dottrinale, e quindi di divergenza.

L'amore immateriale ed evangelico con le altre religioni, professato in forma buonista e miope dai detrattori di Ratzinger, lascia sul campo circa 160.000 cristiani trucidati tutti gli anni, insieme ai 604 missionari uccisi dal 1990 per motivi religiosi. Ovviamente la lettura papale non abbasserà nell'immediato questi indici altamente drammatici, che anzi subiranno probabilmente un'impennata considerata la latitanza di qualsivoglia reciprocità. Tuttavia, e questo è un fatto sorprendente per un uomo di fede, l'humus dialettico tracciato dal papa possiede alcune delle caratteristiche per focalizzarsi come un nuovo umanesimo, fondato sul grande logos su “questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori”[1]

Sarebbe inutile, oltre che ipocrita, invocare un luogo di dialogo generico ed immateriale, senza impegnarsi, fino alle estreme conseguenze, per edificare un'intersezione tra ciò che è essenzialmente diverso: per giocare su uno stesso tavolo, occorrono regole condivise da tutti i partecipanti, e quella fondata sulla ragionevolezza proposta dal papa è forse l'unica praticabile.

Un altro elemento, spesso sottovalutato, ma comunque da soppesare in questa querelle ecclesiastica, è ascrivibile al fatto che la disquisizione papale si sia svolta nell'aula magna dell'università di Regensburg, davanti ad una platea preparata e competente. Sicuramente il papa avrebbe soppesato diversamente le parole in una pubblica udienza vaticana; ma da teologo consumato, “È per me un momento emozionante stare ancora una volta sulla cattedra dell'università e una volta ancora poter tenere una lezione”[2] rivolgendosi ad un auditorio di studiosi, aveva tutto il diritto di attingere liberamente una citazione nel marasma di duemila anni di storia del pensiero.

Sarebbe una meravigliosa stravaganza ripopolare i pantheon per poter adorare le antiche divinità trasportati dal profumo che fuoriesce dagli incensieri; innalzare statue per Venere e Diana o rincorrere la Follia come Erasmo da Rotterdam, tuttavia anche in ambito religioso i tempi sono cambiati, e ogni epoca ha le divinità che si merita…


[1] Vatican information service, Incontro all'università di Regensburg, 12 settembre 2006

[2] ibidem

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