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Viaggio in America – terza parte: the dock of the bay
Deve cambiare un po' lo stile, rispetto all'articolo precedente, ma è inevitabile perché ogni volta che l'aereo tocca il suolo della California, per la nostalgia del periodo trascorso qui mi viene sempre la tentazione di inchinarmi per baciarlo, come il Papa. Avrei dovuto restare un paio di mesi, ne rimasi nove, e ancora oggi è questa parte del mondo, in bilico sulla Faglia di Sant'Andrea, la striscia di terra dove più volentieri mi trasferirei, se potessi muovermi liberamente dal punto di vista burocratico e lavorativo. E anche perché, dopo molto tempo passato da allora, le mie considerazioni su San Francisco sono meno caotiche e più chiare.
Parlando, nello scorso articolo, di contrasti e contraddizioni dell'America, posso assicurare che Frisco è per definizione la città della convivenza tra i diversi. Nel periodo in cui, ormai, i turisti mi fotografavano per la strada, vestita in gonne variopinte e chitarra in mano, come parte del folklore e della fauna locale, notai finalmente che un vecchio signore, con il quale stavo parlando da almeno mezz'ora, portava barba e capelli completamente blu. Tanto mi ero abituata al patchwork di colori, abbigliamenti e stili, che nemmeno più ci avevo fatto caso. Mi resi conto invece che era tempo di tornare in Europa quando, seduta a fumare una sigaretta fuori dal Saloon e piuttosto sbronza (il Saloon è appunto il più vecchio saloon della città, con coppie ubriache che si scatenano nelle danze e blues selvaggio da far west ogni sera), un tizio mi si avvicinò e mi chiese se mi serviva un pappone. Anche in questo caso, non mi ero quasi nemmeno accorta di avere vissuto per mesi nel quartiere a luci rosse. Ma Frisco è un po' tutta a luci rosse; e quando il sole rassicurante che accoglie i viaggiatori ogni giorno dell'anno, in un'eterna primavera dai mesi tutti uguali, cala sul Pacifico e si alza la nebbia, ecco che la città cambia volto e diventa quasi temibile: fredda e viziosa, serpeggiante nelle droghe, promiscua e malata e piena di mendicanti, e di colpi di pistola. È l'abisso delle profondità che si scorgono stando seduti sul dock of the bay, come nella canzone di Otis Redding, e guardando giù: quando persino la mia inguaribile incoscienza iniziò a intravederlo, quell'abisso, me ne tornai a casa per paura di caderci, o peggio ancora di tuffarmici dentro.
Il primo articolo che ho pubblicato su “L'Arengo” (leggilo qui ) traeva spunto, fondamentalmente, dal mio disgusto verso i topi, reazione che credo abbia radici ancestrali; ma parlando ora d'America, e di San Francisco, può essere questa una buona occasione per rispolverare i ricordi di un paio di anni fa, quando appunto la mia paura stereotipica si trasformò in vera e propria fobia. Abitavo in un appartamentino piuttosto hippie nel quartiere di Haight Ashbury, dove resistono ancora la casa di Janis Joplin e i capelloni in stile 1960's che chiedono una monetina, fumano erba e risiedono in sacchi a pelo nel Golden Gate Park. Una delle mie coinquiline di allora, dal delizioso nome di Emily Ann, era una musicista di diciannove anni – non aveva ancora l'età per entrare nei locali dove suonava, e le serviva un documento falso – ma aveva già trascorso qualche mese da barbona vivendo nel parco, momentanea sistemazione tuttora affatto sconosciuta a chi, dalle periferie d'America, si reca oggi a San Francisco in cerca dei moderni surrogati dell'oro. Gli altri della casa erano per la maggior parte artistoidi di circo o mezzi poeti, e di fronte a un'emergenza autunnale dovuta a un'invasione di topi che avevano preso d'assalto il vicinato, reagirono con inaspettata tolleranza nei confronti dei roditori che scorazzavano liberamente tra materassi e dispense del pane. Scrissi in un racconto di quel periodo: “Anna propose di piazzare delle trappole o del veleno, ma i coinquilini hippie sancirono che non era giusto uccidere creature”. Di tutti, mi stupiva che Emily Ann, dalla voce così graziosa, non protestasse di fronte a quella situazione. Ma d'altra parte, aveva già vissuto nel parco.
In previsione del mio viaggio in America di quest'anno, per esorcizzare la mia paura, avevo quindi inventato un gioco terapeutico: il calcolo dei topi, ovvero tenere il conteggio di quanti animaletti avrei visto in un mese. A parte qualche storia raccapricciante venuta a sapere da altri turisti (ratti che cadono dal soffitto sulle spalle dei passeggeri lungo il binario della metropolitana di New York), devo ammettere che ho trovato la East Coast estremamente pulita e ho dovuto aspettare il mio arrivo a San Francisco per aggiungere finalmente un'unità al mio mice-count. La scena, ad ogni modo, ha meritato l'attesa. Caffetteria Starbuck's, esterno giorno: a fianco dei tavolini dove i clienti bevono il caffè, lungo il cornicione di un'area verde che circonda il locale, un grasso topo grigio sonnecchia pigramente sotto un raggio di sole. Nessuno si cura di lui; solo io, passando, sembro provare un moto di indignazione per quella che mi appare come una fondamentale mancanza di igiene. Al mio ritorno, seduto di fianco al topo, trovo un frikkettone che lo guarda dormire, sognante e incantato.
Allora mi viene da pensare che San Francisco sia appunto, forse, la città statunitense che più di tutte sogna: sogna l'American Dream delle antiche miniere cariche di ricchezze, sogna la pace universale persino tra uomini e topi, sotto l'effige francescana dei suoi primi fondatori; sogna e ride, scappa dalla realtà, suona il blues e se ne frega; sghignazza in faccia alle overdose, all'AIDS e a terremoti, e accetta di accogliere chiunque, purché sia un originale. “The land of the free”, dice l'inno americano: a San Francisco scegliete liberamente se crogiolarvi nelle filosofie new age, scattare foto dai cable cars, perdervi negli acidi o cercare di infiltrarvi nel vicino Bohemian Grove.
The end.

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