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Scritto da nel Numero 52 - 16 Dicembre 2008, Politica | 0 commenti

Ricordo di Piero Welby

Il 20 dicembre 2006 moriva a Roma Piergiorgio Welby. In questo Paese dalla memoria corta, spesso si fa fatica a mantenere vivo il ricordo di persone che pure hanno acceso dibattiti vivaci su temi che toccano ogni individuo.
Piero Welby ha lottato, negli ultimi anni della sua vita, perché gli venisse riconosciuto il diritto di morire, perché in Italia fosse introdotta una legislazione sulla “morte opportuna”, l'eutanasia. Per farlo, ha usato l'arma più forte che aveva a disposizione: se stesso. Andando oltre le dichiarazioni e le affermazioni di chi, senza conoscere la sua storia, sosteneva che lui fosse strumentalizzato a fini politici e lo lasciasse fare, così come era successo a Luca Coscioni.
Piero Welby sapeva che in Italia, per sfondare il muro del silenzio, è necessario fare scandalo: e un uomo bloccato a letto e tracheotomizzato, che chiede in televisione di essere liberato dalle sue sofferenze quotidiane fa scandalo, e fa notizia. La sua richiesta d'aiuto, la sua lettera aperta al Presidente della Repubblica, i suoi editoriali sul suo blog, il Calibano, ebbero il merito di accendere una discussione, civile prima che politica. Purtroppo, come spesso accade, il dibattito rimase impantanato nella dialettica partitica, nel dualismo “laico vs. cattolico” che regna in Parlamento e nell'incapacità della Politica italiana di scindere tra la morale religiosa e l'autodeterminazione. Pur di non riconoscere la libertà individuale di rifiutare trattamenti medici e sanitari che possano essere, per una persona, lesivi della sua dignità, in Italia si preferisce il vuoto legislativo.
E' importante ricordare Piero Welby perché a lui il nostro Paese deve molto, anche se non si sa. Perché, ad esempio, nel 2005, per poter votare al Referendum sulla fecondazione assistita, Piero iniziò una battaglia per il diritto di voto dei malati non trasportabili. Non avendo avuto una risposta legislativa concreta dal Parlamento, fu accompagnato al seggio, con tutti i rischi del caso per la sua vita, dai radicali, insieme ad alcuni giornalisti. Pochi mesi dopo, il Parlamento approvava una legge per il diritto di voto a domicilio per i malati non trasportabili: lo scandalo aveva prodotto una legge.
L'ultima battaglia di Piero Welby durò 88 giorni, finché non trovò un medico, Mario Riccio, disposto a fargli un'anestesia mentre gli veniva staccato il respiratore. Mario Riccio fu denunciato all'Ordine dei Medici, il quale tuttavia riconobbe che egli aveva agito nella piena legittimità del comportamento etico e professionale; fu accusato di omicidio del consenziente per poi essere definitivamente prosciolto, perché il fatto non costituisce reato. Dove il potere legislativo non sa arrivare, i vuoti vengono colmati dalla giurisprudenza e dalle sentenze, e anche nella sua ultima azione Piero Welby è riuscito a lasciare un solco nella società italiana.
Un solco incolmabile l'ha lasciato, tuttavia, separando la gerarchia vaticana dalla gente comune, quando gli furono vietati i funerali religiosi in quanto “a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita”. Welby, anche dopo la sua morte, ha mostrato come le gerarchie della Chiesa Cattolica siano intrise di dottrina e prive di pietà. Il funerale laico che fu svolto nella piazza di fronte alla Chiesa che gli aveva negato le esequie fu una prova di pietas, di religiosità (in senso lato) e di amore che sarebbero state una buona lezione per le gerarchie ecclesiastiche, se solo avessero voluto ascoltare.
A luglio del 2007, Giovanni Nuvoli, un altro malato terminale che aveva fatto della sua malattia la sua battaglia individuale per la libertà di rinunciare alle cure, iniziava uno sciopero della fame e della sete perché fosse interrotto l'accanimento terapeutico su di lui. Quello sciopero lo portò alla morte dopo circa una settimana.
Nel 2008, dopo anni di interminabili battaglie legali, la famiglia Englaro è riuscita ad ottenere, per la figlia Eluana, in coma da 17 anni, dai giudici, l'interruzione delle cure. Prima che accadesse, Eluana aveva fatto presente ai genitori che non avrebbe mai voluto essere tenuta in vita artificialmente. Il suo volere, la sua scelta è lettera morta per la legge italiana, ma per fortuna questa sentenza potrebbe aprire un varco.
Alcuni cattolici, dalle posizioni piuttosto estremiste, attaccano Englaro, come a suo tempo avevano fatto con Piero Welby e sua moglie Mina, che veniva additata come una “partigiana della morte”. Allo stesso tempo, le suore dell'Istituto dove si trova Eluana dicono “lasciatela a noi”, in un impeto religioso che ha il sapore del rimprovero e dell'egoismo. Ha il sapore del rimprovero perché sembra comunicare che, mentre i genitori di Eluana sono stanchi di accudirla, loro non lo sono. Ed è la necessità di sentirsi utili, di avere qualcuno che dipenda da noi, a prescindere da quello che era il suo volere quando poteva esprimerlo: per questo è egoismo.
L'Italia raramente fa passi avanti. Ma, per fortuna, ci sono degli eroi quotidiani che ogni tanto fanno capolino sui giornali e ci cambiano la vita, senza curarsi che presto le luci della ribalta non saranno più loro. Piero Welby è uno di loro, perché è grazie a lui se ora altre battaglie possono riuscire ad andare in porto.
E ricordarlo almeno nel giorno della sua morte è più che una necessità finalizzata a non farlo dimenticare: è un dovere.

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